Cambiamento climatico, 7 aziende agricole su 10 colpite da eventi naturali negli ultimi tre anni
Dalla grandine al caldo estremo, dallo stress idrico agli smottamenti, i fenomeni atmosferici sono sempre più violenti. Ma la consapevolezza del rischio...
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Il cambiamento climatico non è più una minaccia futura, ma una realtà quotidiana che sta mettendo a dura prova (anche) le campagne italiane. Negli ultimi tre anni, precisamente tra il 2023 e il 2025, quasi sette aziende agricole su dieci hanno subito almeno un danno significativo a causa di eventi naturali estremi. Questa fotografia allarmante emerge dalla sesta edizione di AGRIcoltura100, l'iniziativa pluriennale promossa da Reale Mutua in stretta collaborazione con Confagricoltura.
Dalla grandine al caldo estremo
Il rapporto 2026, curato da MBS Consulting del Gruppo Cerved, ha analizzato l'andamento e la vulnerabilità di oltre 3.800 imprese del comparto, evidenziando una crescita costante della platea monitorata dal 2020 a oggi. Il bollettino delle devastazioni mostra come le campagne siano strette in una morsa a doppia tenaglia. I fenomeni che hanno colpito con maggiore durezza gli agricoltori sono stati, da un lato, le precipitazioni violente accompagnate da grandine e tempeste, dall'altro, le ondate di caldo estremo. Entrambi questi fronti meteo hanno provocato danni al 40,2% delle imprese intervistate, assumendo connotati di gravità ingente in un caso su quattro.
I fenomeni più frequenti
Lo scenario è ulteriormente aggravato dalle alluvioni e dalle esondazioni, che hanno travolto il 17% delle realtà aziendali, seguite dalle gelate e dalle brine tardive che hanno compromesso il 15,2% delle coltivazioni. Non mancano poi le ferite inferte da trombe d'aria e uragani, che hanno interessato il 10,4% del campione, e i dissesti del terreno come frane e smottamenti, registrati nel 7,7% dei casi. In ogni caso, l'impatto economico e strutturale di questa escalation climatica è pesante.
Prima le colture, poi le aziende
La quasi totalità delle imprese colpite ha riportato danni diretti e immediati alle colture, con conseguente perdita, totale o parziale, dei raccolti. Tuttavia, l'emergenza si estende ben oltre i campi: quasi un'azienda su quattro segnala infrastrutture gravemente compromesse, mentre quote significative di imprenditori devono fare i conti con la crisi idrica e con i fenomeni di erosione del terreno. Questi fattori, combinati tra loro, non si limitano a ridurre i margini produttivi nell'immediato, ma minacciano seriamente la stabilità finanziaria e la sopravvivenza stessa delle imprese nel medio e lungo periodo.
La percezione del rischio
La ricerca mette però in luce un profondo e pericoloso paradosso legato alla percezione del rischio. Al momento, un'impresa su due si considera esposta a tempeste e grandinate, ma solo un quarto di queste ritiene che il pericolo sia effettivamente aumentato a causa del riscaldamento globale. Le percentuali scendono ulteriormente se si guarda al rischio di alluvione, percepito solo dal 32,4% degli intervistati, o a quello legato al gelo, avvertito da circa il 30% del campione. L'indagine evidenzia come sia quasi esclusivamente l'esperienza diretta del danno a risvegliare la consapevolezza dei coltivatori. Tra le aziende colpite, infatti, la percezione del rischio balza oltre il 70% per quasi tutti gli eventi naturali. Al contrario, tra le imprese rimaste indenni, la soglia di allerta crolla al 30% per le precipitazioni e si attesta appena intorno al 20% per tutte le altre calamità.
Assicurazione, questa sconosciuta
A fronte di questa elevata vulnerabilità, la risposta in termini di prevenzione e protezione resta limitata. Se dal punto di vista della difesa attiva circa il 60% degli agricoltori si impegna in prima persona attraverso la gestione e la cura del territorio, la manutenzione dei fossi e la razionalizzazione dell'irrigazione, il ricorso alla difesa assicurativa è ancora insufficiente. Soltanto il 23,9% delle imprese dispone di una polizza contro la grandine e le tempeste, una percentuale che precipita al 9,1% per le alluvioni e all'8,7% per la siccità. E ancora inferiore appare il ricorso a fondi di mutualità o accantonamenti finanziari privati.
Poca fiducia negli strumenti pubblici
In questo scenario frammentato, anche gli strumenti pubblici faticano a conquistare la fiducia dei professionisti del settore. Il fondo AgriCat, introdotto a livello nazionale per offrire una copertura mutualistica di base contro i danni catastrofali, resta un oggetto misterioso per la maggioranza degli operatori. E infatti ben il 74,8% degli intervistati dichiara di non conoscerne le caratteristiche. Tra quel ristretto 25,2% che ne è informato, invece, oltre otto imprenditori su dieci tendono a considerarlo sì uno strumento utile, ma ampiamente insufficiente, che necessita di essere integrato con ulteriori forme di protezione privatistica.
"Serve una cultura della prevenzione"
L'agricoltura, oggi, occupa circa il 40% della superficie nazionale, motivo per cui rappresenta un indotto fondamentale per l'economia del Paese. "Il nuovo rapporto AGRIcoltura100 dedica un approfondimento specifico al rischio climatico in agricoltura, una vulnerabilità diventata ormai strutturale per le imprese del settore che oggi si trovano esposte a rischi idrogeologici senza precedenti - dichiara Luca Filippone, direttore generale di Reale Group -. I dati evidenziano una crescente attenzione verso questi temi, ma anche la necessità di continuare a investire nella diffusione di una solida cultura della prevenzione e della gestione del rischio. Considerato il ruolo strategico che l'agricoltura svolge nella tutela del territorio, proteggere il settore significa anche contribuire alla sicurezza dell’intero Paese".
