Usare precocemente i social peggiora i risultati in italiano e matematica
Un gruppo di ricerca dell’università Milano Bicocca ha condotto un'indagine su più di 5mila studenti di scuole del Nord Italia, arrivando a scoprire una diretta correlazione tra l’età di apertura del primo account sulle piattaforme e i risultati scolastici
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Il dibattito sull’età giusta per aprire un profilo social appassiona moltissime persone, che ne parlano spesso paradossalmente proprio su quelle stesse piattaforme. Negli Stati Uniti esiste ormai da tempo una media company chiamata Common Sense che si pone come guida ai genitori per aiutarli a capire l”età giusta” (per avere un profilo ma anche per guardare un film), pubblicando costantemente ricerche aggiornate sulle tematiche legate all’uso dei minori di Internet. Uno degli studi più interessanti su questi temi non viene tuttavia per una volta da Oltreoceano ma è anzi nostrano. Prima scarichi Instagram, peggio andrai a scuola. A dirlo non è una mamma basandosi sulla sensazione che suo figlio sia sempre attaccato al proprio smartphone quanto piuttosto uno studio condotto da un gruppo di ricerca dell’università Milano Bicocca, pubblicato il 3 agosto sulla rivista Nature Human Behaviour. L'indagine ha preso in esame 5722 studenti di scuole disseminate in cinque diverse province lombarde, arrivando alla conclusione che aprire un account social in prima media rappresenterebbe il viatico perfetto per avere risultati al massimo mediocri quantomeno in matematica e italiano.
La metodologia
La ricerca è particolare perché per una volta sposta il fulcro di interesse adottato dalla maggior parte delle indagini simili. In questo caso infatti gli studiosi non si sono interrogati tanto sugli effetti dei social sulla salute mentale dei ragazzini quanto piuttosto sull'impatto che queste piattaforme avrebbero sull'apprendimento. La metodologia implica un'aderenza il più possibile simile al metodo sperimentale. Il professore di sociologia Marco Gui, alla guida del gruppo di ricerca ha spiegato a Il Post che "l’idea è riprodurre con dati osservazionali quello che normalmente avviene in un esperimento".
Perso mezzo anno di scuola
Come metro per valutare l'effettivo rendimento del campione si è deciso di prendere come riferimento i risultati dei ragazzi nelle prove INVALSI, che si svolgono a fine anno al termine dei cicli di seconda e quinta elementare, terza media, e seconda e quinta superiore. Le prove si concentrano su tre diverse materie: italiano, inglese e matematica. I risultati analizzati tra chi aveva cominciato presto ad approcciarsi coi social e chi lo aveva fatto più avanti iniziavano a divergere nello studio solo dalla terza media in poi. Un risultato in linea con le ipotesi dei ricercatori, che avevano considerato come "early adopters" tutti quei ragazzi che avevano creato il proprio account a partire dalla prima media. Questi ultimi riportavano alla fine punteggi inferiori di circa 0,2 “deviazioni standard” in italiano e matematica. Una cifra che sembra risibile ma che in realtà indicherebbe un ritardo di circa metà anno scolastico, se consideriamo come riferimento il criterio usato tendenzialmente nell’Unione Europea. Al di là dei numeri poi a corroborare certi dati ci sono anche le testimonianze dirette di chi nell'ambiente scolastico con i ragazzi si trova a lavorare ogni giorno. "La prima media è un anno molto importante per la nascita delle relazioni tra i ragazzi" ha raccontato a Rivista Studio la prof di lettere di una scuola media milanese come quella in cui si è svolto lo studio: "Quest’anno per la prima volta, mi è capitata una prima quasi totalmente smartphone-free. Da un lato, abbiamo dovuto rinunciare a usare il telefono per video legati alla didattica. Dall’altra, ho assistito a una socializzazione molto più sana: ogni anno, nella chat di classe scoppiavano incomprensioni e litigi, legati all’uso improprio del mezzo da parte dei ragazzi, che su Whatsapp portavano avanti prese in giro e cattiverie, bloccando alcuni compagni o escludendoli dai gruppi". Tuttavia non si deve mai scorporare nell'analisi lo spazio relazionale con quello del puro rendimento scolastico, essendo i due aspetti direttamente intrecciati.
Si abbassa la soglia d'attenzione e non solo
Cosa marca la differenza tra chi ritarda i social e chi li sperimenta praticamente da subito? Probabilmente il fatto che scrollare i feed con frequenza provochi alla lunga un abbassamento della soglia di attenzione e un marcato sovraccarico cognitivo. Si potrebbe controbattere che tuttavia la sperequazione nei risultati non andrebbe a verificarsi nelle prove di inglese. Un'obiezione cui i ricercatori hanno deciso di rispondere evidenziando quanti contenuti sulle piattaforme fossero in "english". L'altra rimostranza che si potrebbe avanzare è poi quella che comunque ogni ragazzino resta diverso dagli altri, quantomeno per background. Anche in questo caso lo studio ha provato a limitare il più possibile il problema, creando un campione il più possibile uniforme. Gli scolari selezionati infatti non differivano per titoli di studio dei genitori, luogo di residenza, struttura familiare, eventuali difficoltà economiche, frequenza dell’asilo nido e risultati scolastici pregressi, L'unico aspetto che li rendeva diversi era proprio l'età di registrazione a un social.
Non basta dire no ai social
Va in quest'ottica fatta quindi una differenziazione: come fanno notare gli stessi autori dello studio non è tanto il device a essere decisivo quanto l'uso che se ne fa. I risultati non cambiano in base a quando si è acceso per la prima volta il computer: la discriminante rimane piuttosto quando si è usato lo stesso per andare sui social. "Questo ci fa dire che non è probabilmente una questione del digitale in sé, ma di specifici utilizzi del digitale, e che sono le piattaforme social e le loro specifiche caratteristiche a generare questo effetto", ha spiegato sempre Gui. Ciò che consigliano i ricercatori è quindi di ritardare il primo approccio con certe piattaforme fino ai 13-14 anni, accompagnando l'ingresso nel mondo dei social media "un programma completo di educazione digitale che coinvolga sia le famiglie che le scuole", come ha suggerito l'altra coautrice dello studio Chiara Respi a Newsweek. Esistono già esperimenti in questo senso, come quello che da tre anni coinvolge l'intera Greystones, una città di circa 17mila abitanti vicino a Dublino. Qui è stata lanciata una campagna sostenuta dal 70 per cento delle famiglie, incentrata sul crescere i preadolescenti senza telefono, evitando di darlo loro prima dei 13 anni. I primi risultati parrebbero già esserci, con genitori e insegnanti che testimoniano l'arrivo a scuola di bambini più svegli, attivi e collaborativi.
Un altro capitolo di una discussione globale
Lo studio italiano si inserisce insomma in un dibattito tanto acceso quanto globale. A fine 2025 era stata l'Australia a fare da apripista, diventando la prima Nazione a varare il discusso divieto dei social media per le persone che hanno meno di 16 anni. Da quel momento in poi molti altri Paesi ne hanno seguito più o meno l'esempio mostrando però un modello che sembra non risolvere il problema. Molto prosaicamente: i bambini e ragazzi cresciuti nel mondo digitale riescono ad aggirare i divieti molto rapidamente, muovendosi di certo più in fretta dei legislatori. Fatta la legge trovato l'inganno, insomma. "Invocare un’estate totalmente priva di impegni formali e insieme 'device‑free' suona, più che una proposta pedagogica, come un nostalgico ritorno a un passato pre‑Internet", ha fatto notare sempre al Post il professor Francesco Sulla, ricercatore in psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Foggia, e autore di studi sulle classi di scuola primaria. Sarebbe meglio valutare forse soluzioni intermedie, come le cosiddette "finestre di digiuno social". D'altra parte secondo un sondaggio svolto dalla tv australiana ABC in contemporanea col divieto, gli stessi ragazzi si dicevano scettici sull'efficacia del ban. Addirittura tre quarti degli intervistati aveva sostenuto che avrebbe continuato a usare i social e non ci sono elementi per dire che alla fine possano aver cambiato idea. Di certo non basterà la promessa di una sintassi più sciolta e di un miglior rapporto con le equazioni per fargli mollare TikTok.
