Orgoglio latino

Il tripudio di Bad Bunny a Milano: quasi 80mila persone all'Ippodromo La Maura

Il rapper portoricano trasforma il concerto in un manifesto culturale, tra reggaeton, orchestra dal vivo e la Casita simbolo delle sue radici

18 Lug 2026 - 11:59
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Ottantamila persone sotto lo stesso cielo e nemmeno una parola d'inglese per quasi tre ore di spettacolo. All'Ippodromo La Maura, nella prima delle due tappe milanesi del Debí Tirar Más Fotos World Tour, Bad Bunny non ha semplicemente cantato: ha messo in scena un vero e proprio atto d'orgoglio culturale. A un certo punto, sui maxischermi compare persino un enorme rospo animato che avverte chi non capisce lo spagnolo: "Vi state perdendo il messaggio". Curioso, perché in realtà quel messaggio arriva comunque forte e chiaro, attraverso la musica, i corpi in movimento e un pubblico che conosce a memoria ogni singola strofa delle canzoni.

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Tra orchestra dal vivo e reggaeton: uno show a due facce

 Benito Antonio Martínez Ocasio, 32 anni, ha costruito la propria carriera senza mai piegarsi ai compromessi linguistici tipici di chi punta al mercato globale. Le sue canzoni restano in spagnolo, radicate a Porto Rico, eppure oltre trenta di esse hanno superato il miliardo di ascolti. E, nel 2025, Debí Tirar Más Fotos è diventato il primo disco interamente in spagnolo premiato come album dell'anno ai Grammy.

Il concerto riflette in pieno questa doppia natura artistica. La prima parte, aperta dai portoricani Chuwi, sorprende anche chi associa Bad Bunny soltanto al reggaeton: sul palco prende vita una grande orchestra, tra salsa, strumenti tradizionali e ballerini con i tipici cappelli di paglia dei lavoratori agricoli. Poi, improvvisamente, tutto cambia registro: l'abito elegante color crema lascia spazio a una giacca da strada e ai pantaloni larghi tipici del suo immaginario più urbano, mentre pezzi come Tití Me Preguntó accendono l'Ippodromo tra laser, fuochi d'artificio e un'energia da vera festa latina.

La Casita, simbolo identitario tra memoria e contraddizioni

 Il secondo atto dello show si svolge dentro La Casita, la riproduzione scenica di una tipica abitazione portoricana, da tempo simbolo della battaglia dell'artista contro la gentrificazione che sta cambiando il volto di Porto Rico. Un'immagine potente, quasi intima, con Bad Bunny che canta circondato dai ballerini come in una festa di quartiere. Eppure proprio quello spazio collocato al centro dell'arena resta riservato a ospiti vip, influencer e fan selezionati, una scelta che apre una certa tensione con il messaggio di inclusione al centro della sua musica.

Una contraddizione che, però, non intacca il peso culturale e politico dell'artista, capace di prendere posizione contro le politiche migratorie dell'amministrazione statunitense e di escludere gli Stati Uniti dal tour per timore dei controlli dell'Ice. Nella parte più orchestrale, brani come Baile Inolvidable regalano momenti di rara libertà esecutiva, con un lungo assolo di sintetizzatore e un interplay tra i musicisti che va ben oltre gli standard del genere. Mai prima d'ora un artista di lingua spagnola aveva radunato in Italia un pubblico così vasto: Bad Bunny è oggi il volto più riconoscibile di un suono che unisce Porto Rico, Cuba, Brasile e Perù, un reggaeton contaminato da salsa, bomba e trap. Non è più soltanto un genere musicale, ma un linguaggio globale capace di dimostrare che il centro culturale del pop può trovarsi lontanissimo dall'inglese, e persino ballare fuori dai confini statunitensi.

Super Bowl, Bad Bunny fa la storia con uno show in spagnolo

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