L’INTERVISTA DI E-PLANET

Riflessioni su un mondo in evoluzione

Studiare i processi di cambiamento che riguardano noi e il mondo in cui viviamo. Questo è ciò a cui lavora Telmo Pievani, evoluzionista del dipartimento di Biologia dell’Università di Padova

di Sara Del Dot
08 Gen 2026 - 16:58
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Quando iniziamo il dialogo con Telmo Pievani non possiamo non partire dalla domanda principale: di che cosa si occupa un evoluzionista?

Un evoluzionista si occupa di tutti i processi di cambiamento, quindi tradizionalmente l'evoluzione umana, come si sono evolute le specie, come siamo imparentati con tutte le altre forme di vita sulla Terra. E però anche, per esempio, l'evoluzione culturale, l'evoluzione delle nostre tecnologie. Sono tutti i processi di cambiamento che noi studiamo”.

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In questo momento su cosa si sta concentrando?

Sull'evoluzione umana. Ma naturalmente adesso il grande tema è il rapporto tra la specie umana e l'ambiente. È una storia evolutiva anche questa, se ci pensiamo, perché noi siamo una specie che cambia il mondo attraverso le tecnologie e la cultura e spesso non si accorge che poi deve adattarsi al mondo che ha modificato. Quindi è un gioco evolutivo che sta accadendo adesso, che però è molto più veloce delle storie evolutive del passato. Quelle richiedevano milioni di anni, migliaia di anni, adesso invece tutto succede in pochi decenni”.

Il 2025 potrebbe essere, secondo i dati Copernicus, il secondo o il terzo anno più caldo della storia. E in questo contesto dove si colloca l'essere umano? Nel senso, a che punto siamo?

Adesso siamo dentro una tendenza che ormai è molto chiara. Il 2025 e il 2024 sono stati anni molto caldi e tutti e due hanno già superato la soglia del grado e mezzo, che ricordiamolo era la prima prevista dagli accordi di Parigi. Quindi vuol dire che se andiamo avanti così arriveremo a un certo punto intorno ai 2 gradi. Vuol dire vivere in un mondo diverso da quello attuale. Non dobbiamo necessariamente vederlo come una catastrofe, perché non sarà qualcosa che accadrà tutto in un colpo. Ci accorgeremo mese dopo mese, anno dopo anno che viviamo in un mondo, per esempio, con il Mediterraneo più caldo, con più energia in circolo, con più eventi atmosferici estremi, più incendi, più siccità. Eventi che ci sono sempre stati, certo, ma ricordiamolo, diventano più frequenti, ne accadono di più e in modo più intenso. Quindi ci fanno più male e dobbiamo imparare ad adattarci. Non possiamo pensare che le cose cambieranno, per il semplice motivo che le emissioni globali aumentano di anno in anno. Quindi siccome la causa continua a esserci e a crescere, dobbiamo aspettarci che anche il riscaldamento aumenterà e quindi quello che dobbiamo fare è tenerci preparati perché l'Italia è proprio in mezzo al Mediterraneo, in un punto molto vulnerabile”.

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Cosa si intende con tenerci preparati?

Tenerci preparati significa, per dirla in modo semplice, ridurre i danni e lavorare di prevenzione. Per esempio, sapere che viviamo in un paese con un territorio molto fragile, con tanto dissesto idrogeologico. Dobbiamo sapere che i ghiacciai si fondono e si ritirano; quindi, che cambierà anche il regime della fornitura delle acque che noi beviamo. Insomma, siamo in un mondo di cambiamento e quindi bisogna farsi trovare pronti e sapere che ormai succederà. Non c'è nessun motivo per cui non debba succedere e quindi in modo molto pragmatico dobbiamo ridurre i danni, che vuol dire ovviamente meno vittime, ma anche tanti danni economici che possiamo evitare. Quindi creare argini, bacini di laminazione dell'acqua, cercare di non buttare via l'acqua quando c'è. Nelle stagioni passate abbiamo avuto almeno due estati e primavere con tanta acqua nel sud Italia, ma non siamo stati capaci di conservare quell'acqua per le fasi di siccità, e la desertificazione intanto avanza. Dobbiamo imparare a capire che viviamo in una situazione di cambiamento”.

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Dopodiché adattarsi non significa che non dobbiamo ridurre le emissioni. Quella è la mitigazione, vuol dire che dobbiamo fare delle azioni per ridurre le emissioni in modo che questa tendenza vada a rallentare e speriamo anche a invertirsi”.

Lei parla anche del concetto di trappola evolutiva. Che cosa si intende?

La trappola evolutiva è un fenomeno particolare che può accadere perché l'evoluzione non guarda nel futuro. Prendiamo come esempio un'alga invasiva, che arriva in un lago e lo colonizza. Il lago ha tante risorse, nessuno mangia l’alga, e allora questa cosa fa? Occupa tutto il lago e sfrutta tutte le risorse fino al punto da non poter sopravvivere lei stessa, perché l'evoluzione non guarda nel futuro. Questa è una trappola evolutiva, cioè un animale o una pianta che ha un grande successo, ma lo ha perché sfrutta troppo l'ambiente al punto tale che alla fine non riesce più a sopravvivere. Il fatto strano è che noi sapiens dovremmo sapere queste cose, però in realtà stiamo facendo la stessa cosa, cioè stiamo sfruttando le risorse in modo talmente veloce e sconsiderato che i nostri figli vivranno in un mondo un po' più difficile del nostro, con meno risorse, in cui vivere e adattarsi sarà più difficile. E questa è una trappola evolutiva, cioè il fatto che le generazioni successive avranno più difficoltà nella capacità di adattamento. E in fondo è un fatto piuttosto unico, perché invece la nostra generazione ha avuto una dote positiva dai nostri padri e dai nostri nonni. Qui invece stiamo trasferendo ai nostri figli un debito anziché una dote positiva”.

Nonostante tutte le consapevolezze raccolte e accumulate negli ultimi anni, qual è l'ostacolo maggiore all'agire in modo ben definito, puntuale e anche un po' radicale per invertire questa tendenza?

La difficoltà che stiamo vivendo noi adesso è guardare nel futuro, dentro al futuro. Ci manca tanto la lungimiranza e questa è la grande fatica che facciamo, cioè capire che noi dobbiamo prendere delle decisioni preventive che certo ci costeranno un po', però non dobbiamo nemmeno drammatizzare troppo questa cosa. Ci costano un po', ma molto meno di quello che ci costa, per esempio, affrontare un'emergenza o un disastro dopo che è successo. Ricordiamoci che l'investimento in prevenzione costa mediamente un ventesimo dell'investimento in emergenza, cioè dopo il fatto compiuto spendiamo un sacco di soldi per riparare i danni. Quindi è bene ricordare che la prevenzione non è un costo, ma è un risparmio secco per il futuro. Il problema qual è? È che devo agire oggi per avere degli effetti positivi certi, perché la scienza ci dice che sono certi, però che saranno goduti tra 10-15 anni, tra tre legislature politiche, quando i nostri figli saranno in età lavorativa. Cioè bisogna avere questa prospettiva un po' più di lungo periodo, però la scienza ci dice che funziona. Oggi, per esempio, nessuno parla più del buco nell'ozono. Tutti negli anni Ottanta ne parlavano. La scienza ha capito qual era il problema, abbiamo fatto un protocollo internazionale, abbiamo cambiato le filiere industriali e oggi il buco nell'ozono è rientrato per più del 70%. Quindi basta aspettare, fare le cose giuste e poi il risultato arriverà”.

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A proposito di protocolli internazionali, ultimamente si parla molto di crisi del multilateralismo, cioè la fatica di tutti i Paesi nel mettersi d'accordo, perché ognuno ha delle tendenze di sviluppo diverse e delle priorità diverse.

Adesso siamo in una delle fasi peggiori per il multilateralismo, le COP sostanzialmente producono dei risultati molto deludenti, tutte le negoziazioni internazionali sono in crisi. In realtà anche questo era un po' previsto dai modelli, perché nel momento in cui tu ti accorgi che tutti insieme dobbiamo fare qualcosa in modo cooperativo, investendo un po' di risorse per avere degli effetti molto positivi, dopo un po’ scatta il meccanismo che noi chiamiamo del battitore libero, cioè del free rider, ovvero chi si tira indietro (come gli Stati Uniti, ma non soltanto) e dice "No, io non partecipo più a questo sforzo collettivo, voglio guadagnare subito, voglio smetterla di contribuire al bene collettivo, voglio fare il bene solo della mia nazione". Questo senza sapere che così facendo in realtà non fa nemmeno il bene per sé a medio e lungo periodo perché alla fine poi pagheremo tutti. Quindi alla fine è un gioco in cui si perde tutti. Ora quello che bisognerebbe fare, lo sappiamo dai modelli in questa fase, è sapere che questo è il momento degli egoismi geopolitici, e quindi farsi trovare preparati. La Cina lo sta facendo, perché ovviamente può, non è uno stato democratico, può avere questi piani a lungo periodo. Ma il Paese sta già ragionando, nel senso che adesso aumentano ancora le emissioni fino al 2030-2035, poi inizieranno a diminuirle fino ad arrivare a zero nel 2060”.

Loro ragionano così, ma perché? Perché ci stanno aspettando al varco, perché poi nel 2050-60, quando tutti dovranno fare la transizione ecologica, loro saranno quelli all'avanguardia con le tecnologie che già adesso ci stanno vendendo. Ecco, quella è una strategia molto efficace, obiettivamente. Noi dovremmo essere così bravi come Europa a fare lo stesso, ma abbiamo una “difficoltà” in più, cioè che noi siamo la più grande area economica di libero scambio governata da democrazia liberale. Quindi per noi è un po' più complicato, ma quella è l'idea, farsi trovare pronti quando - e siamo sicuri di questo - tutti dovranno fare la transizione ecologica”.

Infatti, l'Unione Europea era partita molto bene perché si era posta anche un po' come pioniera con il Green Deal e invece ha poi un po' indebolito questa posizione, sembra quasi che adesso stia arrancando. Come è successa questa cosa?

In Europa stiamo vedendo la stessa dinamica a livello continentale, cioè eravamo partiti con un Green New Deal molto coraggioso (forse addirittura un po' troppo, con degli strappi forse un po' eccessivi a livello economico) e adesso i singoli soggetti tendono a giocare in proprio, quindi a indebolire la strategia complessiva e chi è al governo deve coordinare, deve trovare dei compromessi al ribasso ed è un errore dal punto di vista politico”.

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Però l'Europa è anche il continente dove le aziende hanno più possibilità di farsi trovare pronte, lo stanno già facendo con la manifattura italiana per esempio. La qualità delle nostre produzioni è un grandissimo vantaggio per il futuro, perché noi abbiamo la mentalità, abbiamo la ricerca, abbiamo l'intelligenza, abbiamo la tradizione e quindi abbiamo tutte le possibilità per andare avanti almeno dal punto di vista economico, se la politica aiuta questa transizione. Perché le grandi aziende lo sanno benissimo che tra 5-6 anni saremo a 2 gradi e che comunque bisognerà andare verso l'elettrico, verso il rinnovabile, quindi adesso è un momento molto critico, però secondo me alla fine prenderemo quella direzione”. 

Sembra che a volte nella percezione comune e politica si faccia fatica a considerare la complessità del tema, cioè come se ogni tematica fosse un compartimento stagno e non ci fosse quella interconnessione che in realtà c'è tra giustizia climatica, giustizia sociale, combattere anche la povertà, dare gli strumenti agli altri paesi per adattarsi, per mitigare e quindi, diciamo, progredire tutti insieme sotto su vari livelli.

Il tema ambientale adesso è principalmente, direi, un grande tema sociale ed è un grande tema politico ed economico. Un dato parla per tutti. Nei prossimi anni più del 90% del prezzo del riscaldamento climatico - cioè proprio della fatica, del costo, delle sofferenze nell'adattarsi a quello che sta accadendo - lo pagheranno paesi della fascia equatoriale e tropicale che hanno contribuito per meno il 5% alle emissioni. Ecco perché oggi giustamente si discute di questi fondi. Che non sono fondi di aiuti, ricordiamolo, non è che noi occidentali dobbiamo aiutare l'Africa o il Sud America. Si chiamano fondi di risarcimento, che è un concetto ben diverso. Abbiamo creato un problema, abbiamo creato un danno, dobbiamo risarcirlo. Quindi ricordiamo che dobbiamo mettere quei soldi non per aiutare perché siamo tanto buoni e cari, ma perché dobbiamo risarcire qualcosa che abbiamo già tolto loro. Quindi è un grande tema di ingiustizia e di diseguaglianze e non conviene nemmeno a noi. Se noi oggi ci chiudiamo, rifiutiamo, per esempio, l'idea che avremo flussi di migranti ambientali molto maggiori nei prossimi anni, alla fine questa aumenterà ancora di più l'instabilità, l'insicurezza per tutti perché c'è una parte del mondo che soffre e quindi si mette in movimento e chiede giustamente di recuperare quell'uguaglianza e a noi converrebbe farlo”.

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Pensiamo per esempio a quello che ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla fine dell'anno scorso: un’alleanza tra l'Africa e l'Europa come continente verticale. È un'idea geniale, no? Perché noi abbiamo le conoscenze, loro hanno la forza, loro sono molti di più di noi e saranno sempre molti più di noi, hanno la gioventù che noi non abbiamo, siamo degli alleati perfetti. Il Mediterraneo non può essere un muro, è un lago dentro questo continente verticale”.

Volevamo fare una riflessione con lei su chi, appunto, vuole esercitare la democrazia in questo senso, chi vuole provocare cambiamento e chiederlo perché è un diritto. Parliamo appunto dei giovani. Le loro prime proteste, come i Fridays for Future, erano molto pacifiche, anche soft, e all’inizio venivano premiate e viste in modo quasi eroico. Poi hanno iniziato a chiedere di più e a quel punto l’atteggiamento nei loro confronti è cambiato.

Lei come vede questa richiesta da parte delle persone giovani che sono quelle che poi avranno in mano il futuro?

I movimenti giovanili hanno avuto una grandissima fase di ascolto, di visibilità e di attenzione tra il 2018 e il 2019. Purtroppo la pandemia è stato per loro un colpo tremendo, perché ci siamo tutti chiusi in casa, è rientrata tutta la partecipazione sociale. Poi è subentrata una dinamica repressiva che c'è non soltanto in Italia, ma in molti altri paesi. Questi ragazzi dicono cose giuste, ma molto scomode per chi è al potere in questo momento e quindi il potere si illude, perché è un'illusione quella di reprimerle, quindi di lavorare sull'aspetto della sicurezza. In realtà ci sono due aspetti molto importanti da considerare. Il primo è che questi ragazzi, al di là dei modi giusti o sbagliati che usano, stanno rivendicando e stanno denunciando un’ingiustizia pazzesca, perché noi stiamo trasferendo loro un debito ambientale ed economico piuttosto elevato e questo è profondamente ingiusto, perché loro per definizione non hanno colpe rispetto a quello che abbiamo fatto noi”.

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E poi i giovani non li puoi fermare perché è nelle loro teste che ci sono le innovazioni del futuro, sono loro che salveranno il mondo se ci riusciranno con nuove idee, nuove tecnologie. Possiamo anche illuderci adesso di portarli in questura tutte le volte per intimorirli, ma sostanzialmente il futuro è loro e devo dire, lo stanno già creando. Sono esplose le iscrizioni a tutti i corsi di scienze ambientali o di economia circolare in Italia e nel mondo, hanno già capito che è lì il futuro e che le industrie del futuro avranno bisogno di competenze di questo tipo. Se oggi uno di noi prova a entrare in un Politecnico italiano, trova il futuro lì dentro. Ci trovi dei ragazzi e delle ragazze che stanno facendo cose pazzesche, schiume che fanno la fotosintesi, pannelli solari ad altissima efficienza, micro-comunità energetiche, nuovi materiali. Ed è pazzesca la differenza che c'è tra il dibattito pubblico fuori e quello che stanno facendo questi ragazzi, coi loro professori, con le università e i politecnici, lì. I politici dovrebbero andare a guardare un po' di più lì dentro per capire come andranno le cose nei prossimi decenni”.

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Dopo aver parlato di criticità, volevamo concludere chiedendole come si può continuare a lavorare insieme per aggiustare il tiro, migliorare, cambiare anche un po' la percezione della cultura rispetto alla crisi climatica?

Secondo me, i motivi di speranza in realtà ci sono e sono sostanziali, non sono speranze vaghe, sono speranze concrete. Per esempio, in una fase come questa in cui le negoziazioni internazionali falliscono, e quindi la dimensione top down è molto debole, si sta rafforzando tantissimo la dimensione bottom up. I movimenti, magari silenti, non vanno in piazza, ma fanno cose nuove, comunità energetiche, comunità di consumo consapevole, cambiano le consapevolezze di chi mette i soldi in banca e di chi va a comprare le cose al supermercato. Per esempio, secondo un'indagine recente anche tra gli italiani l'insofferenza verso il green washing è aumentata tantissimo. Quindi vuol dire che sta cambiando la percezione da parte dei consumatori e quindi inevitabilmente i produttori dovranno tenerne conto. E quindi questo è quello che noi chiamiamo un contagio positivo, cioè dal basso, piano piano diventa interessante, di moda addirittura, comportarsi in modo sostenibile e green".

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"E poi c'è l'innovazione, c'è il pensiero, c'è la conoscenza. Non bisogna pensare che le tecnologie ci salveranno miracolosamente e quindi che non dobbiamo fare tutto il resto, però le tecnologie sono fondamentali e lì c'è l'imprevedibilità serendipica della scienza, per cui i ragazzi che adesso sono entrati all'università hanno sicuramente dentro i loro occhi, dentro le loro teste delle innovazioni, delle idee, delle strategie che noi al nostro tempo non potevamo nemmeno immaginare. È successo anche a noi rispetto a chi è venuto prima di noi, quindi succederà anche a loro. Quindi la vera speranza è che loro troveranno delle soluzioni tecnologiche, delle idee che noi oggi non possiamo nemmeno immaginare. Certo, bisogna aiutarli, bisogna finanziare la ricerca, la scienza e smetterla di perderli. Perché ricordiamo che più di 100.000 italiani ogni anno se ne vanno dal nostro paese e il 60% di questi sono ragazze e ragazze con la laurea e con un'ottima formazione. Io ricordo sempre che l'Italia ha un problema di emigrazione più che di immigrazione. Quindi dovremmo far vedere ai politici quello che i giovani possono fare e far finanziare la ricerca scientifica”.