La crisi del linguaggio emotivo: sappiamo ancora dire cosa proviamo?
Una survey mostra che sempre più spesso ci esprimiamo usando espressioni mutuate dai social, ma che non siamo capaci di esprimere la complessità di ciò che proviamo
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La nostra capacità di esprimere emozioni e sentimenti sta diventando sempre più povera. Quattro terapeuti su dieci, tra i professionisti con oltre 10 anni di esperienza, riferiscono di percepire un crescente impoverimento delle competenze dei pazienti nel descrivere i loro stati emotivi. Sembra che stia diventando sempre più difficile, in particolare, trovare le parole per esprimere vissuti complessi: al loro posto si fa ricorso a slogan, frasi fatte e diminutivi, definizioni stereotipate che complicano la possibilità di identificare le diverse emozioni, la loro complessità e il saper chiedere aiuto quando è il caso. Per questo, in occasione della Giornata mondiale della Giornata Mondiale della Salute Mentale di sabato 10 ottobre, arriva l’Emozionario, un dizionario “all’incontrario”, con le frasi oggi di uso comune, e la spiegazione dei modi per esplorare quel che realmente proviamo.
EMOZIONARIO: IL DIZIONARIO ALLA ROVESCIA – Per provare ad offrire uno spazio in cui fermarsi a guardare le parole che usiamo e le emozioni che proviamo, la piattaforma Unobravo presenta “Emozionario - Il non dizionario delle emozioni”, strutturato come un vero dizionario, ma "al contrario": non si parte cioè dalla definizione accademica di un'emozione, come accade nei vocabolari tradizionali, ma dalle frasi oggi di uso comune per esplorare quello stato d’animo e le sue possibili sfumature. Scorrendo questi modi di dire, diventati di uso frequente soprattutto online, siamo invitati a chiederci se questi modi di dire esprimono davvero quello che proviamo. Ad esempio, possiamo chiederci se l'ansia da doomscrolling è davvero solo effetto della curiosità o se genera un senso di allarme e di paura, oppure se nella sindrome dell’impostore si intrecciano realmente, di caso in caso, la gioia per un riconoscimento ottenuto o un sottile senso di colpa.
MANCANZA DI EMPATIA O DIFFICOLTÀ DI ESPRESSIONE - Le giovani generazioni sono spesso accusate di essere anaffettive, ma l’indagine suggerisce che il problema non stia lì: solo il 4% dei professionisti indica l'empatia fra le competenze meno sviluppate, mentre si segnala più spesso, nel 68% dei casi, la fatica nell'esprimere le proprie emozioni. Quasi 8 professionisti su 10 individuano come principale fattore all'origine dello scarso livello di educazione emotiva, la provenienza da contesti familiari in cui parlare di emozioni non era un'abitudine. Nella loro esperienza, quando si fatica a dare un nome a ciò che si prova, può diventare più difficile anche comprenderne il reale significato e comunicare il bisogno di aiuto: una dinamica osservata da quasi 7 terapeuti su 10. Secondo circa il 30% degli intervistati, questo può contribuire a rimandare il momento in cui si decide di rivolgersi a un professionista.
IL BAROMETRO DELLE EMOZIONI - In base a un’indagine realizzata nel 2026 con Ipsos Doxa, emerge che solo 1 Italiano su 4 dichiara di aver ricevuto un’educazione emotiva; solo 2 Italiani su 10 affermano di aver avuto genitori che li aiutavano a dare un nome alle proprie emozioni; nella Gen Z, più di 1 giovane su 4 ammette di fare fatica a parlare di tristezza o rabbia in famiglia; il 58% è stato scoraggiato dall’esprimere le emozioni con frasi come “non piangere” o “devi essere forte”; infine, oltre 3 italiani su 4 ritengono che l’educazione emotiva ricevuta abbia influenzato il loro modo di relazionarsi con gli altri. Anche se alcune emozioni possono essere particolarmente sgradevoli, il fatto di saperle descrivere e di riuscire a dare loro un nome, può aiutarci a guardarla: e aiutarci a riconoscere che è comprensibile sentirla.
I TORMENTONI – L’Emozionario prende in considerazione alcune espressioni particolarmente ricorrenti nel linguaggio di persone di tutte le età. Tra queste:
- Sono in overthinking totale: e se invece fosse ansia? – Secondo il dizionario l’ansia è un’emozione composta da paura + attesa/anticipazione. Si va dal panico che ci coglie quando non ricordiamo dove abbiamo messo le chiavi di casa, fino all’elencare tutte le cose che potrebbero andare storte nell’arco della giornata. L’ansia non ci sta avvertendo di non essere all’altezza, ma ci mette in allerta, preparando il nostro corpo ad affrontare ostacoli, piccoli o grandi che siano.
- Sono Piena Rasah: e se fosse insofferenza? - "Piena Rasah", con un femminile sovraesteso, è un’espressione che sdrammatizza una situazione vicina all’escalation, vestendo di ironia una situazione di insofferenza che può segnalare la prossimità di un’esplosione. È della stessa famiglia della rabbia: un po’ meno intensa, ma simile.
- Sono in modalità zombie: e se fosse stanchezza, noia, tristezza, con un pizzico di senso di colpa? – Sentiamo di non aver sfruttato il tempo nel modo migliore ma, al tempo stesso, siamo così scarichi di energia da non poter immaginare un’attività diversa dallo stare sul divano. Una giornata di fiacca ci può stare, ma se la fase “down” si protrae, vale la pena parlarne con qualcuno.
- Sono un procrastinatore seriale: e se fosse vergogna? - Rimandare non è qualcosa di riconducibile solo alla pigrizia: a volte può essere una strategia di regolazione emotiva, cioè un modo che attuiamo per evitare una sensazione scomoda. In questo caso non evitiamo un compito, ma la sensazione associata a quello specifico esercizio. Definendoci "procrastinatori seriali" potremmo convincerci che si tratti non di un comportamento, ma di un pezzo della nostra identità che, in quanto tale, non può essere cambiato.
- Sono geloso perché ti amo: e se fosse paura di perdere? - Provare gelosia è un’emozione, ma quello che viene dopo, invece, è un’azione, e lì c’è un margine di scelta. Controllare un telefono, chiedere conto di una serata, ricorrere ad atteggiamenti troppo possessivi: per capire che effetto ha un comportamento non serve stabilire da quale emozione sia nato, né con quali intenzioni: chi lo riceve non vive le nostre intenzioni, ma le nostre azioni.
PERCHÉ DARE UN NOME ALLE EMOZIONI È COSÌ IMPORTANTE? –L’Emozionario si propone, come si legge nelle conclusioni, di focalizzare l’attenzione su alcune espressioni in modo che, dopo la lettura, “… quando ti capita di pronunciarle, tu possa prenderti ogni tanto qualche istante per chiederti come stai davvero. E se, chiedendotelo, ti accorgi che c’è qualcosa che pesa più del solito, parlarne con un professionista può essere un modo per fare un po’ di spazio”.
