Quasi la metà dei lavoratori occupati nel settore terziario è working poor. È quanto emerge dallo studio "Focus sul lavoro povero" della Filcams Cgil che ormai da anni pone l'attenzione sul settore del commercio, servizi e turismo, motore del mercato del lavoro. All’interno del macro settore emerge un'ampia articolazione: la situazione peggiore si registra nel turismo dove il 71,22% resta sotto la soglia di povertà, percentuale che al sud e nelle isole interessa quattro lavoratori su cinque.
Cosa dice il Report
Quasi la metà dei dipendenti occupati nel settore terziario, precisamente il 47,51%, è composta da lavoratori poveri, i quali percepiscono una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, soglia di povertà salariale (pari al 60% della retribuzione mediana), che sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’anno. Al sud, oltre tre lavoratori occupati nel terziario su cinque sono considerati working poor.
La ricerca è stata condotta su un campione di circa 6,3 milioni di persone, per le quali si dispone delle informazioni necessarie alla ricostruzione della distribuzione dei redditi da lavoro dipendente. Nell'indagine si fa riferimento a una nozione di lavoratore povero, la cui retribuzione annua risulti pari o inferiore al 60% della retribuzione annua mediana nazionale, corrispondente a 13.950 euro annui per chi ha almeno una settimana lavorata, e a 14.800 euro annui per chi ha almeno 12 settimane lavorate.
Sud e Isole penalizzate
Nel settore del Commercio, tra chi ha lavorato almeno una settimana, l’incidenza complessiva del lavoro povero è pari al 31,16%. Si confermano un marcato divario di genere (25,33% uomini; 36,60% donne) e territoriale, con valori pari al 22,39% nel Nord-Ovest, al 25,48% nel Nord-Est, al 31,29% nel Centro e fino a toccare il 48,52% nel Sud e nelle Isole.
Gender pay gap
Il divario retributivo di genere è di 15 punti nei servizi a svantaggio delle donne. L’incidenza del lavoro povero nel settore dei Servizi è del 52,60% tra chi ha lavorato almeno una settimana (42,06% uomini; 57,99% donne), con un divario retributivo di genere pari a 15,93 punti percentuali; a livello territoriale, i valori risultano di poco inferiori al 50% nel Nord (49,65% nel Nord-Ovest; 48,91% nel Nord-Est), superano tale soglia nel Centro (52,66%) e raggiungono i livelli più elevati nel Sud e nelle Isole (58,90%).
L'incidenza del part-time
Nel settore del turismo, alla maggiore diffusione di rapporti di lavoro di breve durata si associano retribuzioni più basse con una più alta incidenza del lavoro povero. Per chi ha lavorato almeno una settimana, il fenomeno si attesta su valori particolarmente alti, pari al 71,22% (66,72% uomini; 75,32% donne), con un divario di genere di 8,60 punti percentuali; sul piano territoriale, i valori risultano elevati in tutto il Paese, attestandosi intorno al 66% nel Nord (66,10% Nord-Ovest; 66,44% Nord-Est), al 69,39% nel Centro e raggiungendo l’81,14% nel Sud e nelle Isole.
"Il part-time involontario è ormai una condizione strutturale che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante", ha detto il segretario Generale della Filcams Cgil, Fabrizio Russo. Al divario territoriale che vede penalizzato il Mezzogiorno, si somma quello di genere che è più forte nei settori del lavoro di cura esternalizzato, del part-time involontario, degli appalti al ribasso, che coinvolgono l’occupazione femminile. "Siamo davanti a una vera e propria emergenza, quasi una persona su due guadagna meno di 15mila euro l’anno, aggiunge Russo, è un dato che rivela scelte organizzative precise, modelli d'impresa tarati sulla compressione del costo del lavoro e un'assenza di presidio contrattuale che dura da troppo tempo.
Il rinnovo dei contratti nazionali resta il primo argine contro il lavoro povero: è da lì che ripartiamo nella prossima stagione contrattuale, che nel 2027 ci vedrà al tavolo per tutto il settore del terziario distributivo e dei servizi, per restituire dignità e riconoscimento alle persone che rappresentiamo", conclude.
