Chi controlla lo stretto di Hormuz
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Un drone iraniano ha già colpito un impianto in Bahrein. Se gli attacchi alle infrastrutture idriche si intensificassero, le conseguenze sarebbero immediate e devastanti per 200 milioni di persone
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Dici Golfo Persico e dici petrolio. Naturale e immediata è l'associazione tra il luogo e la principale materia prima estratta e lavorata qui, da decenni la risorsa economica sulla quale i paesi che si affacciano su questo braccio di mare hanno costruito la propria ricchezza. Ma mentre la guerra tra lran e Israele e Stati Uniti entra nella sua terza settimana, un'altra risorsa, più discreta e meno protagonista dei mercati, si rivela essere il vero punto debole della regione: l'acqua potabile.
I Paesi del Golfo non bevono acqua di falda, non attingono a fiumi, non raccolgono piogge, ma consumano in prevalenza acqua di mare adeguatamente pulita e trasformata. Secondo i dati del Gulf Research Center citati da "Avvenire", il Bahrein dipende dalla desalinizzazione per il 95% del proprio fabbisogno idrico, il Kuwait per il 90%, l'Arabia Saudita per il 79%. L'intera regione produce circa il 40% dell'acqua desalinizzata mondiale, attraverso oltre 400 impianti che erogano ogni giorno 100 milioni di metri cubi. Non è un lusso infrastrutturale, ma la condizione minima della vita moderna in queste nazioni.
Gli otto Stati del Golfo contano una popolazione complessiva di oltre 200 milioni di abitanti. Nel 2023 hanno prodotto 7,2 miliardi di metri cubi d'acqua dolce attraverso la desalinizzazione, pari a circa 334 litri per persona al giorno. L'Arabia Saudita è di gran lunga il maggiore produttore: con 37 milioni di abitanti, ha prodotto 3 miliardi di metri cubi, seguita dagli Emirati con 1,9 miliardi, Kuwait con 0,8 e Qatar con 0,7.
L'impianto più grande al mondo è quello di Ras Al-Khair, di proprietà della saline saudite della Water Conversion Corporation, con una capacità di oltre un milione di metri cubi al giorno, sufficiente a coprire il fabbisogno di circa 3,5 milioni di persone. Negli Emirati il polo di riferimento è Fujairah, un impianto ibrido che serve Abu Dhabi con oltre un milione di metri cubi al giorno.
C'è poi una vulnerabilità dentro la vulnerabilità: la sola Arabia Saudita consuma circa 300mila barili di petrolio al giorno per alimentare i propri desalinizzatori, e molti impianti sono cogenerativi, (producendo insieme acqua ed elettricità) il che significa che un attacco alla rete elettrica blocca automaticamente anche la produzione idrica.
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È proprio questa fragilità che trasforma tali impianti in obiettivi sensibili. Una settimana fa le autorità del Bahrein hanno confermato che un drone iraniano ha colpito un impianto di desalinizzazione. L'Iran, a sua volta, ha accusato gli Stati Uniti di aver danneggiato un impianto simile sull'isola di Qeshm, con ripercussioni su trenta villaggi. Il ministro degli esteri iraniano Abbas Aragchi ha definito quell'azione "pericolosa".
Come ricorda ancora "Avvenire", nel 1991 l'Iraq scaricò deliberatamente petrolio nel Golfo Persico, contaminando le fonti degli impianti di desalinizzazione e costringendo il Kuwait a importare autocisterne d'acqua da mezzo mondo. Negli anni più recenti, la Russia ha colpito oltre cento strutture idriche in Ucraina, e Israele ha distrutto impianti idrici a Gaza. La norma internazionale che proteggeva le infrastrutture civili si è progressivamente spuntata.
Ciò che distingue una crisi idrica da qualsiasi altra emergenza è la velocità. Come evidenziato nell'analisi di "Asia Times" ripresa da "Avvenire", un'interruzione dell'approvvigionamento si farebbe sentire nell'arco di poche ore: ospedali, sistemi fognari, industria alimentare, scuole le infrastrutture più esposte a un collasso immediato e politicamente insostenibile.
Nader Habibi, economista di Medio Oriente alla Brandeis University, ha sintetizzato il punto in modo diretto: la sopravvivenza a breve termine delle popolazioni del Golfo dipende dalla sicurezza fisica di quegli impianti. Le monarchie arabe alleate degli Stati Uniti, già coinvolte in un conflitto che si allarga, si trovano ora a dover ripensare la propria sicurezza nazionale su un fronte del tutto inaspettato. Il petrolio si può razionare e importare. L'acqua, no.