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Dal referendum del 23 giugno 2016 a oggi: economia con il freno a mano tirato, governi sempre più deboli, nostalgia dell'Europa e il paradosso di Farage in testa ai sondaggi. Cosa è rimasto del sogno di indipendenza e ricchezza che stava dietro il "leave"
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Era il 23 giugno 2016 quando il Regno Unito si recò alle urne ed espresse un verdetto che nessuno, forse nemmeno chi lo aveva voluto, si aspettava davvero. Il "Leave" aveva vinto con il 51,89% dei voti contro il 48,11% del "Remain". A Londra, dove il 59,93% aveva votato per restare, la mattina del 24 giugno fu uno shock collettivo conoscere tale risultato. Dieci anni dopo, mentre un altro premier abbandona Downing Street prima del previsto, quel terremoto continua a farsi sentire.
I numeri, a distanza di un decennio, raccontano di un risveglio traumatico per gli inglesi dal sogno Brexit. Secondo un'analisi dell'economista Nick Bloom dell'Università di Stanford e pubblicata dal National Bureau of Economic Research, il Pil pro capite britannico è tra il 6% e l'8% più basso rispetto a quello che sarebbe stato senza la Brexit. Gli investimenti sono scesi del 12-13%, l'occupazione e la produttività ne hanno risentito. Il peso maggiore non è arrivato tanto dalle minori relazioni commerciali con Bruxelles, ma dall'aumento dell'incertezza economica, che ha frenato le decisioni delle imprese e rallentato l'adozione di nuove tecnologie.
L'Office for Budget Responsibility stima una perdita permanente di produttività pari al 4% rispetto allo scenario in cui il Paese fosse rimasto nel mercato unico. Le nuove barriere non tariffarie hanno aumentato i costi per le aziende esportatrici e ridotto l'efficienza delle catene di fornitura. Alla lunga, esportazioni e importazioni potrebbero risultare inferiori di circa il 15% rispetto ai livelli del mercato unico europeo. La sterlina, intanto, non è mai tornata ai livelli pre-Brexit, erodendo il potere d'acquisto dei britannici all'estero e lasciando le famiglie mediamente più povere di migliaia di sterline all'anno.
Anche Ryan Bourne, un economista dichiaratamente favorevole alla Brexit, ha riconosciuto a fine 2025 che dal 2016 il Paese è cresciuto più lentamente di Italia, Francia e Giappone. Le previsioni di crescita per il 2026 sono state riviste al ribasso dall'1,4% all'1,1%, mentre la Bank of England mantiene il tasso di riferimento al 3,75%. Il governatore Andrew Bailey ha riconosciuto che la Brexit ha probabilmente ridotto il potenziale di crescita del Paese, pur sottolineando come la City di Londra abbia mostrato una capacità di adattamento superiore alle attese, mantenendo un ruolo centrale nella finanza internazionale.
Sul fronte politico interno, la Brexit ha innescato una instabilità senza precedenti nella storia recente britannica. Sei governi in dieci anni. David Cameron, che aveva indetto il referendum scommettendo sul Remain, lasciò Downing Street la mattina dopo il voto. Theresa May si consumò nei negoziati con Bruxelles. Boris Johnson, il volto del Leave, ottenne l'accordo sul Commercio e la Cooperazione con l'Ue, ma fu travolto dagli scandali. Liz Truss durò 45 giorni. Rishi Sunak non riuscì a invertire la rotta. Keir Starmer, arrivato al potere nel 2024, aveva promesso di correggere il "maldestro accordo di Johnson" e abbattere le barriere commerciali, senza però rimettere in discussione i principi fondamentali: niente unione doganale, niente mercato unico, niente libera circolazione. Il grande reset, così era stato presentato, si è rivelato più un aggiustamento che una svolta.
Al vertice Regno Unito-Ue del maggio 2025, le due parti hanno concordato un'agenda su agricoltura, emissioni, mercato dell'elettricità e mobilità giovanile. I francesi, nel frattempo, hanno ottenuto una proroga di dodici anni sull'accordo sulla pesca, superiore a quanto inizialmente richiesto. Anche Starmer ha dovuto rassegnare dimissioni premature e ammettere di essere stato indebolito anche dalla coda lunga della Brexit.
Sul versante Ue, il tanto temuto effetto domino non si è verificato: nessun altro Stato membro ha seguito la strada britannica. L'Unione ha mostrato una capacità di tenuta superiore alle attese, e per molti osservatori la Brexit ha paradossalmente rafforzato la coesione interna dei Ventisette. Eppure l'assenza di Londra si è fatta sentire: economicamente, diplomaticamente, strategicamente. Il mercato unico ha perso uno dei suoi motori più dinamici, e il peso geopolitico dell'Ue ne è risultato ridimensionato proprio negli anni in cui le tensioni internazionali, dall'Ucraina al Medio Oriente, fino alle dispute commerciali con Donald Trump, richiedevano un fronte occidentale più compatto.
Oggi il sentiment britannico è cambiato in modo significativo. Secondo un sondaggio YouGov del giugno 2026, il 57% dei britannici ritiene che il Paese abbia sbagliato a votare "Leave". Il 23% di chi si dice deluso aveva votato per l'uscita dieci anni fa. Il sondaggista John Curtice, del National Centre for Social Research, stima che se un nuovo referendum si fosse tenuto nel 2025, i sostenitori della permanenza avrebbero vinto con il 58% contro il 42%. Il 55% dei britannici dichiara oggi di sostenere il rientro nell'Unione, percentuale che scende però al 35% se ciò dovesse avvenire senza le deroghe di cui il Paese godeva in precedenza.
Il paradosso è che, in questo clima di diffuso rimpianto, il partito che più di tutti ha voluto la Brexit, il Reform UK di Nigel Farage, è in testa nei sondaggi e ha stravinto le elezioni amministrative di maggio, erodendo consensi ai laburisti. L'ex europarlamentare, Mr. Brexit per antonomasia, potrebbe presto trovarsi a governare un Paese che rimpiange la Brexit. Nel fronte laburista, invece, si alzano voci sempre più esplicite: l'ex ministro della Salute Wes Streeting ha definito l'uscita dall'Ue un "errore catastrofico" e ha sostenuto che il futuro della Gran Bretagna risiede all'interno dell'Europa.
Un rientro, però, è tutto fuorché semplice. A Bruxelles c'è chi potrebbe chiedere l'impegno ad adottare euro e Schengen. Il percorso sarebbe lungo, tortuoso, con negoziatori britannici ed europei nuovamente alle prese con quote di pesca e regolamenti comunitari, ma senza la stessa posizione di forza.