No money, yes problem

Giovani, stressati e disoccupati: come la "stressflation" sta rovinando le nuove generazioni

La "generazione mille euro" è quella incapace di coniugare la stabilità emotiva con quella economica. Colpa di vecchi retaggi e nuove paranoie, che rischiano di ucciderci prima che arrivi il 27 e lo stipendio sul nostro Iban

di Manuel Santangelo
09 Ago 2026 - 06:50
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 © Istockphoto

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Un piccolo cult del cinema anni Novanta si intitolava in origine Reality Bites ("La realtà morde") ma noi preferimmo scegliere di chiamarlo Giovani, carini e disoccupati. Un modo per inquadrare una generazione, quella dei protagonisti, che sembrava avviata a vivere un'esistenza ben più complessa di quella dei genitori. Oggi, col senno di poi, quei ragazzi verrebbero visti quasi con invidia da chi ha la loro età adesso. Se quelli del 1993 sembravano "giovani, carini e disoccupati" ai loro epigoni odierni va anche peggio: questi ultimi sono infatti al massimo "giovani, stressati e disoccupati", divorati da un misto di ansia e inflazione che i fan degli inglesismi hanno già chiamato "stressflation". Non c'è più nemmeno lo spazio per essere carini per la Gen Z e quelli che la lambiscono, anche perché per esserlo ci vorrebbe una qualche stabilità economica e/o emotiva che prevenisse le occhiaie. 

Money matters, soprattutto se sei giovane

 Non avere una lira in tasca aumenta il disagio psicologico e lo stress. Non lo dice un esperimento compiuto su voi stessi, quanto piuttosto un serio studio appena pubblicato dall'autorevole American Psychological Association, che ha effettuato un’indagine su un campione di giovani tra i 18 e i 34 anni.

Ben l'80% di questi intervistati ha evidenziato come per loro la mancanza di denaro fosse tra le ragioni primarie per l'insorgenza di ansie e preoccupazioni. Un dato altissimo, soprattutto se lo si raffronta a quello registrato da persone di età differente. Non si tratta ovviamente di un caso. Mai come oggi, i timori legati al denaro sembrano infatti minare ogni aspetto dell'esistenza dei più giovani, a cominciare dalla costruzione di relazioni stabili. Ne dà un'ulteriore conferma anche un'altra ricerca recente, la Current-Talker Research, che evidenzia come addirittura il 15% degli intervistati abbia chiuso una relazione proprio per motivi economici. Una percentuale ballerina, che cresce fino al 25% nel caso della Gen Z, mentre si ferma appena attorno al 7% per i boomers. Anche in questo caso appare difficile pensare a una casualità.

Non c'è povertà senza difetto? "

 La Gen Z cresce dentro una quotidianità in cui il denaro non è una risorsa, è una sorveglianza costante. E quando il denaro influenza ogni scelta, influenza anche l’amore. "Prima ancora di chiedersi 'Mi piace?' ci si chiede 'Me lo posso permettere?'. Ma dietro quella domanda pratica se ne nasconde una più insidiosa: sono abbastanza per meritarmi questo?", spiega a Donna Moderna Cristina Berrettini, antropologa, psicologa e consulente familiare. In generale considerare i poveri pigri e poco intelligenti è un pregiudizio radicato che, se introiettato, può far danni. Margaret Thatcher definì la povertà come "un difetto del carattere" e troppi sembrano crederci nel 2026. Non è un caso se secondo l’ultimo Deloitte Global GenZ and Millennial Survey (un sondaggio che ha coinvolto oltre 22mila persone in 44 Paesi del mondo) l’inflazione e il costo della vita siano in assoluto la prima fonte di preoccupazione per le nuove generazioni. Un discorso che vale in particolare per quella Gen Z che negli Stati Uniti hanno già bollato come quella che "compra tutto e non possiede niente".

Vivere col cartellino del prezzo addosso

 Come fa notare Berettini bisogna sempre fare comunque la tara ai dati americani. Gli statunitensi sono infatti per abitudine sempre più attenti al successo economico, vero pilastro su cui si fonda l'intero "American dream". Un'osservazione condivisibile insomma, anche se non si può altresì negare come, complice l'esplosione dei social e della loro estetica, possa diventare facile per un ragazzo oggi "attaccarsi un cartellino del prezzo" e pensarsi in relazione a quanto guadagna.

È chiaro tuttavia che fare questo, vivere il denaro come misura del proprio valore, può diventare molto nocivo per la propria salute mentale. George Orwell in Down and Out in Paris and London descrisse efficacemente l'insicurezza economica come una condizione "che annulla il futuro. Perché quando sei povero passi intere giornate a letto e pensi solo a come mangiare domani". Cadere in una simile spirale e sentirsi sottovalutati in primis da se stessi può portare a una chiusura esistenziale che mina le relazioni prima ancora di iniziarle. Questo a maggior ragione se sulla propria posizione economica gravano anche vecchi stereotipi difficili da mandare in pensione.

Il cerchio perfetto e le bandiere rosse

 Nella vita sentimentale per esempio in tanti sono ancora legati a vecchi codici di comportamento che, uniti al portafoglio vuoto, finiscono per inibire una delle due parti. Qualche mese fa il New York Times raccontava di come sempre la Gen Z fosse frenata nell’accettare un appuntamento o nell’invitare fuori a cena a causa di insicurezze sul conto in banca. C'è da capirli, in un mondo dove non offrire da subito qualcosa all'altra persona è vista come una potenziale red flag. Uno studio pubblicato sulla rivista Couple and Family Psychology spiega come i problemi economici siano poi anche la principale causa della fine di una relazione, persino in coppie collaudate. In un contesto simile non sorprende insomma il successo di dating app come The Perfect Circle, in cui il guadagno è uno degli elementi su cui basare la compatibilità.

Ostaggi della volatilità permanente

 Una situazione del genere, dove si è ostaggio del proprio conto in banca persino in ambito relazionale, non fa che aumentare ansie e stress. Troppi hanno sostituito quella coscienza che il fumettista Zerocalcare rappresenta come un armadillo con il corrispettivo di un usuraio. Una voce interna non fa che ricordare scadenze, entrate e soprattutto uscite, portando l’85% degli italiani a soffrire già nel 2019 di disturbi legati allo stress (i dati sono di una ricerca di Assosalute).

Il tutto mentre un altro studio dell’Anxiety and Depression Association of America dello stesso anno già rivelava come Oltreoceano ben il 18% della popolazione presentasse sintomi riconducibili all’ansia. Il giornalista statunitense Michael Hobbes nel suo articolo Poor Millennials è stato tra i primi a trattare la povertà delle nuove generazioni adottando una prospettiva psico-emotiva e ha coniato per spiegarla il concetto di "volatilità permanente". In sostanza quella paura di muoversi sempre su un filo sottile a livello economico si rivela un piccone in grado di abbattere alla lunga la propria solidità mentale, ammonisce Hobbes. 

Non ci resta che il nichilismo finanziario?

 Viviamo in quello che l'economista Demetri Kofinas ha chiamato "nichilismo finanziario", un periodo in cui il mercato ha smesso di autoregolarsi e quindi di dare fiducia alle persone. Il dubbio è lecito: se non c'è logica nell'impianto come si può avere fiducia in se stessi, che di quella macchina non si è che un piccolissimo ingranaggio? Il rischio nel pensarla così è che si finisca alla fine per restare bloccati nei gangli di una profezia autoavverante.

Il concetto è: se il futuro non esiste e nulla oltre i soldi sembra importante cosa si può rincorrere oltre la ricchezza? Ci attende un futuro in cui accumuleremo fino a essere all'altezza della Ral dell'amore della nostra vita, forse. O magari abbracceremo finalmente la sana visione del filosofo olandese Rutger Bregman secondo cui la povertà non ha nulla a che fare con le doti e le abilità degli individui. Un punto di vista simile potrebbe salvarci, quasi più di un bonifico accreditato il 27 sul nostro Iban. Siamo davvero, per citare il titolo di un altro piccolo cult cinematografico stavolta italiano, la "generazione mille euro". Ma è davvero tutto lì il nostro problema?

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