La recensione

"Dov'è la Fiesta" pone una domanda scomoda a una generazione arrivata quando la "fiesta" era già finita

L'opera prima del toscano Niccolò Gentili è un raro esempio di commedia romantica italiana fatta dai trentenni per i trentenni. Una pellicola che racconta l'amore "sfigato" e precario di oggi

04 Ott 2026 - 07:00
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Nelle commedie romantiche del cinema classico, dopo un quarto d'ora, arrivava qualcuno pronto a rubare il cuore al protagonista. Nelle commedie romantiche di oggi, dopo un quarto d'ora, al nostro eroe al massimo... avranno rubato la macchina. Non c'è tuttavia cinismo in Dov'è la Fiesta, quanto piuttosto la piena coscienza di come, in un mondo dove tutto è precario, non si possa più investire a fondo perduto su qualcuno che non sia tu stesso. Un mondo dove la domanda "Noi cosa siamo?" resta un rebus irrisolvibile, soprattutto perché per rispondere bisognerebbe sapere prima bene chi si è come unità singola. Una mezza "mission impossible" in un periodo storico in cui le identità sembrano condannate a rimanere sempre fluide, volenti o nolenti. Si finisce quindi affannosamente a cercare una risposta anche solo parziale a quel "Noi cosa siamo?", mentre un altro interrogativo generazionale resta lì nell'aria a ricordarci che il tempo non è infinito: "Cosa fai a Capodanno?", si sentono chiedere allo sfinimento i protagonisti, cui tutti gli altri sembrerebbero paternalmente voler dire cosa fare della loro esistenza.

Undici capodanni

Undici capodanni Francesco Carril continua a essere perseguitato dal fantasma del primo dell'anno, a prescindere da quale sia il Paese in cui si trova a lavorare. L'attore pisano-spagnolo infatti, dopo essersi rivelato al grande pubblico con la serie diretta da Rodrigo Sorogoyen Dieci capodanni, torna in Italia per una commedia in cui il primo gennaio del 2027 viene visto con più ansia del millennium bug, un anno zero a cui bisogna arrivare per forza pronti.

Il traffico dell'anima

 Solo che il suo Leo, protagonista della commedia d'esordio dietro la macchina da presa di Niccolò Gentili, a quell'appuntamento rischia di arrivare in ritardo, imbottigliato com'è in un traffico romano che si ammanta volutamente di significati simbolici. Si tratta infatti in fondo dello stesso traffico congestionato in cui siamo bloccati tutti, soprattutto la generazione del protagonista. Non è un caso in questo senso che Leo incontri quindi la sua riluttante dolce metà proprio in una coda sul Grande Raccordo Anulare, un girone infernale che non ha nulla delle oniriche e felliniane scene di traffico de La dolce vita o delle gioiose sequenze musicali che aprono La La Land.

Hollywood è lontana

 La risposta italiana al capolavoro da Oscar di Damien Chazelle e alle sue danzerecce coreografie tra le auto è molto più prosaica e dolceamara. Come Emma Stone e Ryan Gosling in La La Land, anche i protagonisti di Dov'è la Fiesta sono artisti alla ricerca di riconoscimento ma, nell'Italia del "sogna umile" come mantra, Hollywood è lontana anche solo nelle ambizioni: a Leo basterebbe giustificare le sue velleità attoriali recitando in qualcosa di un po' più artisticamente valido di uno spot della finocchiona, mentre Irene (Linda Caridi) vorrebbe solo uscire dal castrante mondo della fiction italiana. Un universo che lei stessa alimenta scrivendo sceneggiature regolarmente editate e rese innocue da colleghi più anziani, per niente interessati a ribaltare e aggiornare i meccanismi di un sistema in cui in fondo stanno comodi. In fondo procedere con il pilota automatico gli permette di avere il tempo per pensare alla settimana bianca a Roccaraso.

Il personaggio di Irene e il meta-cinema

Il personaggio di Irene e il meta-cinema Linda Caridi è una delle attrici più sottovalutate del nostro cinema. Per capirlo basterebbe notare come sia in grado di risultare credibile sia nei panni della moglie calabrese del maturo Pierfrancesco Favino (nel bellissimo thriller milanese L'ultima notte di amore) sia qui, nelle vesti di interesse amoroso del confuso trentenne Leo.

La sua Irene vive il paradosso tutto italiano di essere una sceneggiatrice precaria ma al contempo pure una tutor che insegna agli altri come scrivere storie. Un assurdo che alle nostre latitudini si trasforma spesso e volentieri quasi in prassi, basti pensare per esempio a quanti giornalisti finiscano per riciclarsi tutor in master da cui sono usciti il giorno prima. La scelta di aver dato alla protagonista questa doppia vita lavorativa garantisce a Gentili l'opportunità di sfociare a volte nel meta-cinema, regalandoci momenti squisitamente post-moderni (come quelli in cui Irene rompe la quarta parete per riflettere sull'impossibilità di ripetere i cliché della commedia romantica nella vita reale).

Decostruzione della commedia romantica

 Il regista si diverte a usare il film per fare un discorso sul genere, spostando in un contesto credibile tutti quei personaggi/funzione che nella commedia romantica degli anni Novanta/Duemila finivano per prosperare quasi naturalmente, capaci com'erano di vivere l'amore e il sesso a pieno senza preoccupazioni aggiuntive. Ecco quindi che Leo può essere visto come uno Hugh Grant "made in Fucecchio", un sex symbol involontario la cui verve pare tuttavia condannata a venire inibita dalla burocrazia e dalla famiglia italiana. Il tutto mentre la sua riluttante dolce metà Irene, terrorizzata dalla scoperta del test di Bechdel, convive con la paura di diventare come la protagonista di Harry ti presento Sally: una donna che parla con le amiche "solo di uomini".

C'è poi l'irresistibile personaggio interpretato dallo stesso regista, con Gentili che si ritaglia per lui il ruolo del coinquilino saggio e sconclusionato sul modello di quello di Grant in Notting Hill o di quello interpretato dal sempre compianto Libero De Rienzo in Santa Maradona. Va infine ricordato anche il narratore onnisciente interpretato da Giorgio Tirabassi, che nei suoi brevi intermezzi ribalta la commedia romantica natalizia presentandosi come un deus ex machina a suo modo misterioso. Un personaggio ambasciatore della romanità, che sarebbe calzato a pennello a Gigi Proietti (si immagini il mitico Gigi intento a interpretare il monologo su Via Palmiro Togliatti).

Il fantasma della commedia

 La grande commedia italiana non è insomma qui continuamente evocata, quasi si trattasse di un fantasma del passato dickensiano con cui è impossibile evitare il confronto diretto. Gli attori squattrinati Leo e Pasquale (il suo coinquilino) vanno a delle cene in cui sperano di incontrare il monumento Benigni per svoltare, pur sapendo che l'attore toscano difficilmente parteciperebbe a certi eventi mondani. La loro disperazione è tale da vedere il mito del cinema giapponese Takeshi Kitano in un turista che gli fa la foto. Una situazione ben riassunta nella breve sequenza in cui vediamo Leo provare a leggere Fiesta di Hemingway sul suo letto, sotto un poster gigante di Non ci resta che piangere. Un momento che serve quasi a ribadire anche allo spettatore più disattento le coordinate dell'intera operazione filmica.

Snakes on a party

 "Torna a Fucecchio" è il mantra del padre di Leo, che alla fine arriverà in città per aiutare il figlio rendendosi conto di non essere adatto ai ritmi di un mondo dove la sua burbera ingenuità non è più tollerata. Paradossalmente il protagonista, che agli occhi del padre resta un "giuggiolone" poco adulto, si rivela alla fine più smaliziato del genitore quando tocca approcciarsi all'ordine costituito. In fondo la burocrazia è forse il grande nemico nella commedia italiana di questo decennio.

È impossibile non pensarlo, soprattutto dopo aver visto uscire praticamente in contemporanea Dov'è la Fiesta e Serpenti di Roberto De Paolis Maino. In entrambi i film infatti le forze dell'ordine scadono presto nella caricatura grottesca, attente come sono più alla forma che alla sostanza. Poco importa che nel mirino finiscano i carabinieri piuttosto che la polizia: si parla sempre dei rappresentanti di un potere sclerotizzato e incapace di scendere da un piedistallo su cui sembra essersi messo da solo senza reali meriti. Non importa che tu voglia denunciare la sparizione di un auto o l'omicidio di tua moglie (come in Serpenti), in ambo i casi dovrai aspettare, contrattare per l'attenzione di chi hai di fronte e sperare che quest'ultimo faccia il suo lavoro senza lanciarsi in questionabili favoritismi. 

Alla fine nel film tutto si risolve accontentandosi. Una soluzione forse inconcepibile per chi è cresciuto con un cinema anni Ottanta dove i nostri eroi portavano a casa nell'epilogo l'intera posta in gioco: auto, amore, lavoro ed encomi personali. Qui il bacio finale è l'inizio di una storia fuori campo che non sarà comunque semplice da gestire. Non si esaurisce "tutto in una notte", pur essendo di fronte a una pellicola capace di mantenere quello spirito alla John Landis per tutta la sua durata.

Guardare avanti

 Anche se allo spettatore viene data comunque la speranza che i nostri due eroi riusciranno prima o poi a lasciarsi alle spalle quel rumore di fondo prodotto da colleghi, amici e altri soggetti imbottigliati nel traffico della vita. Forse Leo e Irene riusciranno a fare prima o poi quello che fa nel suo film il regista Niccolò Gentili il quale, in un omaggio continuo a Woody Allen, sceglie spesso di far spesso scoppiare il casino alle spalle dei personaggi. Una scelta registica che condanna un'altra manciata di gag a rimanere relegata sullo sfondo, dando tuttavia al contempo allo spettatore l'illusione che un modo per lasciarsi alle spalle (letteralmente) certe grottesche difficoltà rimanga comunque possibile. 

Forse siamo anche noi troppo impegnati a chiederci Dov'è la Fiesta  per renderci conto di come dietro di noi rimangano le macerie di un party già finito. Basterebbe girarsi per rendersi conto di come non siano rimasti più nemmeno i palloncini e le pizzette di quella festa. Ma preferiamo forse giustamente guardare avanti, ignorando quello che potrebbe farci paura e che nel film è personificato dallo spettro di uno psicoterapeuta sicuro di sé in grado di rubarci il partner e i traumi condivisi cui teniamo tanto. Guardare avanti senza voltarsi è alla fine anche la scelta di Leo e Irene, fieri rappresentanti di una generazione che ignora cosa farà alla fine del mese, quando il contratto di sostituzione estiva sarà ormai scaduto. Ma intanto ha già sul cellulare una chat su WhatsApp che gli chiede: "Torni in Abruzzo a Capodanno?".

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