TRA aggressioni e contenziosi

Sanità, l'allarme: molte aree rischiano di restare senza chirurghi entro 5 anni

La Società italiana di chirurgia: uno su due ha più di sessant'anni e i giovani scappano. Il ministro Schillaci: "120 milioni di euro l'anno per le specialità meno attrattive e lo scudo penale"

12 Ott 2026 - 12:42
 © Ansa

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"Entro 5 anni molte aree italiane rischiano di restare senza chirurghi". L'allarme è stato lanciato in queste ore dal presidente della Società Italiana di Chirurgia e ordinario di chirurgia generale all'Università Vanvitelli di Napoli, Ludovico Docimo. L'occasione è il 128° Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia, aperto a Roma. Tra le misure del governo per tamponare l'emergenza 120 milioni l'anno per specialità meno attrattive e scudo penale.

L'allarme

 L'allarme arriva a poche ore dalla presentazione di uno studio pubblicato sul Journal of the American College of Surgeons secondo cui negli Stati Uniti 15 milioni di persone vivono in contee senza un chirurgo generale. Un rischio che, secondo Docimo, potrebbero correre anche molte aree dell'Italia, dove la crisi vocazionale per la chirurgia sarebbe ormai strutturale dal 2021. "L'Italia non dispone di studi sulla forza lavoro chirurgica equivalenti a quello americano, ma i segnali vanno nella stessa direzione, con il rischio che molte aree restino in pochi anni senza chirurghi", avverte Docimo. "I dati del 2026 sulla copertura delle borse di specializzazione in chirurgia generale, infatti, pur segnando una lieve controtendenza rispetto all'anno scorso, con il 30% di posti vuoti contro il 37,8% del 2025, confermano che la crisi vocazionale è tutt'altro che superata. A oggi, a livello nazionale, restano infatti scoperti 193 posti su 646 banditi, pari a quasi un terzo di quelli disponibili, con punte ben più gravi in alcune aree del Paese".

Le aree più a rischio

  "A L'Aquila, ad esempio, non è stato assegnato nessun contratto, a Udine e Genova quasi nove posti su dieci sono rimasti vuoti, mentre a Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia quelli occupati non superano il 20%" avverte Docimo." A questo si aggiunge che il 10% dei posti assegnati è destinato a essere abbandonato prima di cinque anni di corso, e il 10% di chi si specializza va a lavorare all'estero o nel privato. Inoltre, tra i primi 1.000 classificati al concorso, solo 9 hanno scelto la chirurgia generale", puntualizza.

"In cinque anni 1500 chirurghi in meno"

 I problemi non riguarderebbero solo gli ingressi, ma anche le uscite: secondo i dati Eurostat oltre la metà dei chirurghi generali italiani che lavorano in ospedale ha più di sessant'anni, contro il 32% della Spagna e il 44% di Francia e Germania. "Entro il 2030 potrebbero lasciare il servizio, spinti da stress, carico di lavoro e scarse risorse, circa 2.800 chirurghi dei 6.500 assunti negli ospedali, mentre i giovani specialisti, in base ai posti coperti nelle scuole di specializzazione dal 2022 ad oggi, non arriveranno a 1.300, con un saldo negativo di circa 1.500 chirurghi che le strutture pubbliche potrebbero avere difficoltà a compensare", prosegue Docimo.

"Un intervento su 10 a rischio nei prossimi 5 anni"

  Dati che ovviamente si ripercuoterebbero direttamente sui pazienti con il rischio che l'accesso alle sale operatorie risulti sempre meno garantito nei tempi e nei modi giusti. "Una proiezione allarmante, frutto del divario tra un calo del 20% dell'organico e un aumento atteso del 12% della domanda di cure chirurgiche previsto nei prossimi cinque anni sulla base dell'andamento demografico, dei modelli di utilizzo dei servizi sanitari e del rapporto tra chirurghi e popolazione" spiega Docimo. "Tutto questo si traduce per i pazienti in un accesso più critico al bisturi con 1 intervento di chirurgia generale su 10 a rischio sui 650mila eseguiti ogni anno, tempi di attesa destinati ad allungarsi sempre di più e distanze sempre maggiori da percorrere per ricevere cure chirurgiche, soprattutto nelle regioni del Sud".

Perché il bisturi non attrae più?

 Diventare chirurgo generale insomma non sarebbe più il sogno nel cassetto di chi ambisce a indossare il camice, oggi più attratto da specializzazioni come la cardiologia, la ginecologia o la dermatologia. "I motivi del drammatico allontanamento dei giovani dalla chirurgia, fino a qualche tempo fa molto ambita e invece oggi tra le specialità chirurgiche più in crisi, sono da individuarsi nei turni di lavoro massacranti rispetto a un riconoscimento economico non adeguato, tra i più bassi dell'Europa occidentale. A questo si aggiungono la mancanza di uno scudo penale, ancora all'esame del Parlamento, e un crescente contenzioso medico-legale, pari a +150% nel corso di 10 anni, che nella maggior parte dei casi si dimostra privo di fondamento, ma che fa aumentare vertiginosamente i costi delle coperture assicurative, che superano gli stessi guadagni dei giovani specialisti. Per non parlare poi delle crescenti aggressioni - sottolinea con preoccupazione -. A pesare anche il lento aggiornamento del parco tecnologico, soprattutto per le procedure robotiche che spinge i giovani a trasferirsi all'estero per acquisire competenze più all'avanguardia, proprio quando avremmo bisogno di chirurghi più aggiornati. Tutto questo induce i giovani a trovare collocazioni lavorative nelle strutture private o a migrare verso altri Paesi". 

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La riforma della responsabilità professionale

 Parallelamente alla carenza strutturale di personale, resta dunque aperto il fascicolo più atteso dai chirurghi italiani: la riforma della responsabilità professionale, presentata dal ministro della Salute Orazio Schillaci, con il disegno di legge del novembre scorso, e ora all'esame della Commissione Affari Sociali della Camera. "L'Italia è l'unico Paese al mondo in cui l'errore medico ricade anche nella sfera penale, con il rischio di processi e di condanne per lesioni o morte" conclude Docimo. "In questo contesto il chirurgo è la figura più esposta rispetto alle altre specialità. La nostra richiesta è quella di circoscrivere e ridimensionare la responsabilità penale, rendendo strutturale il cosiddetto "scudo", in base al quale chi sbaglia risponde anche penalmente, ma il rispetto delle linee guida diventa una discriminante e l'errore grave resta penalmente rilevante solo se queste non sono state rispettate. Su questa strada - conclude -, i chirurghi sono al fianco del governo e chiedono l'approvazione dei decreti attuativi entro il termine ultimo del 31 dicembre".

Le misure già introdotte

 Presente alla cerimonia di apertura del Congresso anche il ministro della Salute Schillaci. La chirurgia è un "pilastro della sanità pubblica" ma "da alcuni anni, purtroppo, questa disciplina così nobile non esercita più lo stesso appeal sulle nuove generazioni", ha detto Schillaci che ha illustrato le misure già introdotte: dai 120 milioni l'anno per le specializzazioni meno attrattive al rinnovo del contratto del comparto sanità prima della scadenza, fino al disegno di legge di riforma delle professioni sanitarie in corso in Parlamento, dove il Governo affronta anche quella attesa della responsabilità professionale. "L'obiettivo è rafforzare il cosiddetto scudo penale, prevedendo che il medico sia penalmente punibile esclusivamente nei casi di colpa grave", ha detto Schillaci, con riferimento alle linee guida e alle buone pratiche clinico-assistenziali come elemento di grande rilievo.

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