l'intervista

Terremoto Venezuela, una sopravvissuta al sisma del 1967 a Tgcom24: "La rinascita del Paese parta dal popolo, allora come oggi"

Tra i ricordi della scossa di magnitudo 6.5 di 60 anni fa, un messaggio di speranza arriva da una pensionata che, in Italia, a oltre una settimana dall'ultima tragedia, attende notizie di conoscenti dispersi a Caracas

di Gabriella Persiani
02 Lug 2026 - 07:00
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 © Afp

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"Avevo 16 anni quel 29 luglio 1967 quando una scossa di magnitudo 6.5 colpì Caracas. Sono passati quasi 60 anni ma ricordo tutto: erano le 8 di sera, ero in auto con mio zio quando la strada iniziò a ondeggiare e si aprì. E poi il panico, il caos, la distruzione". Racconta così a Tgcom24, tutto d'un fiato, senza pause, nel rivivere lo shock di quella sera lontana, una sopravvissuta di allora, oggi pensionata. E' nata in Venezuela da genitori italiani, attualmente risiede in Italia. La raggiungiamo telefonicamente in Abruzzo, mentre da Caracas attende ancora notizie di parenti e conoscenti. "Sono tante le famiglie italo-venezuelane considerate disperse dal 24 giugno scorso, soprattutto a La Guaira, zona dell'epicentro dell'ultimo terremoto". E in questa dolorosa attesa riemergono ricordi che sembravano dimenticati per sempre.

Cosa ricorda di quel 29 luglio di quasi 60 anni fa?
"Vivevo e studiavo in Italia, ma d'estate tornavo dai miei genitori a Caracas e quella sera venne a prendermi mio zio per portarmi a casa sua, dove sua moglie ci aspettava. Eravamo in auto, fermi a un semaforo, in un quartiere molto popolare e popoloso di Caracas, quando la macchina iniziò a sollevarsi. Vedevo l'asfalto che si gonfiava davanti a noi. E in un primo momento mio zio pensò a qualche buontempone, che, vedendo una vettura piccola ferma, ci stesse facendo uno scherzo spingendola. Poi realizzò che era il terremoto. Tutt'intorno le insegne oscillavano, la folla correva e gridava in preda al panico, la strada si intasò di gente in fuga, ma soprattutto non potrò mai dimenticare questa scena".

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Quale?
"E' uno dei ricordi più brutti che ho. Noi eravamo fermi davanti a un cinema e per la scossa molto forte gli spettatori dalla sala si riversarono in strada. Tra loro, una donna cadde a terra nell'androne e tutti gli altri le passavano sopra, la calpestavano".

Cosa avete fatto in quei frangenti?
"Noi non potevamo più muoverci da lì e presto si creò un ingorgo di auto incredibile. Ci mettemmo sei ore a raggiungere la casa degli zii, quando di solito, con il traffico di un normale sabato sera ci avremmo impiegato una mezz'ora. L'epicentro era stato nella parte opposta della città ma anche in quel quartiere medio-basso le strade erano diventate impercorribili. Noi arrivammo ad Altamira, epicentro della scossa del 24 giugno scorso, che era passata mezzanotte. Non so poi da lì come riuscii ad avvisare i miei genitori. Ho davanti agli occhi i palazzi gemelli affianco al condominio di mio zio, in un quartiere alto. Quello più vecchio come costruzione rimase in piedi, quasi illeso, ed esisteva a tutt'oggi; quello dietro, più recente, collassò. In quella zona vivevano gli italiani che avevano fatto fortuna e in un altro palazzo lì attorno si festeggiavano i 15 anni di una ragazza, la festa della Quinceañera, come se fossero i nostri 18 anni. Lì ci furono tanti morti, anche tra italiani, ma non tutti tra di noi ci conoscevamo perché la vecchia guardia degli immigrati era divisa per gruppi regionali; solo la generazione successiva ha fatto più squadra e si è integrata".

Distruzione tutt'attorno?
"Macerie vere e proprie non ne avevo viste per la strada, palazzi lesionati sì, anche con crepe profonde, perché in realtà l'epicentro era stato dalla parte opposta a noi. La stessa casa dei miei zii fu dichiarata inagibile; loro cercarono in tutti i modi di recuperare qualcosa dentro, ma i servizi di emergenza non facevano passare, tutto era transennato. E lo sciame sismico durò a lungo. Passammo la prima notte tutti all'aperto, in piazza Montanira, una piazza molto grande. Mentre i soccorritori erano al lavoro. Ricordo il recupero di una vittima, quei piedi bianchi... Un mese dopo passai di nuovo da lì, allo Palos Grandes, sembrava uno scenario da fine del mondo, come in un film apocalittico. E persisteva un odore molto forte di morte. Per disinfettare ed evitare epidemie era stato tutto asfaltato... Fu una bruttissima sensazione".

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Ma di quella notte, qualche storia di un miracolo tra le macerie?
"Sì, nacque un bimbo. Una donna partorì mentre tutti eravamo in piazza. E al figlio mise il nome di 'terremoto'. Io rimasi scioccata per il nome scelto".

Rispetto a oggi cosa è cambiato?
"Allora le squadre di soccorso, i pompieri, la polizia avevano i mezzi per scavare tra le macerie, anche se dopo qualche giorno non si cercava più nessuno. Oggi non hanno neanche i guanti e con il buio devono fermarsi. Insomma dopo 60 anni la situazione del Paese è peggiorata, al di là di questa catastrofe. Quando arrivò il regime, prima con Chavez, il popolo vide la speranza del riscatto perché una nazione così ricca non accettava una miseria così grande. Poi non so cosa succede: vanno al governo e si sentono onnipotenti. In un primo momento alcune riforme sembravano a vantaggio dei cittadini, ma poi i proventi dei barili di petrolio sono stati dilapidati e non sono stati spesi per il bene del Paese. Per questo oggi il disastro, magnitudo a parte, è più grande".

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Ma i venezuelani sono pronti per i terremoti?
"Credo di no. Bisogna pensare che i Paesi sudamericani sono dei Paesi in cui si vive alla giornata per cultura: passa oggi, che arriva domani. E' probabile che anche dopo il terremoto del 1967 nelle scuole sia stato detto come comportarsi, ma non si fa come in Giappone, nonostante anche il Venezuela sia un Paese ad alto rischio sismico. E non si costruisce neanche bene per evitare la catastrofe. Anche se per un certo periodo le costruzioni in Venezuela venivano realizzate bene in base alle norme anti-sismiche, con buoni materiali. Poi la corruzione ha preso il sopravvento. Così l'uomo dimentica quello che può essere un sisma".

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Lei in qualche modo è impegnata in prima persona?
"In Italia i gruppi di italo-venezuelani, guidati da tanti attivisti anti-regime, non hanno mai smesso di mobilitarsi per la popolazione, come fanno da anni. Ho partecipato a una messa per le vittime del sisma domenica scorsa e anche in quell'occasione si sono raccolti fondi, perché ancora più di prima lì c'è bisogno di tutto. Da anni anche io invio medicinali, ma purtroppo le scatole a destinazione arrivano già aperte... E immagino ancora più i sopravvissuti restare a galla solo grazie al loro ingegno, all'astuzia, al 'tropicalito', come si chiama lì l'arte di arrangiarsi nel niente e col niente".

Mi pare di capire che la vera ricchezza di quel Paese sia da sempre proprio il suo popolo.
"Sì, parliamo di un popolo gentile, affabile, li vedo tutti lì ora a darsi da fare, anche se negli ultimi tempi la politica aveva creato delle forti divisioni tra i cittadini. Ma sì, si soccorrono a vicenda, è un bellissimo popolo. Nel momento del bisogno tutti si aiutano".

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© Withub

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Anche stavolta, come nel 1967, la località più colpita è La Guaira.
"Lì ci sono le seconde case sul mare dei carachegni e la popolazione è composta da chi lavora all'aeroporto e al porto. Anche mio fratello e mia cognata avevano un appartamentino al mare in uno di quei palazzi a La Guaira, ma era diventato costoso mantenerlo, per questo lo avevano venduto anni fa. L'altro giorno mio nipote mi ha mandato una foto: quel palazzo non esiste più dopo le scosse del 24 giugno e siamo tutti dispiaciuti perché, tra conoscenti e amici, ci sono tanti dispersi. Per la Festa Nazionale della Battaglia di Carabobo, infatti, tanti avevano lasciato Caracas per trascorrere qualche giorno al mare".

Qual è la sua speranza?
"Mi auguro, innanzitutto, che non ci siano più scosse così forti come le prime e che questa volta si dia attenzione al popolo. Non credo che sarà così, ma vorrei che gli aiuti umanitari internazionali finiscano davvero nelle mani giuste e che tutta la forza, la rabbia dei venezuelani venga canalizzata per cambiare questo Paese una volta per tutte".

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