Lo strappo con Riad e la fine dell'Età del petrolio, cosa significa l'addio degli Emirati dall'Opec
Abu Dhabi dice addio all'Opec dopo quasi sei decenni e si mette in proprio. Uno sguardo al futuro, tra guerra dei prezzi e l'attrattiva di Usa e Cina
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Sono entrati nell'Opec prima ancora di essere un Paese, prima di essere ufficialmente nati sulle cartine e sui mappamondi. Gli Emirati Arabi Uniti diventarono uno Stato nel 1971, ma da quattro anni erano già una delle punte di diamante dell'Organizzazione dei produttori di petrolio insieme ad Arabia Saudita, Iraq e Iran. Come un fulmine a ciel sereno, 59 anni dopo, Abu Dhabi ha annunciato l'addio al "cartello del greggio". Un divorzio improvviso ma prevedibile, frutto di tensioni interne esacerbate dal conflitto in Iran. Ma soprattutto da un freddo calcolo matematico ed economico. Gli Emirati non intendono più farsi dettar legge da nessuno, a maggior ragione se si tratta di oro nero.
Un duro colpo per l'Opec: alcuni numeri
La prima lettura, la più immediata, è quella che guarda ai semplici numeri. Con l'addio degli Emirati Arabi Uniti, l'Opec perde circa il 12-15% della sua produzione. Ma il grande colpo non arriverà solo in termini di barili immessi quotidianamente nel mercato, bensì in "capacità produttiva in eccesso". Il margine di produzione di Abu Dhabi, rispetto al tetto giornaliero fissato dall'Opec, è infatti il secondo più ampio dietro alla sola Arabia Saudita. Questo significa che, nel caso in cui ci sia bisogno di immettere più barili nel mercato per ottenere un ammorbidimento dei prezzi, le capacità di raffinazione degli Emirati sono un'arma fondamentale. Anzi, erano.
Il nodo della produzione e l'oleodotto per bypassare Hormuz
Il cartello del petrolio ha il compito di garantire ai membri un reddito costante, al contempo limitando la fluttuazione dei prezzi per i produttori e per i consumatori. Questo significa che l'Opec apre il rubinetto e aumenta la produzione di barili al giorno se ravvisa un eccessivo innalzamento dei prezzi, mentre al contrario lo chiude quando i prezzi calano troppo riducendo gli introiti dei Paesi membri. In questo gioco di "galleggiamento", ogni Paese membro deve rispettare una quota specifica di greggio da immettere ogni giorno nel mercato. Per gli Emirati Arabi Uniti quella cifra è di 3,4 milioni di barili al giorno. Peccato che la sua capacità attuale ammonti a 4,85 milioni di barili, arrivando a 5 milioni entro dodici mesi grazie a ulteriori investimenti tecnologici. Primo tra tutti l'oleodotto Habshan–Fujairah, con una capacità di 1,5-1,8 milioni di barili al giorno, che permetterà di aggirare lo Stretto di Hormuz e scongiurare almeno in parte le conseguenze dell'attuale - e di futuri - blocchi navali.
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Fumo e fiamme si levano da un impianto energetico di Fujairah, nel Golfo, dopo i raid iraniani del 14 marzo scorso
Il guinzaglio di Riad e la prospettiva di una guerra dei prezzi
Dalla matematica si arriva velocemente alla geopolitica. Abu Dhabi è consapevole che quegli 1,6 milioni di barili sono un'enorme potenzialità inespressa, e quindi un introito mancato. Nel frattempo, l'Arabia Saudita riversa sulle petroliere quasi 10 milioni di barili al giorno. Le tensioni interne al cartello, e in particolare tra gli Emirati e Riad, erano note. La guerra e il blocco di Hormuz hanno fornito la spinta sufficiente a uno strappo che era già nell'aria. Rimanere nell'Opec significava infatti rinunciare a un facile guadagno per sottostare a una regolamentazione piovuta dall'alto e, agli occhi degli Emirati Arabi Uniti, voluta da Riad anche per tenere al guinzaglio gli altri produttori di greggio. Una conclusione a cui era giunto il Qatar nel 2018, dichiarando proprio l'uscita dal gruppo. Una guerra di prezzi non sembra fuori questione, ma quanti Paesi oltre all'Arabia Saudita potrebbero davvero permettersela?
Il greggio Usa e la transizione energetica: verso la fine dell'Età del petrolio
Ma c'è anche una visione futura dietro la scelta di abbandonare il cartello del greggio. Il fracking americano, con il suo petrolio "leggero" estratto da rocce argillose, ha eroso il monopolio dell'Opec fino a relegarlo al di sotto del 50% della produzione di greggio mondiale. A questo si aggiunge una sempre più dilagante transizione energetica. Per dirla con Ahmed Zaki Yamani, ex ministro dell'Energia dell'Arabia Saudita: "L'Età della pietra non è finita perché erano terminate le pietre. L'Età del petrolio non finirà perché non c'è più petrolio". Il tempo stringe e Abu Dhabi lo sa. Ha puntato molto sul settore del turismo e su quello finanziario, da mesi quantomeno azzoppati dagli attacchi iraniani. È arrivato il momento di fare cassa il più possibile prima che il mondo volti le spalle (quasi) completamente al greggio e, con quei soldi, finanziare la diversificazione economica. Ma per farlo al meglio bisogna tagliare tutte le limitazioni, a partire da quelle dell'Opec, e adottare una politica estera indipendente e pragmatica da "lupo solitario". Per avvicinarsi di più all'Occidente (leggasi Stati Uniti) ma anche alla Cina, sacrificando la coesione araba.
