Un italiano su quattro (26%) comincia a pensare alla vecchiaia tra i 25 e i 34 anni. Paradossalmente, però, oltre il 60% dei sessantenni si sente più giovane dei propri dei propri anni, contro appena il 22% dei ventenni. E se il significato di parole come "longevity" e “mindful” resta misterioso per la maggioranza, oltre la metà dei nostri connazionali cerca di vivere in modo san e cura il proprio equilibrio e benessere, il sonno, la sana alimentazione, la prevenzione e le relazioni sociali. Soprattutto le donne.
IL PARADOSSO DELL’ETÀ – Il fenomeno della distanza tra età anagrafica ed età percepita è un fenomeno per certi versi paradossale, ma tipico di questo momento storico. Si tratta però di un fatto che spiega molte cose non solo del nostro modo di vivere e di affrontare un dato biologico innegabile, ma che ben descrive la società in cui viviamo. Il cuore di questo paradosso è raccontato dall'indagine ‘Human After All’, firmata dall’agenzia media globale Hearts United e realizzata con Doxa su un campione rappresentativo di 2.000 italiani, interpellati con metodologia CAWI. Il primo aspetto preso in considerazione è l’età in cui gli italiani oggi cominciano a preoccuparsi di invecchiare. Qui arriva la prima sorpresa: il momento non scocca nel periodo della maturità, dopo i 50 anni, ma già verso i 30. E, secondo dato interessante, più passano gli anni, meno ci sentiamo vecchi. Insomma, l’età anagrafica e quella percepita sembrano via via raccontare sempre meno la stessa storia. I più consapevoli in assoluto del tempo che passa sono le persone tra i 45 e i 64 anni e le donne, ma allo stesso tempo, la percezione di sentirsi più giovani della propria età anagrafica riguarda già il 22% dei 18-24enni e il 37% dei 25-34enni, supera la metà tra i 35-44enni (58%) e raggiunge il 62% tra gli over 65.
LO SGUARDO SUL FUTURO – Per spiegare il fenomeno occorre prendere in considerazione gli aspetti sociologici della questione: dopo i 30-40 anni non è solo la biologia a cambiare, ma soprattutto l’occhio con cui si guarda al futuro. In totale, più della metà degli italiani (51%) dichiara di pensare al proprio invecchiamento "almeno qualche volta". Il 26% degli italiani (la fascia più numerosa) comincia a pensarci proprio tra i 25 e i 34 anni, ma c’è anche un 13% che ha cominciato prima ancora. Dato che a 20-30 anni ci si trova nel fiore della gioventù, il fattore biologico non può essere l’unica spiegazione: occorre quindi prendere in considerazione le aspettative associate alle diverse età della vita. Anche se le carriere sono più incerte, l’autonomia economica più tardiva e i percorsi familiari meno prevedibili, tutti noi siamo costretti comunque a confrontarci con modelli sociali che continuano a indicare gli obiettivi da raggiungere entro una determinata età. Il risultato è la sensazione di essere “in ritardo” rispetto alle tappe tradizionalmente associate alla vita adulta. A questo bisogna aggiungere la pressione sociale del confronto con i modelli di successo e realizzazione personale veicolati dai social; ecco così spiegato perché a trent'anni, possiamo già sentirci in ritardo rispetto a molti modelli di realizzazione personale e professionale. In compenso, gli ultra-sessantenni non si riconoscono affatto nell'immagine tradizionale della vecchiaia, perché sanno di poter contare su molti anni di vita attiva, relazioni, progetti e nuove esperienze.
COME SI AFFRONTA LA CONSAPEVOLEZZA - La ricerca indaga poi su come queste due dimensioni possono convivere contemporaneamente: da un lato ci sono i “Mindful”, a cui appartengono circa il 51% di italiani, i quali dichiarano di pensare almeno ogni tanto al proprio invecchiamento. Dall'altro emerge il fenomeno degli “Ageless”, quel 49% che, indipendentemente dall'età anagrafica, dichiara di sentirsi più giovane degli anni che ha. Pensare all'invecchiamento non significa, quindi, necessariamente sentirsi vecchi. Con l'avanzare dell'età cresce infatti la distanza tra gli anni indicati dalla carta d'identità e quelli che sentiamo di avere. Le sensazioni associate alla consapevolezza possono essere molte e diverse: se il 19% del campione, con picchi tra i più giovani, ha ammesso di essere spaventato da questa presa di coscienza, il 41% dei “Mindful” considera l'invecchiamento come parte naturale della vita e come l’occasione per ripensare il rapporto con se stessi e con il proprio tempo. Il 15% sente la necessità di gestire meglio tempo ed energie e il 13% di iniziare a prendersi maggiormente cura di sé. L'invecchiamento, quindi, non viene vissuto soltanto come perdita o minaccia, ma anche come un passaggio che porta a ridefinire priorità, energie e attenzione verso di sé.
LONGEVITY, STILE DI VITA PIÙ CHE CONCETTO - Solo il 14% degli italiani dichiara di conoscere con precisione il significato della parola “longevity”,ma, quando si passa dal termine al suo senso concreto, emerge un’idea della longevità già ben radicata nella vita quotidiana. Per il 51% vivere meglio e più a lungo significa costruire giorno dopo giorno il proprio benessere, attraverso relazioni, qualità del sonno, movimento, alimentazione, benessere mentale e senso della vita. In questo campo, la tecnologia sembra occupare uno spazio ancora limitato: solo il 10% associa la longevità al monitoraggio del corpo attraverso dati e tecnologia e solo il 6% ai progressi della medicina.
