Phubbing: quando il telefono spegne l’amore (mentre è acceso)
Ignorare chi si ha accanto per guardare lo schermo logora la coppia. Ecco cause, segnali, soluzioni pratiche e anche un patto per non cadere nella "trappola"
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La coppia nell'era digitale deve affrontare nuove sfide. Ad esempio, quella del cellulare, divenuto ormai appendice del nostro corpo. Chi non ha vissuto quella scena in cui si è a cena, si prova a raccontare la propria giornata e l’altro abbassa lo sguardo: notifica, scroll, “un attimo”. Si resta sospesi, la frase si spezza, l’atmosfera pure. Questo è il phubbing, ovvero mettere il telefono davanti alla persona che si ha di fronte. Non è cattiveria, in generale è abitudine. Se però diventa un riflesso, può far danni: meno ascolto, più distanza, litigi inutili. Per fortuna la buona notizia c'è: si può cambiare, senza fare gli eremiti digitali. Servono confini chiari, esempi concreti e un filo di ironia (che aiuta sempre). E attenzione, perché anche in camera da letto lo smartphone si fa sentire.
PHUBBING, COS'È E PERCHÉ SI INCOLLA ALLA NOSTRA VITA
phubbing è un neologismo che nasce dalla fusione di due parole inglesi: “phone” (telefono) e “snubbing” (snobbare). In sostanza, significa dare priorità allo schermo mentre qualcuno ci parla. Perché è così diffuso? Le app sono costruite per richiamare l'attenzione continuamente; le notifiche sembrano urgenti; la FoMo (cioè paura di perdersi qualcosa) spinge a controllare al volo. In più, i tempi morti (fila dal medico, attesa della pizza, divano post-cena) diventano terreno fertile per lo scroll automatico. Se non ci sono regole condivise, ognuno si costruisce le proprie, e nasce l’attrito.
EFFETTI SULLA COPPIA: MOLTO PIÙ CHE SEMPLICE SCORTESIA
il phubbing manda un messaggio chiaro, anche involontario, del tipo: “quello sullo schermo è più interessante di te”. La conseguenza? L’altro si sente messo da parte, cala la voglia di raccontarsi, aumentano irritazione e silenzi. La qualità delle conversazioni scende: si passa da dialoghi pieni ai monosillabi. Il telefono diventa il terzo incomodo: può innescare gelosia (“a chi scrivi?”), competizione (“ti scappa la notifica?”) e piccoli rancori capaci di far esplodere anche per sciocchezze.
COME RICONOSCERLO (E FARLO PRESENTE SENZA LITIGARE)
i segnali sono inequivocabili: guardare lo schermo mentre l’altro racconta qualcosa di importante; appoggiare il telefono sul tavolo e controllarlo ogni due minuti; interrompere il contatto visivo appena vibra; consultare il feed nel mezzo di un film o durante la colazione. Come dirlo senza innescare una lite? Evitiamo accuse (“Sei dipendente da quell’arnese!”) e usiamo frasi in prima persona, del tipo “Quando scorri mentre parlo sento che mi trascuri: possiamo prenderci venti minuti solo per noi?”. La differenza è enorme: meno difese, più ascolto.
SOLUZIONI PRATICHE DA METTERE IN ATTO... DA STASERA!
Innanzitutto, bisogna scegliere due momenti al giorno senza cellulare, ad esempio durante i pasti e 30 minuti prima di dormire: meglio poco, ma costante. Poi impostare la modalità “Non disturbare” quando si è insieme mantenendo attivi solo i contatti davvero urgenti. Individuare una sorta di parcheggio telefonico, ovvero un punto della casa dove i telefoni “riposano” durante la cena o la chiacchiera. Importante anche la dichiarazione d'uso, ad esempio “Controllo questa mail e torno in due minuti” così che l’altro non resti sospeso. Infine, applichiamo una sorta di igiene delle notifiche disattivando quelle inutili: meno campanelli, meno tentazioni.
E A LETTO? COMANDANO GLI OCCHI
il phubbing ha un grande nemico: il desiderio. Lo schermo, in camera, causa un calo di desiderio immediato. Se l’ultima luce che si vede non è lo sguardo dell’altro, ma la retroilluminazione del telefono, l’intesa ne risente. Ecco allora come tener viva la passione tra le lenzuola e che accendono più di una notifica: modalità aereo dopo una certa ora e niente scroll “di chiusura giornata” a letto: meglio una doccia condivisa, un massaggio di due minuti, un bacio lungo: il resto lo fa la fantasia.
E SE IL TELEFONO FOSSE UNA SCUSA?
A volte il phubbing è un sintomo, non la causa. Può nascondere stress, ansia, conflitti evitati, calo del desiderio o abitudini che non fanno più bene. Se le regole concordate saltano sempre, occorre fermarsi e riflettere sul perché, non solo del come. Se serve, sì alla richiesta di un aiuto esterno: il confronto con un professionista può offrire strumenti semplici per rimettere al centro la relazione.
L'ESSENZIALE: ESSERE PRESENTI
non si tratta di demonizzare il telefono, quanto piuttosto di scegliere dove sta l’attenzione quando l’altro è lì. La presenza si vede in gesti minuscoli e importantissimi: guardare negli occhi, fare domande, ricordare un dettaglio, appoggiare lo schermo a faccia in giù e non toccarlo. È questo che ricostruisce fiducia, il messaggio finale è semplice: il “qui e ora” batte il “feed”.
