La crema spalmabile amata da tutti
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Dalla missione Artemis II ai grandi cult di Hollywood: gli altri casi in "E.T.", "James Bond" e "Top Gun"
Mentre la capsula Orion di Artemis II effettuava il suo storico flyby lunare, gli occhi del mondo non erano puntati solo sui crateri della faccia nascosta della nostro satellite. In un’inquadratura fluttuante all'interno dell'abitacolo, tra schermi ad alta tecnologia e tute spaziali, è apparso un iconico barattolo di Nutella.
Quello che a prima vista sembrava il product placement più costoso della storia del marketing si è rivelato essere totalmente involontario e spontaneo. La Nasa, attraverso un portavoce ufficiale, ha prontamente chiarito che non esisteva alcun accordo commerciale con la multinazionale italiana Ferrero, precisando che l'agenzia non promuove marchi e che la crema spalmabile a base di nocciole faceva semplicemente parte delle scorte di "comfort food" scelte personalmente dall'equipaggio per il supporto psicologico durante la missione.
Proprio su questo concetto di comfort food la Nutella ha costruito negli anni la propria forza e il proprio successo galattico, è davvero il caso di dirlo. È una rassicurazione emotiva prima ancora che un prodotto alimentare; un legame sensoriale con la casa e la quotidianità che non conosce confini geografici. Grazie a questa capacità di offrire rifugio psicologico anche nelle situazioni più estreme, il brand è riuscito nell'impresa impossibile di arrivare nel punto più lontano mai raggiunto dall'uomo senza bisogno di contratti, spinto solo dal desiderio degli astronauti di portare tra le stelle uno dei propri rifugi emotivi.
La precisazione della Nasa ha alimentato ancora di più il mito. Sul web sono esplosi immediatamente i meme, tra cui quello ormai virale che ritrae una fittizia sala operativa ad Alba, sede di Ferrero, dove i dipendenti esultano come dopo un gol ai Mondiali davanti ai monitor che trasmettono il segnale spaziale della missione. L'ironia della rete ha celebrato il paradosso di un'azienda che ha ottenuto una visibilità globale traducibile in un guadagno compreso tra i 10 e i 50 milioni di euro, il tutto per puro caso.
Ferrero ha dimostrato come si gestisce un regalo del destino attraverso un’operazione di real-time marketing da manuale. I canali social del brand hanno reagito in poche ore con story e post coordinati che hanno trasformato il barattolo in microgravità in un messaggio di orgoglio nazionale, sottolineando come il prodotto abbia viaggiato più lontano di qualsiasi altra crema spalmabile nella storia: "Onorati di aver viaggiato più lontano di qualsiasi altra crema spalmabile nella storia, il commento dell'azienda. "Portiamo i sorrisi spalmati a nuove vette".
Tecnicamente, il product placement consiste nell'inserimento di un marchio o di un prodotto all'interno di un contesto narrativo (un film, una serie, una trasmissione televisiva live, un romanzo) in cambio di un corrispettivo economico o di servizi. L'obiettivo è superare la naturale resistenza degli spettatori verso la pubblicità tradizionale. Se il prodotto è nelle mani del protagonista della storia il messaggio arriva a destinazione con una potenza raddoppiata poiché chi guarda non percepisce l'interruzione del racconto, rendendo la promozione indistinguibile dalla trama stessa.
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Prima di arrivare sulla Luna, il cinema ha costruito miti intramontabili attraverso questa tecnica, talvolta anche in modi controversi. Uno degli esempi più discussi riguarda l'industria del tabacco: tra gli anni '70 e '80, multinazionali come Philip Morris pagarono milioni di dollari per far apparire marchi come Marlboro o Lark in film d'azione e kolossal (celebre il caso di "Superman II"). Questo legame serviva a dare una patina di fascino e coraggio al fumo, prima che le leggi ne vietassero rigorosamente la promozione cinematografica.
Tuttavia, il caso che ha fatto scuola rimane quello del 1982 con il film "E.T. l'extra-terrestre" di Steven Spielberg: dopo il rifiuto della Mars di mostrare gli M&M’s, la Hershey offrì i Reese's Pieces, caramelle al burro d'arachidi, usate dal protagonista Elliot per attirare l'alieno. L'azienda registrò un aumento delle vendite del 65% e creò un precedente pesante.
Allo stesso modo, Tom Cruise ha legato indissolubilmente la propria immagine agli occhiali da sole Ray-Ban in film come "Top Gun" e "Risky Business", salvando l'azienda dal declino e trasformando degli occhiali da sole in un simbolo di stile globale. Un altro legame iconico è quello tra Aston Martin e James Bond, iniziato nel 1964 con "Goldfinger", dove l'auto non è un semplice mezzo di trasporto ma una parte essenziale dell'identità della spia; senza dimenticare le tante citazioni e apparizioni della saga di 007 del Martini, protagonista del Vesper Martini, ideato da Ian Fleming in Casino Royale (1953) e reso celebre dalla frase "agitato, non mescolato". Infine, il film "Cast Away" ha rappresentato un caso limite, con l'intero racconto costruito attorno al corriere FedEx, che pur non pagando per l'inserimento ha fornito logistica e strutture ottenendo in cambio una celebrazione della propria affidabilità estrema.
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Con l'avvento delle piattaforme di streming, la strategia si è fatta ancora più sofisticata. In "Stranger Things", la "New Coke" è diventata un elemento chiave della narrazione sfruttando l'effetto nostalgia degli anni '80 per rilanciare un prodotto storico. In "Modern Family", un intero episodio è stato dedicato al desiderio del protagonista di possedere l'iPad il giorno del lancio, rendendo il prodotto Apple il vero motore della trama comica. Casi più recenti come "Emily in Paris" hanno trasformato le serie tv in vere e proprie vetrine interattive, dove brand di lusso e prodotti food come McDonald’s si fondono con il racconto senza soluzione di continuità.
Anche nel mondo della letteratura, dove la parola scritta sembrerebbe immune alle logiche commerciali, il product placement ha trovato spazi di manovra sorprendenti, segnando il passaggio dalla semplice citazione d'autore all'operazione di marketing pianificata. Il caso più emblematico e discusso resta quello della scrittrice britannica Fay Weldon, nota per il suo stile graffiante e femminista, che nel 2001 scatenò un acceso dibattito etico accettando un finanziamento diretto dalla maison Bulgari per scrivere il romanzo "The Bulgari Connection" (pubblicato in Italia con il titolo "Gioielli"). In quell'occasione, il marchio non appariva per una libera scelta stilistica, ma per un preciso vincolo contrattuale che imponeva alla scrittrice di citare la casa di alta gioielleria almeno dodici volte all'interno della narrazione, trasformando il libro in un vero e proprio catalogo narrativo.
Questa pratica rompe il confine tra l'ispirazione letteraria e la sponsorizzazione, differenziandosi nettamente dal realismo di autori che usano i brand solo per descrivere un'epoca. Negli ultimi anni, anche le nuove avventure di James Bondsu carta hanno seguito questa scia: se Ian Fleming citava il Rolex o la Bentley per definire lo status di 007 anche nei film, i moderni prosecutori della saga hanno spesso siglato accordi con brand di alcolici o auto per integrare i prodotti nelle trame in modo quasi invisibile ma remunerativo.