Sbagliando si impara... o forse no: il sorprendente risultato di uno studio australiano
La ricerca della UNSW Sydney evidenzia come ci sia quasi sempre una percentuale non così infinitesimale di persone che continua a scegliere l’opzione sbagliata anche dopo averne compreso le conseguenze
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Fa' la cosa giusta, si intitolava uno dei film più belli degli anni Novanta, dove il mantra era ripetuto ossessivamente ma era complicato capire quale fosse effettivamente "the right thing". La verità è che compiere la scelta più giusta è complesso, anche quando avremmo tutti gli strumenti per identificare al meglio quale sarebbe l'opzione migliore da sposare. Non lo dice solo l'esperienza ora ma anche la scienza. Nello specifico uno studio della UNSW Sydney, pubblicato su Communications Psychology, che ha analizzato il modo in cui le persone modificano il proprio comportamento a seguito di conseguenze negative.
Non per forza errori di gioventù
Uno dei grandi insegnamenti della pedagogia "fatta in casa" con cui molti di noi sono cresciuti partiva da un assunto piuttosto semplice: fai sbagliare il bambino e vedrai che, dopo aver fatto esperienza delle conseguenze, non ripeterà l'errore. Valeva un po' per tutto. La logica era "se si scotta col fuoco una volta, capirà che non dovrà più giocare con la fiamma". Lo studio australiano tuttavia ci ammonisce sul fatto che non sempre fare esperienza di un inciampo basti a scongiurare il rischio di reiterarlo.
In passato altre ricerche simili (come quella dell'Università di Würzburg del 2024) si concentravano su quanto l'età influisse su certe scelte sbagliate, arrivando alla conclusione che gli adolescenti nel processo di crescita finissero per compiere tanti errori quasi naturalmente. Una teoria che tuttavia è stata bypassata dai colleghi australiani, che hanno compreso come la gioventù non sia un fattore così preponderante nelle nostre scelte.
La metodologia dello studio
I ricercatori della UNSW Sydney hanno coinvolto 267 adulti provenienti da 24 Paesi nel loro studio, facendoli partecipare a un gioco online. L'obiettivo dell'esercizio era selezionare determinati pianeti sullo schermo, sapendo che alcune delle opzioni avrebbero potuto provocare una penalità. Dopo un po' di round veniva poi spiegato ai partecipanti in maniera chiara quali erano le scelte sbagliate e quali quelle consigliabili, mettendoli in questo modo pienamente al corrente delle dinamiche. Verrebbe da pensare che, a quel punto, nessuno reiterasse più i propri errori ma non è andata propriamente così: venivano infatti isolati dai ricercatori tre diversi profili, di cui uno tendente a non cambiare strada nemmeno quando gli veniva mostrato un segnale di pericolo.
I tre profili
Il gruppo detto "compulsivo" continuava a scegliere l’opzione svantaggiosa anche dopo averne compreso le conseguenze. Un comportamento opposto a quello dei cosiddetti "sensibili", che riconoscevano subito l'opzione penalizzante e agivano di conseguenza, e comunque diverso da quello degli "inconsapevoli" (che si regolavano solo dopo aver ricevuto chiare istruzioni). Va tuttavia ricordato come i compulsivi non rappresentassero un'infinitesimale minoranza, quanto piuttosto un nutrito 27% del campione preso in esame (pari a 71 persone su 267). Risultati confermati anche sei mesi dopo, quando 128 partecipanti hanno replicato l'esperimento, evidenziando come i tre profili risultassero relativamente stabili nel tempo.
Non si impara sempre dai propri errori
Il problema dei compulsivi non stava tanto nel comprendere la scelta sbagliata quanto piuttosto nel trasformare quella consapevolezza in un'azione diversa. Come ha spiegato il dottor Jean-Richard-dit-Bressel, che ha coordinato lo studio: "Abbiamo scoperto che alcune persone semplicemente non imparano dall'esperienza. Anche quando sono motivate a evitare di farsi del male e prestano attenzione, non si rendono conto che è il loro stesso comportamento a causare il problema." Non sarebbe tuttavia una diagnosi clinica, quanto piuttosto la presa di coscienza su come ognuno reagisca in maniera diversa a una scelta sbagliata.
Sbagliare consapevolmente
Certo, i dati indicano come tendenzialmente le persone con un'età pari o superiore a 50 anni presentino maggiori probabilità di presentare un profilo compulsivo. "Questo potrebbe essere collegato alla flessibilità cognitiva, ovvero alla capacità di adattare il proprio pensiero. E questa tende a diminuire con l'età", suggerisce il dottor Bressel, dando un'interpretazione per certi versi opposta a quella di altri studi che collegavano la tendenza a compiere errori con una minore età. Un altro aspetto interessante è poi che chi sbaglia non lo fa "senza pensare", muovendosi quasi col pilota automatico. I compulsivi al contrario apparivano pienamente consapevoli delle ragioni che li spingevano a sbagliare. Alla luce di certi risultati viene insomma il dubbio che anche per il vecchio adagio "sbagliando si impara" sia arrivato il tempo della pensione. Ma magari stiamo cadendo in errore anche noi a pensarlo.
