Lavoro, il divario occupazionale di genere in Ue
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Nel Belpaese il primo figlio arriva a 31,9 anni, inseguendo una stabilità che non è solo relazionale. Fertilità a picco in tutto il Vecchio continente
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E' inseguendo nella vita una stabilità che sembra non arrivare mai, non solo a livello relazionale, che le italiane rimandano di anno in anno l'idea di diventare mamme. E procrastinano a tal punto che il primo figlio si ha, in media, a 31,9 anni. Un'età, questa, che le pone, statisticamente, sul podio delle mamme più anziane dell'Unione Europea. Lo certificano gli ultimi dati Eurostat, in cui viene denunciato un crollo generale della fertilità nei 27 Paesi Ue, compresi quegli Stati con welfare storicamente attento alle famiglie, come la Francia e la Scandinavia, a dimostrare che siamo nel bel mezzo di un "cambiamento culturale rilevante". Nel merito del "primato" italiano, si può, però, parlare di un concorso di colpe. Ecco quali.
E' una combinazione di fattori economici, sociali e culturali, così strutturata, ormai, e, pertanto, dura a morire, a portare le italiane a essere, tecnicamente, delle primipare attempate, donne cioè al primo figlio con un'età sempre più vicina ai 35 anni.
In Italia l'età media al parto è passata dai 29,1 anni del 1991 ai 31,6 del 2023. Più di una donna su tre, ovvero il 35,5% di quelle in età fertile diventa mamma per la prima volta dopo i 35 anni e nel 2004 le mamme over 35 rappresentavano poco più del 27% (22% era, per esempio, il dato regionale lombardo).
Le principali motivazioni che possono spiegare questo quadro sono incluse in un contesto complesso, fatto di precarietà lavorativa, difficoltà di conciliare carriera e maternità, instabilità economica e desiderio di solidità finanziaria prima di avere figli. E la gravidanza più che un evento naturale è un appuntamento programmato, una scelta precisa e consapevole una volta trovati insieme il compagno di vita, il lavoro ideale e un livello soddisfacente di stabilità economica.
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L'instabilità lavorativa e le difficoltà nel trovare un impiego stabile portano a rimandare la maternità specialmente nelle giovani. La difficoltà successiva si presenta nell'offerta dei servizi per l'infanzia (pochi posti negli asili nido) e nelle politiche di supporto alla famiglia: la gestione dei figli è difficile senza una sicurezza economica. Ed è qui che si inserisce anche l'attuale contesto culturale. Il desiderio di sicurezza abitativa ed economica prima di creare una famiglia è sempre più sentito in Italia e spinge a far slittare la pianificazione prettamente familiare.
Quasi un'utopia, dunque, che sembra venire confermata dai dati più recenti, diffusi da osservatori come Eurostat, Istat e Bankitalia: se è vero che cresce l'occupazione femminile (negli ultimi 10 anni in Italia si va dal 50,5% del terzo trimestre 2015 al 58,3% dello stesso periodo del 2025), per le italiane la maternità, quando arriva senza il rischio di perdere quel posto di lavoro, trova ancora un ostacolo, poi, nella poca possibilità di conciliare famiglia e lavoro. Fermo restando che continua a pesare il gender pay gap, il divario retributivo di genere, problema strutturale nel mondo del lavoro.
"Nessuna donna deve sacrificare la propria realizzazione professionale e la sua autonomia per la maternità eppure le culle restano vuote e la sfida demografica in Europa è un problema", sottolinea la direttrice esecutiva del Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (Unfpa), Diene Keita, partecipando alla Farnesina al convegno "Donne del mio tempo" in occasione della Giornata internazionale della Donna. "Se una donna rinuncia ai figli perché teme per il suo lavoro, quella non è una libera scelta: è una rinuncia forzata", ha aggiunto sollecitando politiche concrete a sostegno della maternità che consentano anche ai padri di essere presenti nella cura della famiglia.
"Quando si investe nelle politiche della famiglia il cambiamento culturale diventa possibile", ha sottolineato ancora la rappresentante Onu. Parole di questo tenore erano state espresse già dal premier Giorgia Meloni nel suo messaggio in occasione dell'8 Marzo: "Le donne non devono scegliere tra lavoro e famiglia".
Tutti gli indicatori Eurostat mostrano una convergenza verso il basso sulla natalità, con l'Italia che risulta uno dei Paesi con l’andamento più negativo. Nel 2024 sono nati 3,55 milioni di bambini nell'Unione Europea, in calo del 3,3% rispetto ai 3,67 milioni registrati nel 2023. Con le mamme italiane, come visto, che continuano a essere le più anziane in Ue.
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L'età media delle donne alla nascita del primo figlio nei Paesi comunitari nel 2024 era di 29,9 anni, con un range che andava da 26,9 in Bulgaria a 31,9 in Italia. Questi, dunque, gli ultimi dati di Eurostat pubblicati.
Il tasso di fertilità totale nei Paesi Ue risultava a 1,34 nati vivi per donna nel 2024. In coda alla classifica Malta, che ha avuto il tasso di fecondità più basso con 1,01, seguita dalla Spagna con 1,10, dalla Lituania con 1,11, dalla Polonia con 1,14 e infine dall'Italia a 1,18 (come già rilevato dai dati Istat).
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I tassi più elevati si sono registrati invece in Bulgaria (1,72), Francia (1,61) e Slovenia (1,52). Tutti i Paesi, precisa l'analisi, sono quindi ben distanti dalla soglia del 2,1, considerato il numero necessario per mantenere costante la popolazione in assenza di migrazione.
In forte calo anche il tasso di natalità lordo, cioè il numero di nati vivi ogni mille abitanti. Nel 2024 è stato pari a 7,9, mentre era 10,5 nel 2000, 12,8 nel 1985 e 16,4 nel 1970: in pratica si è dimezzato rispetto a 50 anni fa. Di pari passo cresce la quota di figli di madri nate all'estero, arrivando al 24% del totale.