una discussione globale

Da simbolo progressista a parola divisiva, cos'è il woke e perché "turba" la sinistra

Da Ocasio-Cortez alla politica italiana, il dibattito sulla cultura riformista crea disagio tra gli animi dem combattuti tra la battaglia per diritti e identità o quella per lavoro e disuguaglianze economiche. Ma entrambe non potrebbero coesistere? 

di Manuela D'Argenio
23 Ago 2026 - 10:28
SeguiLogo Tgcom24suSeguici su
 © Istockphoto

© Istockphoto

Il woke è davvero finito?  In queste settimane il dibattito sulla cultura progressista crea disagio negli animi della sinistra combattuti tra la difesa di diritti e identità o quella di lavoro e disuguaglianze economiche. Complice la presa di distanza dAlexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica di New York e una delle figure più note dell’ala progressista dei dem americani, la discussione è approdata alla politica italiana, aprendo, forse, una riflessione più ampia sulla società che cambia e l'assenza di "lotte" che stiano al passo dei mutamenti. Ma le rivendicazioni identitarie possono evolversi senza trasformarsi necessariamente in guerre culturali? 

Che cos'è il woke -  In inglese significa letteralmente “sveglio”, “consapevole”. Il termine affonda le sue radici nella cultura afroamericana statunitense della prima metà del Novecento, dove veniva utilizzata come invito a mantenere alta l'attenzione di fronte alle discriminazioni e ai rischi legati al razzismo. In questo contesto si diffuse anche l'espressione "stay woke", una sorta di esortazione a "tenere gli occhi aperti". Essere woke significava quindi riconoscere le ingiustizie subite dalla popolazione nera e non abbassare la guardia di fronte a episodi di discriminazione. Progressivamente, però, il termine smise di essere riferito esclusivamente agli afroamericani. Cominciò a essere utilizzato anche per descrivere persone bianche che prendevano posizione contro il razzismo e sostenevano la necessità di contrastare le disparità sociali. La parola ha poi acquistato nuova forza negli anni Duemila con i movimenti contro il razzismo e con Black Lives Matter. Da quel momento il significato si è allargato: diritti delle minoranze, femminismo, discriminazioni di genere, diritti LGBTQIA+, rappresentazione, linguaggio inclusivo e, più in generale, attenzione alle dinamiche sociali che possono produrre esclusione. In alcuni contesti, il termine è stato associato anche all'attivismo ambientalista e alla lotta contro il cambiamento climatico. È in questa accezione più ampia che, nel dibattito italiano, viene talvolta accostato al concetto di "politicamente corretto", anche se i due termini non sono perfettamente sovrapponibili.

Google Preferred Site

Il ritorno del woke e l'accezione negativa - Un nuovo impulso alla diffusione dell'espressione è arrivato negli Stati Uniti negli ultimi anni. Nel 2020, l'uccisione di George Floyd, un uomo afroamericano morto durante un intervento della polizia a Minneapolis, ha provocato proteste in tutto il Paese e in numerose città del mondo. Lo slogan stay woke è tornato così a circolare con forza, inserendosi nelle mobilitazioni legate al movimento Black Lives Matter, nato per denunciare il razzismo e la violenza contro le persone nere. La stessa idea di consapevolezza è stata associata anche ad altre campagne sociali. Nel movimento #MeToo, per esempio, l'attenzione si è concentrata sulle molestie e sulle violenze sessuali contro le donne, contribuendo a portare questi temi al centro del dibattito pubblico internazionale. Il problema è che oggi woke non indica più necessariamente una corrente politica precisa. È diventata una parola-ombrello, utilizzata per descrivere e tenere insieme fenomeni molto diversi tra loro. E soprattutto è diventato un'etichetta politica. Da una parte c'è chi lo considera sinonimo di maggiore consapevolezza, inclusione e difesa dei diritti. Dall'altra è diventato un termine utilizzato da una parte del mondo conservatore per criticare le posizioni progressiste. In questo uso, viene associato alla cosiddetta "cultura woke" e a un'attenzione ritenuta eccessiva verso identità, linguaggio, inclusione e politicamente corretto. Per questo, oggi la parola ha un significato fortemente dipendente dal contesto: può indicare un atteggiamento di sensibilità verso le disuguaglianze oppure essere utilizzata, in senso polemico, per contestare l'attivismo progressista.

"Tax the Rich", l'abito provocatorio di Alexandria Ocasio-Cortez al Met Gala

1 di 2
© Instagram
© Instagram
© Instagram

© Instagram

© Instagram

La presa di distanza di Ocasio-Cortez -  La deputata democratica di New York e una delle figure più note dell’ala progressista dei dem americani, in una recente intervista televisiva, ha definito la stagione del cosiddetto “Woke 1.0” "crazy”.  Il riferimento è alla fase di massima espansione del progressismo culturale americano, soprattutto intorno al 2020, quando le proteste dopo l'uccisione di George Floyd portarono in primo piano temi come razzismo sistemico, polizia, identità e discriminazioni.  Ocasio-Cortez non ha abbandonato il progressismo, ma sembra voler prendere le distanze da quella che considera una fase politicamente difficile da sostenere. Il suo riposizionamento è stato letto anche alla luce delle possibili ambizioni presidenziali per il 2028 e della necessità, per i Democratici, di recuperare consenso oltre il proprio elettorato più progressista.

Il dibattito in Italia - A riaprire la discussione in Italia è stato Giuseppe Conte, che ha messo in guardia dal rischio che la cultura woke diventi l'ossatura ideologica di una forza progressista. Il leader del Movimento 5 Stelle non nega il valore delle battaglie contro le discriminazioni, ma contesta l'idea che queste possano esaurire il progetto della sinistra. È una posizione che si incrocia con quella di Mattero Renzi. Il leader di Italia viva  ha criticato "l'ubriacatura woke" che "fa male alla sinistra" perché "serve meno ideologia e più politica.

Il dilemma della sinistra - La sinistra, dunque, in vista del 2026 si trova a dover decidere se essere una forza politica che difende le minoranze (rischiando di appiattirsi sui "soliti" temi) oppure una forza capace di tenere insieme diritti individuali, uguaglianza e redistribuzione, senza trasformare ogni questione sociale in una guerra identitaria. Il rischio, per i critici del woke, è che una politica concentrata soprattutto su identità, linguaggio e rappresentazione finisca per parlare a un pubblico già conquistato, lasciando in secondo piano chi vive precarietà, salari bassi e difficoltà economiche. Dall'altra parte c'è il timore che la critica al woke diventi semplicemente un modo per ridimensionare battaglie contro razzismo, sessismo e discriminazioni. La vera partita, quindi, è più ampia della parola woke: può la sinistra tenere insieme diritti, uguaglianza e redistribuzione senza trasformare tutto in una guerra culturale?  È questa la domanda che, da Washington a Roma, sta tornando al centro del dibattito progressista.