Il "caso" di BigMama dimagrita e quel confine sottile tra body positivity e body shaming
La cantante ha perso diversi chili e subito i suoi follower si sono indignati: insulti, accuse di “tradimento” e insinuazioni sulla sua coerenza. Ma dietro questa valanga di commenti c’è qualcosa di più profondo: l'ossessione della società per il controllo (e il giudizio) dei corpi
di Manuela D'Argenio© Tgcom24
BigMama ha perso peso e apriti cielo. Subito i suoi follower si sono indignati: insulti, accuse di “tradimento” e insinuazioni sulla sua coerenza. Ma dietro questa valanga di commenti c’è qualcosa di più profondo: per anni la cantante è stata un simbolo di resistenza alla pressione sociale del "magro è bello", e ora semplicemente cambiando aspetto, si ritrova sotto accusa. Non perché abbia fatto nulla di sbagliato, ma perché la società è ossessionata dal controllo dei corpi: cambiare sembra quasi un crimine, restare uguali è un atto eroico. Ed è così che il body positivity e la grassofobia si trasformano in gabbie. E il rischio di body shaming è dietro l'angolo.
Icona del body positivity - Il suo motto è sempre stato “i corpi grandi sono belli, degni, validi", per opporsi fermamente alla grassofobia, e cioè quella che stigmatizza i corpi grandi e costruisce l’idea che valga meno chi non rientra negli standard estetici dominanti. E ora, semplicemente cambiando corpo, si ritrova sotto accusa. Ma qui entra in gioco il vero significato del body positivity. Non si tratta di congelare i corpi in un ideale estetico o di creare nuovi dogmi da seguire. Il body positivity è prima di tutto libertà e autodeterminazione: celebrare i corpi così come sono, e rispettare le scelte di chi decide di cambiare. È ricordare che ogni corpo ha diritto al rispetto, indipendentemente da peso, forma o trasformazioni. Pretendere coerenza estetica perpetua solo il giudizio, mentre la vera accettazione nasce dall’empatia e dalla libertà.
Il confine sottile con il body shaming - Il body shaming è quando una persona viene criticata, presa in giro o giudicata per il suo aspetto fisico. Può riguardare il peso, l’altezza, il colore della pelle, i capelli, il viso, le cicatrici, una disabilità: insomma, il corpo in generale. Succede spesso: a parole (“sei troppo grasso/magro”, “che naso orribile”) con battute o prese in giro online, sui social (commenti cattivi, meme, confronti) anche in modo “mascherato”, tipo consigli non richiesti o “lo dico per il tuo bene” Perché è un problema? Perché può far stare molto male, abbassare l’autostima, creare ansia, vergogna o disturbi legati all’immagine corporea. E la cosa assurda è che spesso chi fa body shaming lo fa senza rendersene conto. L’alternativa dovrebbe essere il body positivity: rispettare i corpi degli altri e il proprio, senza giudicarli o renderli un metro di valore.
La grassofobia è body shaming? - In questo contesto discriminatorio si inserisce la grassofobia, che è una forma di body shaming anche se con alcune differenze. Una persona magra può subire body shaming, ma non subisce grassofobia, perché non è penalizzata a livello sociale per il suo corpo. La grassofobia è una forma specifica di discriminazione che colpisce le persone grasse e si basa sull’idea che il grasso sia sbagliato, indice di pigrizia, mancanza di autocontrollo o fallimento personale. La grassofobia non vive solo nei commenti offensivi, ma nelle norme sociali, nei media, nel mondo del lavoro e persino nella sanità. Si manifesta quando i corpi grassi non sono rappresentati, quando gli spazi non sono pensati per includerli, o quando ogni problema di salute viene automaticamente attribuito al peso, senza ascolto né approfondimento.La differenza principale sta quindi nel livello: il body shaming è un comportamento, un atto spesso individuale; la grassofobia è un sistema di pensiero radicato nella cultura, che rende “normale” giudicare e controllare i corpi grassi.
Il ruolo dei social - A peggiorare le cose, c’è il peso dei social. Le piattaforme digitali amplificano ogni giudizio, ogni commento cattivo o ironico, trasformando la vita privata di una persona pubblica in un’arena di opinioni aggressive. La pressione è costante: ogni post, ogni foto, ogni dichiarazione diventa uno strumento di valutazione estetica. Il corpo non è più solo corpo: è un oggetto mediatico, misurato in like, condiviso, criticato. Per chiunque abbia visibilità la libertà di cambiare diventa un rischio di linciaggio virtuale, proprio come accaduto a BigMama
BigMama deve spiegazioni? - Nessuna giustificazione è dovuta. Il problema non è il suo corpo, ma il nostro bisogno patologico di controllarlo e valutarlo. Se vogliamo davvero combattere la grassofobia e sostenere il body positivity, dobbiamo imparare a rispettare le persone anche quando cambiano, senza farle sentire colpevoli per aver preso decisioni sulla propria vita e sul proprio corpo. In altre parole: accettare il corpo degli altri non significa idolatrarlo in eterno. Significa accettare il diritto di cambiare, di scegliere, di esistere senza giudizi. E se ci riesce BigMama, dovrebbe riuscirci anche la nostra società.
