Social vietati ai minori: i progetti di legge in Europa
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Dopo la docente accoltellata il ministro Giuseppe Valditara ha ribadito l'urgenza di prendere provvedimenti contro le piattaforme digitali: il nodo è capire perché il disagio giovanile oggi si esprima sempre più attraverso atti pubblici e radicali
di Manuela D'Argenio© Italy Photo Press
La mattina del 25 marzo 2026, in una scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, uno studente ha accoltellato la sua professoressa ferendola gravemente. Un episodio che, al di là della violenza, ha colpito particolarmente per la spettacolarizzazione del gesto: il tredicenne stava riprendendo l'aggressione in diretta sui social. Dunque quell'atto assume una dimensione simbolica: non un'azione della quale vergognarsi ma qualcosa che al contrario vuole essere condiviso, messo in mostra. Ma perché il disagio giovanile cerca consenso esprimendosi sempre più attraverso atti pubblici e radicali?
Una violenza che cambia forma - Non si tratta più soltanto di aggressività. Si tratta di un linguaggio. Sempre più spesso il disagio adolescenziale non trova mediazioni: non passa per il dialogo, ma si traduce direttamente in azione. E quando questa azione viene filmata, cambia natura. Diventa anche comunicazione. Nel caso di Bergamo, il gesto sembra collocarsi esattamente su questa linea: tra impulso e rappresentazione. Ma il rischio è che la violenza perda la sua dimensione privata e diventi evento pubblico, quasi performativo. È dentro questa trasformazione che si inserisce il dibattito politico.
Pugno duro contro i social - Il tema è capire quanto si possa addebitare ai social questa deriva valoriale, dove chi commette un atto violento diventa quasi un mito da emulare e non una persona da criticare. Il ministro dell'Istruzione, Giuseppe Valditara, nel condannare il gesto ha rimarcato la responsabilità dei social e l'urgenza di prendere provvedimenti per tenere i minori alla larga dalle piattaforme digitali. Secondo il ministro, le piattaforme digitali "scatenano aggressività" e favoriscono relazioni superficiali, rendendo necessario un intervento normativo, vietandone l'accesso ai minori di 15 anni Una posizione che si inserisce in un dibattito più ampio: in Europa si moltiplicano le proposte per limitare l’accesso dei minori ai social, sulla base dei rischi per la salute mentale e lo sviluppo emotivo. E, anche negli Usa, una recente sentenza della California, ha ritenuto Meta e Google responsabili dei danni arrecati ai minori che utilizzano i loro servizi., i social network. Dunque, niente social niente violenza?
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Una soluzione sufficiente? - La domanda resta aperta. Vietare può ridurre l’esposizione, ma non elimina il problema alla radice. Il disagio che esplode in episodi come quello di Bergamo nasce da fattori più profondi: isolamento, fragilità emotiva, difficoltà nel gestire il conflitto. I social, semmai, funzionano da amplificatore: accelerano i comportamenti, li rendono visibili, li trasformano in modelli imitabili. E proprio perché la violenza è anche un linguaggio allora serve qualcosa di più: educazione emotiva, supporto psicologico nelle scuole, alfabetizzazione digitale, presenza adulta capace di intercettare il disagio prima che esploda.
Perché spaventa il caso di Bergamo? - Il rischio non è solo che episodi come quello di Bergamo si ripetano. Il rischio è che diventino normalizzati, assorbiti nel flusso continuo di contenuti che scorrono sugli schermi. Che la violenza perda la sua eccezionalità e diventi una possibilità tra le altre. Il gesto del tredicenne, con il telefono acceso mentre colpisce, è il simbolo di questa trasformazione: non solo violenza, ma violenza pensata per essere vista. Ed è su questo equilibrio sottile tra educazione, tecnologia e responsabilità collettiva che si giocherà la risposta più difficile.