per i Mondiali di basket

Matilde Villa a Tgcom24: "L'Italia è una squadra temibile | Piano B della vita? C'è sempre stata solo la pallacanestro"

La piccola cestista, 172 centimetri e 21enne, si racconta nel giorno della Nazionale ai Mondiali dopo 32 anni: il grave infortunio, gli Stati Uniti e l'etichetta di predestinata

di Matteo Gentili
04 Set 2026 - 13:30
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 © Italbasket

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Professione: cestista, di ruolo playmaker. Segni particolari: stella della pallacanestro italiana e internazionale. Sarebbe questa, in breve, la carta d'identità di Matilde Villa, che a soli 21 anni (sì, avete letto bene) è già una delle giocatrici imprescindibili dell'Italbasket femminile. Di questa Nazionale che gioca un Mondiale dopo 32 anni di assenza, dall'ultima partita di Australia 1994. A Berlino l'Italia debutterà contro la Repubblica Ceca per la prima partita della fase a gironi, e si presenterà con un brillante al collo che forse può incutere un po' di timore alle avversarie: il bronzo conquistato agli Europei del 2025. Villa, però, quello storico appuntamento (una medaglia continentale mancava da 30 anni) lo ha dovuto saltare a causa di un grave infortunio. Un infortunio che le ha dato "un po' di consapevolezza in più e maggiore forza mentale", come spiega a Tgcom24, e da cui si è rialzata piano piano. Perché l'importante è questo. Rialzarsi e pensare in grande: "Un giorno mi piacerebbe andare a giocare negli Stati Uniti. Ma sono focalizzata sul Mondiale. Andare a medaglia, magari vincere l'oro, sarebbe un sogno".

È il tuo primo Mondiale della carriera: elettrizzata?

Sì, sono elettrizzata. Per me è una grandissima opportunità giocare un Mondiale, anche perché sono 32 anni che l'Italia non partecipa. Già di per sé è una cosa bellissima, questo dà una motivazione in più. Sono veramente emozionatissima di poter vivere questa opportunità.

Cosa significa essere parte di questo gruppo storico? Che, appunto, ha centrato una qualificazione Mondiale dopo Australia 1994.

Significa veramente tantissimo. La forza di questo gruppo sta nel fatto che sappiamo stare bene insieme. Non è affatto scontato. Siamo tutte giovani, abbiamo tutte molta ambizione, molta voglia di fare. Questa qualificazione è arrivata anche dopo un buonissimo risultato agli Europei. Abbiamo cercato di sfruttare le ultime settimane per arrivare il più pronte possibile, perché questa è una grandissima opportunità per tutte noi. Vogliamo fare bene.

In Germania si va per…?

Ogni squadra affronterà tutte le partite per vincere ed è quello che faremo anche noi. Andiamo a Berlino pensando partita per partita. Abbiamo un girone molto tosto con gli Stati Uniti, che tutti danno come vincitrice, la Cina e la Repubblica Ceca. Il primo obiettivo sarà quello di passare il girone, poi tutto potrà succedere con gli incroci. Le partite di basket vanno giocate in campo, ma noi abbiamo la mentalità giusta: quella di affrontare partita per partita. Vedremo dove questo ci porterà.

Bello giocare contro gli Stati Uniti?

È una squadra formata da giocatrici fortissime. Affrontare gli Stati Uniti è bellissimo per qualsiasi giocatrice. Con loro ti puoi mettere alla prova, puoi capire anche il tuo livello basandoti su quello che farai in campo. Vederle, affrontarle così da vicino penso sia un'incredibile emozione. Ci sono tantissime giocatrici che seguo, che mi piacciono: una di quelle è Paige Bueckers. Ma c'è anche Caitlin Clark. Insomma, un po' le icone del movimento del basket femminile in questo momento.

A proposito di icone, stavolta italiane: Laura Spreafico si è infortunata e non sarà con voi sul campo. Quanto fa male perdere la capitana?

Ho giocato con Sprea (Laura Spreafico, ndr) anche quando ero a Costa Masnaga. Ho avuto il privilegio di giocarci insieme non solo in Nazionale, la conosco bene. Lei è la nostra capitana e voleva avere l'opportunità di concludere la sua splendida carriera con il Mondiale. Tutto il gruppo ha sofferto per il suo infortunio, le siamo molto vicine. Purtroppo non sempre le cose vanno come ce lo aspettiamo. Fa male. La cosa più bella per me è averci giocato insieme. Mi ha fatto crescere tanto con i suoi insegnamenti, i suoi modi di giocare, ma soprattutto per la persona incredibile che è. Mi ha lasciato molto e penso che abbia lasciato il segno anche in questa Nazionale. Al Mondiale ci sarà tanto anche di lei.

Ribalto la domanda. Quanto ha fatto male a te perdere il bronzo conquistato dall'Italia a EuroBasket 2025 a causa della rottura di un legamento crociato?

È stata tosta. Ci tenevo veramente tantissimo a disputare l'Europeo, soprattutto perché avevamo la fase del girone in casa a Bologna. Come ho già detto per Sprea, non sempre le cose vanno come ce lo aspettiamo e gli infortuni fanno parte del percorso di noi giocatrici. Non possiamo cambiare niente. Ha fatto molto male saltare il torneo, soprattutto perché l'infortunio che ho avuto mi ha tolto dal campo per praticamente 9-10 mesi. Almeno ho avuto la fortuna di poter seguire la squadra, nella fase in casa, e qui sono riuscita a tifare da bordo campo. Però non ti mentirò: c'erano un sacco di emozioni che provavo in quel momento perché la voglia di stare lì in campo con le ragazze era altissima.

Come ti ha cambiata l'infortunio?

Penso che mi abbia aiutato molto mentalmente. La cosa più difficile quando si deve stare fuori è il riprendersi nella mente. Oggi penso di avere maggiore consapevolezza, soprattutto del mio corpo. Nei mesi in cui stai fuori per la riabilitazione devi lavorare tanto sul corpo. Forse prima di questo infortunio ci facevo meno caso. Pensavo di poter passare sopra i dolori, di poter fare tutto. Ora ho maggiore attenzione su questo aspetto. È stato il mio primo vero e proprio infortunio, quindi ho dovuto anche imparare a stare senza il basket, senza pallone. Lo stop mi ha dato un po' di consapevolezza in più e maggiore forza mentale.

Lo rivivresti tornando indietro?

Il tempo fuori dal campo l'ho sentito veramente tanto. Se potessi scegliere, preferirei non aver avuto l'infortunio. Anche perché riprendere fiducia, i movimenti, per me è una questione di tempo e di giocare più partite possibili, più allenamenti. Io sono una che è sempre molto impaziente di giocare, di stare in campo. Quindi se potessi scegliere, sceglierei tutta la vita di non rivivere il periodo.

Dopo gli Europei dello scorso anno e la medaglia di bronzo, è cambiato lo status della squadra?

Questo risultato ha dato più visibilità al movimento in Italia, ma anche all'estero. Ha cambiato la percezione che le squadre avversarie hanno di noi. Vincere una medaglia a livello europeo dice tanto di una squadra, del gruppo. E questo ci ha dato tanta motivazione e tanti stimoli per fare sempre meglio e dimostrare che valiamo quel risultato lì. Così cerchiamo sempre di dare tutto quello che abbiamo, dall'allenamento alla partita.

L'Italbasket femminile è una squadra temibile: possiamo dirlo?

Possiamo dirlo. Abbiamo tante giocatrici sì giovani, ma alcune sono veramente molto esperte. C'è Cecilia Zandalasini, che penso sia la giocatrice più temibile che abbiamo in squadra. Al gruppo porta una grandissima esperienza e talento. Ma penso che la nostra squadra sia molto coperta in tutti i ruoli. Abbiamo tanta voglia di migliorare, di lavorare. Siamo una buona squadra.

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Com'è la chimica?

In campo cerchiamo sempre di mettere molto cuore. Con la maglia azzurra cerchiamo di dare tutto quello che abbiamo perché alla fine rappresentiamo un movimento, tutte le ragazze che giocano a pallacanestro in Italia. Ci sentiamo responsabili e cerchiamo di dare tutto quello che abbiamo ogni volta che scendiamo sul parquet. Tra noi ragazze c'è molta chimica, ci troviamo veramente tanto bene e ci conosciamo altrettanto bene. Anche se questo gruppo ormai è più o meno lo stesso da tre, quattro anni, noi stiamo cercando di crescere sempre di più. Penso che sia questa la chiave di questa Nazionale.

E Andrea Capobianco che tipo di allenatore è?

Penso che sia un uomo e un allenatore con molta passione. In quello che la squadra porta in campo c'è anche molto di lui. In ogni allenamento, in ogni discorso, ci trasmette passione e fiducia. Ha fiducia in ogni giocatrice del gruppo e questo poi, di conseguenza, permette di scendere in campo in maniera più serena. Senza avere troppa paura di prendere delle decisioni. Questo è fondamentale.

Tu sei piccola fra le grandi e non a caso giochi da playmaker. Ti dà più soddisfazione un assist o un canestro?

No, più l'assist. Il ruolo del playmaker è quello di cercare di mettere più in ritmo una compagna. Trovarne una libera, darle ritmo e vedere che ha segnato per un mio passaggio mi dà molto soddisfazione. Ma non disdegno far canestro, sia chiaro (ride, ndr).

Il tuo nucleo familiare: papà Paolo ha giocato in Serie C, tuo fratello Edoardo è un cestista così come tua sorella gemella Eleonora. Non potevi finire a fare un altro sport, o no?

Il basket è sempre stato una questione di famiglia, come hai detto a partire da mio papà che giocava. Penso che sia stato lui a trasmetterci questa passione. Io e mia sorella da piccole abbiamo provato molti sport, siamo sempre state molto sportive e ci piacevano tutti gli sport. Poi andavamo sempre in palestra a vedere nostro fratello che giocava a basket e quando c'era un momento libero con il campo vuoto scendevamo insieme a prendere i palloni, a correre su e giù. Un giorno l'allenatrice di mio fratello ci ha chiesto se volevamo iniziare anche noi a giocare a basket e da lì è stata subito passione, sia per me che per mia sorella. Da lì non ci siamo più stancate.

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Senza la palla a spicchi, cosa avresti voluto fare?

Non ci ho mai pensato, ho sempre riposto tutte le mie forze sul basket. (Pensa, ndr) Ti giuro che non saprei risponderti. Nella mia visione c'è sempre stato un canestro.

A proposito di sport: uno che ti piace al di là del basket?

Mi piacciono veramente tutti gli sport, ma nello specifico l'atletica e soprattutto il salto in alto. Mi piace vedere il calcio, anche quando gioca l'Italia. Da praticare, da piccola giocavo molto a calcio con i miei amici o a pallavolo quando ero in spiaggia. Non disdegno nessuno sport e quando c'è da fare qualcosa mi ci metto.

Come mai proprio il salto in alto?

Mi è sempre piaciuto fin dalle scuole medie, quando facevamo i giochi con tutte le discipline di atletica. Poi, vabbè, in Italia abbiamo Gianmarco Tamberi

A 14 anni hai esordito in Serie A, a 16 hai esordito in Nazionale e a 19 è arrivata la chiamata al draft WNBA (la lega professionistica femminile degli Stati Uniti, ndr). L'etichetta di talento precoce ti è pesata?

Per me è arrivato tutto in modo inaspettato, fin da piccola. Ho avuto attenzioni anche mediatiche, ma ho sempre cercato di gestirle al meglio con le persone che mi stavano attorno, come la mia famiglia o gli allenatori e tutti. Ho sempre cercato di prendere tutte le cose che dicevano di me come stimolo per fare meglio, come modo per spingermi in ogni allenamento a fare uno step in più. Non penso che l'etichetta mi sia pesata, ho sempre cercato di utilizzarla come strumento per non sedermi. Ho sempre visto la pallacanestro come uno sport, è una cosa che mi ha sempre divertito e quindi cerco anche oggi di farlo in serenità. Cerco di rimanere sempre me stessa e di divertirmi, che è questa poi la cosa più importante.

Le Atlanta Dream, la squadra che ti aveva scelto al draft WNBA, hanno rinunciato ai tuoi diritti. Il sogno americano è sempre qualcosa che un giorno speri di realizzare?

È un passo che mi piacerebbe tanto fare, è un sogno che ho nel cassetto quello di giocare in America un giorno. In questo momento sono free agent e ho un agente anche in America, che magari quando ci sono delle offerte o delle proposte mi aggiorna. Ma adesso sono molto focalizzata sul Mondiale. E comunque sono una che pensa molto al presente. Poi si vedrà.

Qualcosa che ti affascina in particolare dell'esperienza Usa?

Mi affascina il modo in cui vivono lo sport, le arene sono pienissime e il tifo è forte. Giocare in un simile palcoscenico è speciale. L'atmosfera, il clima partita, l'opportunità di vedere da vicino le grandi giocatrici e poter imparare da loro: direi che è questo quello che mi attrae di più. Ne ho parlato anche con alcune compagne che hanno fatto esperienze là. Mi hanno detto che è fantastico. Ora mi è salita la curiosità.

E invece qual è il sogno da realizzare al Mondiale?

Vorrei andare a medaglia, e se devo sognare in grande vincere l'oro. Perché no. Sognare non costa niente.

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