l'intervista a tgcom24

Willie Peyote: "Il mio ultimo album è un road movie | La scrittura? Per me sempre stata osservazione"

Il rapper piemontese, classe 1985, con 'Anatomia di uno schianto prolungato' dipinge un ritratto schietto e volutamente provocatorio del nostro tempo

di Giulia Spini
08 Giu 2026 - 11:58
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 © Matteo Bosonetto

© Matteo Bosonetto

Descrivere una società allo sbando, che nelle sue contraddizioni rimane comunque ancora in piedi. Willie Peyote, all'anagrafe Guglielmo Bruno, racconta così l'attualità in Anatomia di uno schianto prolungato, il suo sesto album in studio. Il disco, anticipato dai singoli Burrasca e Kodak, è una satira pungente della quotidianità, una critica sociale che si esprime fra rap, funk, ballad e neosoul. In copertina un enorme cratere di sabbia rossa: che sia quello il luogo in cui finiremo al termine di questo schianto? In undici tracce Willie cerca di spiegarlo.

Musicalmente e personalmente, come si sopravvive a questo schianto senza cedere al cinismo?

Beh, non so neanche se ci riesco io. Secondo me un modo per resistere, intanto, è uno dei temi che cerco di trattare nel disco, cioè il bisogno dell'altro. Quindi attraverso la riscoperta di un senso di collettività che in qualche modo si può resistere e anche reagire volendo. In generale è sopportare un momento difficile. Credo che la chiave sia sempre quella di trovare un appoggio negli altri. 

"Anatomia di uno schianto prolungato" è un titolo quasi cinematografico. Se potessi fare un film, ispirandoti alle canzoni che ci sono in quest'album, cosa metteresti in scena?

Visto che è un album tutto sommato itinerante, che parte da Torino, poi arriva a Roma, a Milano, fino alla Riviera Romagnola, direi che è un tipo un road movie. Quindi sicuramente parla di un viaggio. In qualche modo i pezzi, soprattutto il primo e l'ultimo, rappresentano, secondo me, bene l'inizio e la fine di un film. Penso a Le città di pianura che mi è piaciuto molto: mi affiderei al regista di quel film lì per mettermi in scena. 

Nell'album, oltre alla denuncia sociale c'è anche un lato più introspettivo, come in "Kodak" o in "Burrasca". Qual è il tuo rapporto oggi con la solitudine? È una scelta per ricaricarsi o una conseguenza del tuo lavoro?

Sicuramente spesso è una scelta per ricaricarmi. Ci sono tanti momenti in cui ho a che fare con gli altri per via del lavoro, incontro tante persone e cerco di spendermi anche soprattutto per i fan che occupano il loro tempo ascoltandomi. Quindi spesso la solitudine può essere un momento di ricarica, anche solo per poter stare zitti e non dover parlare per forza, è proprio una questione anche di ricarica fisica. La solitudine non è mai un problema finché è una scelta tua: quando la tua solitudine diventa una scelta degli altri, allora capisco che possa diventare più difficile da gestire.

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Ti senti più un rapper, un cantautore o un osservatore sociale?

Secondo me non si può togliere il ruolo di osservatore della realtà a chi scrive, che siano canzoni, libri o saggi, insomma chi scrive ovviamente racconta quello che vede, quindi in qualche modo la scrittura è sempre osservazione. È difficile secondo me togliere dal cantautore, dal rapper, dallo scrittore in generale il ruolo di osservatore. Poi ovviamente dipende come si interpreta il ruolo di osservazione: c'è chi osserva dall'alto verso il basso, c'è chi osserva per giudicare, c'è chi invece lo fa solo per raccontare. Io spero di rientrare nella categoria che osserva per farne un racconto e non si isola mai dalla realtà che racconta, ma sa di esserci dentro. 

Nel brano "Luigi" citi il caso di Luigi Mangione. Pensi che la musica possa essere considerata ancora uno strumento di lotta, oppure considerata da molti un sottofondo per i meme?

La musica come tutte le forme d'arte può essere entrambe le cose, può essere un sottofondo, uno svago, un intrattenimento. Può amplificare dei messaggi e in qualche modo riassumere delle istanze anche sociali e politiche. La musica, l'arte ha la fortuna di poter essere tante cose tutte insieme, è una scelta che fa lo spettatore di come utilizzare l'arte che sente, perché poi uno interpreta le canzoni in base a quello che sente lui. Quindi nulla è definitivo quando uno scrive, come arriverà agli altri non lo sai mai. Credo che la musica possa sicuramente essere uno strumento anche di lotta, quantomeno può essere un amplificatore di pensieri di tanti e può essere utilizzata anche come simbolo volendo. 

C'è un tema che senti di non aver ancora affrontato davvero in una tua canzone?

Ho cercato di affrontare un po' tutti i temi che sentivo dentro, quindi al momento sicuramente qualcuno non l'avrò affrontato, però ci sarà modo se mi verrà, insomma, se ne sentirò bisogno. Non penso di aver mai in qualche modo escluso un tema che sentivo importante per qualche ragione che fosse discografica o di scelte più lavorative. Quindi delle cose di cui volevo parlare le ho sempre affrontate, anche tutti i dubbi che ho sulle questioni. Ad oggi non c'è un tema che ho escluso volutamente, se c'è qualcosa che non ho ancora affrontato potrei affrontarlo prossimamente. 

Hai collaborato con Brunori Sas nel brano "Mi arrendo", in cui cantate "Forse ci conviene nasconderci bene". Ti è capitato di doverti nascondere da qualcosa?

Ci sono momenti nella vita in cui la situazione è troppo difficile e quindi preferisci nasconderti piuttosto che affrontarlo. Forse perché non c'è modo di affrontarlo, ci sono alcune tempeste che bisogna solo lasciar passare e non si possono affrontare di petto, quindi credo che sia normale nella vita attraversare momenti in cui si preferisce restare a casa e dormire tutto il giorno piuttosto che affrontare le questioni quando ci sembrano più grandi di noi. È vero altrettanto, però, che io non credo nella rassegnazione totale, quindi credo si debbano accettare momenti in cui non si hanno le forze di reagire ma bisogna poi lavorare su se stessi per trovare un modo per farlo, perché è meglio e ci fa del bene. Però parlo anche per esperienza personale, ci sono sicuramente diversi momenti in cui non hai le forze e quindi preferisci spegnerti. 

Molti temi che affronti riguardano spesso tanti problemi denunciati dalla Generazione Z. Ai giovani che si approcciano al mondo della musica cosa consiglieresti?

Il mondo è cambiato tanto da quando ho trasformato la mia passione in un mestiere. Quello che posso dire è che l'arte, la scrittura, la musica è un lavoro totalizzante, quindi deve nascere da un bisogno quasi fisico di essere fatto, non dalla ricerca della fama o del successo. Quindi l'unico consiglio che mi sento di dare è: fatelo se ne sentite davvero bisogno e non come modo per raggiungere la fama e cercate sempre di essere sinceri con voi stessi e con gli altri. La musica che fate, i libri che scrivete, qualunque cosa, i quadri che dipingete, se siete veri arrivano meglio. 

C'è una canzone che oggi non scriveresti più allo stesso modo del tuo repertorio?

Beh, ce ne sono molte, scrivo da parecchio tempo, quindi la comunicazione cambia, la sensibilità cambia. Ci sono diverse barre che scriverei in modo diverso. Credo però sia giusto anche, in qualche modo, che le cose che scrivo rappresentino i momenti in cui sono state scritte, quindi per forza di cose possono invecchiare bene o male in base a come cambia il mondo. Quindi cambierei ad oggi tante cose, col senno di poi, però le tengo così perché avevano un senso quando sono state fatte. 

Se dovessi spiegare Willie Peyote a qualcuno che non ti ha mai ascoltato, da quale canzone partiresti?

Partirei da questo disco, che per me è l'ottavo disco solista e il sesto disco vero in studio. Sento che è un disco molto vero, rappresentativo, che racconta meglio l'oggi e a me personalmente piace. Poi ci sono anche canzoni vecchie che possono essere utili e magari quelle più famose, però direi che se si partisse da questo disco darebbe un buon polso della situazione. 

Nel nuovo disco canti anche con Noemi in "Che Caldo Fa a Testaccio". Una collaborazione interessante...

È nata in maniera molto naturale, perché su quel sound secondo me la sua voce era perfetta. Mi piaceva l'idea di avere un controcanto soul femminile su quella traccia, con la meravigliosa voce di Noemi e poi si parlava di Roma, quindi ho pensato che meglio di lei la quota di romanità non poteva aggiungerla a nessuno. Le ho mandato il pezzo e e sono stato molto contento che le sia piaciuto, mi sembrava perfetta per quella traccia lì. 

Da Roma a Torino: la prima traccia dell'album è "In cerca di uno schianto", dove omaggi i Subsonica. Cosa ti hanno lasciato a livello personale e artistico?

Moltissime cose, mi hanno cresciuto come ascoltatore e poi mi hanno anche accolto nella loro famiglia sul palco e nei backstage e nella vita di tutti i giorni. Siamo amici, quindi sono talmente tante le cose che mi hanno insegnato sopra e sotto i palchi che non saprei restringerle. Sono i miei fratelli maggiori, mi hanno insegnato come si fa questo mestiere in tutti i sensi, come si vive questo mestiere, come si può raccontare la nostra città, come si può rimanergli fedele pur avendo un linguaggio che rappresenta tutti. Insomma, mi hanno insegnato praticamente tutto. 

Se potessi collaborare con un artista del passato, chi sceglieresti?

Ma sono moltissimi, se stiamo in Italia e sul Torino, ti direi che mi sarebbe piaciuto conoscere Fred Buscaglione, mi sarebbe piaciuto conoscere Jannacci, che invece è milanese. Anche Paolo Conte, che ancora ovviamente vive fortunatamente. Questi sono tre nomi che mi sento di fare. Pino Daniele. Sono davvero tanti gli autori italiani che mi hanno influenzato, e se potessi allargare il campo all'estero ti direi Mac Miller. 

Dal 10 ottobre partirà il tuo tour. Cosa vuoi portarti a casa?

Credo che il nostro lavoro sia anche un lavoro che cerca di dare agli altri, quindi io a casa voglio portarmi la soddisfazione di cantare con la gente che verrà ai concerti. Arriverò con la band che mi accompagna da sempre live, e che c'è anche nel disco, ci sarà molta musica suonata. Torniamo nei club, che sono luoghi anche un po' più intimi, in cui si può condividere davvero l'esperienza del concerto, quindi mi aspetto di condividere quelle due ore di concerto con le persone. A me piace vivere la musica come un rito collettivo, quindi si parla di condivisione. 

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