La recensione

"Ritorno a Buenos Aires" ci ricorda come gli orrori della dittatura non si cancellino mai davvero

Il regista italo-argentino Marco Bechis torna a raccontare la pagina nera dei desaparecidos, in un film che non può non essere un pugno allo stomaco

04 Ott 2026 - 07:00
SeguiLogo Tgcom24suSeguici su
 © Instagram

© Instagram

Ritorno a Buenos Aires è un sequel diverso dal solito. È un jab che segue altri due montanti, a distanza di anni, proprio quando pensavi che il livido lasciato da Garage Olimpo e da Hijos - Figli si sarebbe in qualche modo riassorbito. Marco Bechis fa un cinema sociale e politico che non lascia spazio a virtuosismi. Un cinema che, pur rimanendo ancorato a una dimensione documentaristica, non perde tuttavia la voglia di raccontare per immagini. Ritorno a Buenos Aires mette in scena dei personaggi di finzione in grado di creare un rapporto empatico con lo spettatore senza ricorrere a sotterfugi, senza bisogno di scadere in quella semplificazione che porta allo stereotipo. Ci riesce senza rinunciare mai volutamente a ingrigire il bianco e scolorire il nero, rendendo i confini tra bene e male più sfumati per quanto netti.

La banalità del male "can't get no satisfaction"

 C'è tutta la banalità del male di Hannah Arendt nei volti segnati dal tempo di questi anziani aguzzini una volta armati di picana. Questi uomini, che si sono macchiati delle peggiori violenze e delle più efferate torture ai tempi della dittatura argentina, non vengono davvero umanizzati nemmeno da anziani. Bechis non si fa problemi a esplicitare le conseguenze dirette del loro faustiano patto col diavolo, fatto di famiglie che li ripudiano ed esistenze che vanno in pezzi appena escono dal luogo dove possono sfogare i loro più beceri istinti. C'è Satisfaction dei Rolling Stones in sottofondo quando qualcuno viene violentato dentro la tragica zona franca rappresentata da Garage Olimpo e non sembra una scelta musicale dettata dal caso: è come se il film ci suggerisse che, persino in quei momenti di estrema e perversa lussuria, gli stessi aguzzini non possano mai "ottenere soddisfazione" davvero. Proprio come cantavano Mick Jagger e soci.

L'esperimento argentino del Dottor K

 La galera cui sono condannati questi mostri dall'aspetto normale non è che la sublimazione della pena, in un film che ci chiarisce subito come il karma abbia già distrutto da tempo tutti loro. A partire dal Dottor K, il mostro che tempo prima ha garantito la sua oscura protezione al giovane Mariano/Tano e che proprio per colpa sua rischia di venire condannato a distanza per i suoi crimini. Nell'"apodo", nel soprannome di questo personaggio c'è il chiaro riferimento cinefilo a L'esperimento del dottor K, il classico del '58 di Kurt Neumann che ispirò David Cronenberg per La mosca. Ma non è una citazione fine a se stessa, anzi. Anche il dottore di Ritorno a Buenos Aires ha infatti nel suo curriculum in fondo un esperimento simile, quello che lo ha portato a trasformare Mariano in un animale, in quello che lui stesso definisce un "cane fedele".

Questo anziano ometto, cui bastano i modi affettati e la voce calma per risvegliare traumi nel protagonista, viene colpito alla fine dal destino prima che dalla giustizia proprio nella sua virilità: come capiamo infatti dai versi e dall'insistenza nel mostrarcelo in bagno che probabilmente proprio lui che ha più volte violentato Mariano è nel presente del film ormai impotente e schiavo della propria prostata.

La mostra del trauma

 L'ultima opera di finzione di Bechis si è inserita nel catalogo di una Mostra del cinema di Venezia in cui il tema del trauma ha fatto un po' da trait d'union all'intera edizione: i traumi fisici di Dau e quelli anche emotivi del marine Nelson nel film di Tsukamoto, hanno in fondo finito per trovare una sintesi nel protagonista di Ritorno a Buenos Aires. Ad Adriano Giannini bastano poche pennellate per restituire il ritratto di un uomo controverso, costretto in primis da sé stesso a confrontarsi di nuovo con il proprio passato, scendendo un'ultima volta nel girone infernale di una Buenos Aires mai così notturna e oscura. D'altronde è complesso immaginare di poter far riemergere uno spicchio di luce da quell'abisso di tragedia, che come una malattia ereditaria traspone i suoi tristi esiti anche nei figli di quegli stessi desaparecidos.

Nessuno muore davvero

 Si pensi in questo senso alla figlia di "Muñeca" (l'amore mai consumato di Tano) trasfigurata in una maschera di pietra man mano che scava in un passato ignorato fino al giorno prima. È proprio quest'ultimo personaggio a raccontare al protagonista perché si scegliesse negli anni della dittatura di eliminare dissidenti o presunti tali proprio con i cosiddetti "voli della morte": gettare le persone da un aereo era infatti la perfetta soluzione finale, visto che il corpo al momento dell'impatto col mare si disintegrava. Anche se in realtà nulla si cancella mai davvero del tutto, come capiscono col senno di poi persino quelli che avevano brevettato un metodo tanto macabro. Il diritto all'oblio (come la sua stessa pretesa) non si concretizzerà mai per certe atrocità, anche se si prova a seppellirle settemila leghe sotto il mare.

Con dentro una guerra

 Ritorno a Buenos Aires è una pellicola necessaria anche per il modo in cui ricorda che la storia non è cancellabile o revisionabile, non nella sua interezza almeno. Puoi ucciderne una parte, come viene uccisa anche una parte dei sopravvissuti alla dittatura nel film, ma quella parte da sola non può bastare per passare il bianchetto sull'intera riga. Poi si può discutere su come si resti vivi dopo essere stati in parte mutilati di una metà di se stessi, dilaniati magari dai sensi di colpa e dai postumi di una sindrome da stress post-traumatica.

Basti pensare a Mariano che è di fatto un essere umano svuotato, in grado di rispondere ormai solo a scosse improvvise come quelle provocate dai suoi torturatori con la picana. Lui che di cognome fa Guerra è la personificazione di un conflitto, sia interno che esterno, mai davvero terminato. Più che un uomo è un fantasma costretto a vivere tra altri spettri, uscito solo fisicamente sano dai due anni e più passati dentro Garage Olimpo. Quando visita quest'ultimo luogo con la figlia di Muñeca il valore simbolico di quel momento è chiaro: Tano/Mariano è lì, in un posto che resta opprimente nonostante delle strette celle siano rimaste ormai solo delle linee, a delimitare dove prima c'erano i muri. Ma non basta abbattere quelle pareti strette per eroderne i confini, come si rende conto il protagonista che resta bloccato tra quelle quattro linee quasi si trattasse di una comparsa di Dogville. 

Ti tornerà la voglia di vivere?

 A Bechis bastano le linee per terra e qualche specchio rotto che deforma il volto del suo attore principale per raccontare fisicamente l'esistenza interrotta di un medico che si ritrova a fare massaggi cardiaci con la veemenza di chi vorrebbe far ripartire in primis il suo, di cuore. Forse sfogare quel non detto nel proprio lavoro è l'unico modo per scendere a patti con lo stesso, sembra suggerirci Bechis, che ha a sua volta vissuto sulla propria pelle quegli stessi orrori e li ha fatti diventare il motore di una filmografia e anche di un libro. Il regista cresciuto a Baires da madre cilena e padre italiano, nell’aprile del '77 fu infatti sequestrato. Uscì da uno dei carceri clandestini che ha a lungo raccontato solo quattro mesi dopo, con un decreto di espulsione che lo portò a Milano, dove tuttora vive.

La sua figura, per quanto decisamente meno controversa di quella del protagonista della sua ultima pellicola, appare quindi in qualche modo speculare nel vissuto. Al pari del medico Mariano, anche Bechis mostra qualcosa di chirurgico, almeno nella messa in scena: con quello sguardo mai voyeuristico sui corpi torturati, il regista sembra quasi un medico impegnato col suo bisturi a operare più di un cuore aperto (il suo e quello di chi è in grado di seguirlo). Un lavoro asciutto che si sintetizza nella frase iniziale che Tano dice su un'ambulanza a un paziente appena rianimato: "Ti è tornata la voglia di vivere?". Una domanda tutt'altro che retorica cui ogni spettatore, dopo aver guardato l'abisso dell'animo umano, può rispondere secondo coscienza.

Ti potrebbe interessare

videovideo