L'INTERVISTA

Ligabue per la prima volta sul palco col figlio Lenny: "L'asse di briscola dell'emozione"

Il rocker non concorda con De Gregori sull'impegno politico degli artisti. E aggiunge: "Per me la sfida è sempre stata quella di scrivere belle canzoni".

13 Giu 2026 - 10:17
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 © Ufficio stampa

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È "La notte di Certe notti". Una di quelle in cui non si può restare soli. Ci sono 54mila spettatori e poi, per la prima volta negli stadi, c'è suo figlio Lenny. Classe '98, è alla batteria: "L'asse di briscola dell'emozione". Lo dice commosso Luciano Ligabue, incontrando i giornalisti a un paio d'ore dall'inizio della tappa romana all'Olimpico di Roma, che apre ufficialmente - a una settimana dalla data zero a Bibione - la parte negli stadi del tour celebrativo per i 30 anni di "Certe notti". Una tournée che continuerà mercoledì 17 giugno all'Allianz Stadium di Torino e sabato 20 giugno a San Siro di Milano. Poi si riparte a settembre e ottobre con una tranche in arene e palazzetti. Tutto ciò prima di una pausa dai live in Italia, ma non all'estero, nel 2027. "Potrebbero esserci delle sorprese - anticipano Ferdinando Salzano e Marco Ligabue - sarà un progetto diverso, particolare e ricco. Ma è presto, ci sarà tempo per dirlo".

Le celebrazioni per il trentennale di “Certe notti” proseguono da quasi un anno e hanno smosso tanto nel pubblico. E in te cosa hanno smosso?Io non avevo idea che potesse essere quello che è stato finora. C'è stato il tour in Europa, i teatri e ora gli stadi. Tutte prime volte che sto rivivendo con mio figlio Lenny. Questo mi sta dando ancora più emozioni. Devo dire che è un momento veramente felice per me, sia sul piano artistico che personale. Quindi, hanno smosso tantissimo. 

Tanto l'Olimpico riapre, prima o poi… che effetto ti fa tornare qui?
Mi piace l'idea di partire il tour degli stadi da Roma perché qui ho dei ricordi molto precisi. La prima volta che siamo venuti abbiamo fatto la curva e ci fu un entusiasmo pazzesco. La cosa un po' meno divertente è che, essendo l'ultima tappa, c'è stato uno scherzo dei tecnici. Io cantavo "Leggero" su una piattaforma che si sollevava in genere fino a tre metri. Quella sera arrivò a 10, e non c'erano paratie. È stata la versione più a sedere stretto di "Leggero" mai fatta nella mia storia. Poi un'altra volta abbiamo preso qui così tanta acqua che a un certo punto si è vista l'arca di Noè. Tornare sul luogo del delitto, fa un certo piacere. 

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C'è una canzone in particolare che ancora ti emoziona più delle altre quando la canti?
C'è sempre una canzone che deve far partire qualcosa. In certi casi, a far partire tutte le altre, come nel mio. È "Sogni di rock'n'roll". Mette insieme due concetti - i sogni e il rock'n'roll - che più volte ho espresso nelle mie canzoni. A questa sono particolarmente debitore, mi è uscita una domenica pomeriggio di tanti anni fa e parlava del sabato sera precedente. Sul palco è un momento molto particolare, acustico e intimo, che mi emoziona. E poi c'è un'altra canzone, "Il mio nome è mai più", scritta con Jovanotti e Piero Pelù nel 1999. Sullo sfondo la guerra nell’ex Jugoslavia.

Ci porta alle recenti dichiarazioni di De Gregori sullo schieramento degli artisti su temi politici e sociali. Cosa ne pensi?
C'è una premessa da fare. Francesco è un patrimonio della musica e della cultura di questo Paese. È uno dei più liberi di pensiero fra tutti gli autori, non si fa mai trovare dove qualcuno pensa di trovarlo ed è una caratteristica che mi piace molto. Detto questo è chiaro che ha parlato per sé. Io quel pensiero non lo condivido, non più di tanto. Però, credo abbia voluto dimostrare, con un po' di fastidio, che noi non siamo obbligati (a schierarci, ndr). Troppe volte si dice "la musica deve". No, la musica può, e uno decide poi se ha voglia di farlo oppure no. Questo credo sia un pensiero che deve essere concesso a tutti. "Il mio nome è mai più" la canto quasi in ogni concerto e ricordo sempre che non c'è solo un massacro a Gaza, ce n'è anche uno in Ucraina, ce n'è uno in Sudan e ce ne sono altri 56 in corso nel mondo. 

Anche il tuo ultimo brano "Nessuno è di qualcuno" è nato dall’urgenza di dire qualcosa? 
Affronta il tema della violenza di genere. I diritti verranno devoluti alla Fondazione Una Nessuna Centomila. Il pensiero che una donna su tre in questo Paese abbia subito una violenza fisica o sessuale è un pensiero intollerabile, ma la cronaca di tutti i giorni ce lo fa diventare qualcosa che come argomento a volte scivola via. Io ho voluto provare a raccontare un sentimento di empatia dicendo comunque che nessuno per l'appunto è di qualcuno. Spero che questa cosa arrivi in maniera chiara.

Nell'attesa di andare all’estero nel 2027 c'è tempo per un nuovo disco o un nuovo film? 
Di canzoni ne ho un fottio, questo è l'ultimo dei problemi. Poi da lì a pubblicarle è un'altra cosa. Perché il mondo è cambiato, ma qualcosa sicuramente uscirà. Per quanto riguarda un nuovo film sarebbe il quarto, ma io non ho bisogno di farne, non faccio il regista. Ho la possibilità laddove mi venisse una storia da raccontare ma non è una cosa programmabile. La stessa cosa è successa con i libri. Finché mi lasciano questa possibilità voglio usarla fino in fondo.  

E quali sono le prossime sfide?
Per me la sfida è sempre stata quella di scrivere belle canzoni. Fin dall'inizio ho cercato brani che avessero un'anima popolare, con un sound che fosse quello di cui avevo bisogno. Nella mia testa io puntavo a essere un cantautore con il suono di una band. Questo volevo essere e spero di essere tutt'ora. 

Nel futuro anche una partecipazione a Sanremo?
Non credo. Ho sempre pensato che sia una grande vetrina, ma che sia anche una cosa da coltello fra i denti. È difficile fare musica lì, c'è troppa tensione. Per andare intanto dovrebbero invitarmi e poi dovrei consultarmi per capire se ci sono le condizioni. Non credo. Ma mai dire mai. 

Maria Concetta Valente