A un decennio dalla scomparsa mostre, libri e documentari celebrano un artista che ha attraversato generi
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Sono passati dieci anni dalla morte di David Bowie, eppure la sua presenza continua a farsi sentire nel presente con una forza rara. Non solo nella musica, ma nell'immaginario collettivo, nella moda, nell'arte e nel modo stesso di concepire l’identità. A ricordarlo oggi non sono soltanto le canzoni, ma un fiorire di mostre, pubblicazioni e documentari che raccontano cinque decenni di sperimentazione continua e libertà creativa di un artista diventato icona.
David Robert Jones nacque a Londra l'8 gennaio 1947. Il mondo lo conoscerà come David Bowie, riconoscibile anche per quegli occhi di colore diverso, conseguenza di una rissa adolescenziale diventata tratto distintivo. Dopo gli esordi nelle piccole band degli anni Sessanta, il successo arrivò con "Space Oddity", scelto dalla BBC come colonna sonora dell'allunaggio del 1969: un'intuizione che lega per sempre Bowie all'idea di esplorazione e altrove.
La vera rivoluzione prese forma nei primi anni Settanta con Ziggy Stardust, alieno rockstar e manifesto glam che spalancò le porte alla fluidità di genere e alla libertà d'espressione. Subito dopo arrivò Aladdin Sane, con il celebre fulmine sul volto, una delle immagini più iconiche della storia della musica. Bowie non si ripetè mai: cambiò pelle, personaggi, suoni. Diventò il Duca Bianco, si rifugiò a Berlino e intercettò, tra sintetizzatori e silenzi, un'Europa divisa, ma creativamente febbrile.
Gli anni Ottanta lo consacrarono al grande pubblico con "Let's Dance", i tour negli stadi e la partecipazione al Live Aid. Ma anche quando raggiunse l'apice del successo, Bowie non smetté di cercare. Negli anni Novanta si reinventò ancora una volta, esplorando elettronica e hard rock con i Tin Machine. Nei primi Duemila, un problema al cuore durante un tour lo spinse a ritirarsi dalle scene e a concentrarsi sulla vita privata con la moglie Iman e la figlia Lexi.
Bowie non ha anticipato il futuro solo sul palco. Fu tra i primi a comprendere l'impatto di internet sull'industria discografica e sul rapporto tra artista e pubblico. I Bowie bond, innovazione finanziaria che gli permise di riacquistare i diritti del suo catalogo, sono la prova di una mente sempre proiettata in avanti, capace di leggere i cambiamenti prima degli altri.
Il suo ultimo gesto creativo fu "Blackstar", pubblicato l'8 gennaio 2016, giorno del suo 69esimo compleanno, due giorni prima della morte a New York, dopo una lunga battaglia contro il cancro. Un disco enigmatico e potente, in cui Bowie abbandonò i personaggi e affrontò la fine con lucidità e poesia. Nei video appare fragile, bendato, disteso: un profeta che annuncia il proprio commiato. "Blackstar" è il suo regalo d'addio al mondo.
A questo addio si lega anche "Lazarus", l'opera teatrale portata in scena a Broadway, ideale prosecuzione de "L'uomo che cadde sulla Terra". Bowie vi lavorò fino all'ultimo e assistette alla prima il 7 dicembre 2015, nella sua ultima apparizione pubblica. Oggi la sua eredità è custodita e rilanciata dal David Bowie Center, inaugurato al Victoria and Albert Museum di Londra, un archivio monumentale di oltre 90mila elementi. A completare il ritratto arrivano nuovi libri e documentari che raccontano gli ultimi anni e la straordinaria coerenza con cui ha trasformato anche la fine in un atto creativo.