© Afp | Palma d'Oro a Fjord di Cristian Mungiu
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Una storia che ricorda un po' quella della "famiglia del bosco", quella del film del regista romeno Cristian Mungiu, che ottiene il principale riconoscimento al Festival 2026 in una cerimonia di premiazione che si contraddistingue per i tantissimi premi ex aequo
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Cannes incorona "Fjord" di Cristian Mungiu vincitore della Palma d'Oro della 79esima edizione del Festival del Cinema. Verdetto deciso dalla giuria presieduta da Park Chan-wook e composta da Diego Céspedes, Isaach de Bankolé, Paul Laverty, Demi Moore, Ruth Negga, Laura Wandel, Stellan Skarsgård e Chloé Zhao. In un'edizione del Festival che ha visto pochi film emergere, "Fjord" - che racconta una coppia di immigrati che finisce sotto accusa per il modo in cui cresce i propri figli - ha riscosso grande ammirazione portando al regista romeno la sua seconda Palma: aveva già vinto nel 2007 con "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni".
"Credo che prima di chiedere agli altri di fare dei cambiamenti, sia importante che noi stessi li facciamo. Penso che nel cinema sia importante parlare di temi rilevanti, che sono facilmente reperibili e ci aiutano a capire la direzione in cui sta andando il mondo". Lo ha detto Cristian Mungiu ricevendo ritirando la Palma d'oro 2026 per "Fjord". "Possiamo farlo osservando le persone che ci circondano, quelle a noi vicine. E ciò che percepisco è che le società odierne sono frammentate, radicalizzate. E questo film è anche un impegno contro ogni forma di fondamentalismo - ha aggiunto -. È un messaggio di tolleranza, di inclusione, di empatia. Sono termini meravigliosi che tutti amiamo, ma dobbiamo mettere in pratica più spesso".
"Fjord" è una storia che ricorda molto quella della "famiglia del bosco" ed è anche una sorta di sequel di "R.M.N"., ma spostata dal contesto transilvano a quello scandinavo. Protagonista, appunto, la famiglia dei Gheorghiu, una devota coppia cattolica romeno-norvegese, composta da Sebastian Stan nel ruolo di Mihai Gheorghiu e Renate Reinsve nel ruolo di Lisbet con cinque figli, compreso un neonato. Una famiglia del tutto ben integrata nel piccolo villaggio sul fiordo che ha molto legato con i loro vicini, gli Halberg. Ma quando l'adolescente Elia Gheorghiu si presenta a scuola con alcuni lividi sul corpo, la comunità scolastica inizia a chiedersi se l'educazione tradizionale che i figli dei Gheorghiu ricevono dai genitori possa avere qualcosa a che fare con ciò. Da una parte una famiglia religiosa e tradizionale, dall'altra uno stato sociale nordico molto laico e intollerante.
Il Grand Prix è andato invece a "Minotaur" del regista russo Andrey Zvyagintsev, uno dei titoli più apprezzati dalla critica internazionale. Il thriller domestico di Zvyagintsev è ambientato sullo sfondo della guerra tra Russia e Ucraina e liberamente ispirato al film del 1969 di Claude Chabrol "La moglie infedele". "Minotaur" racconta la storia di un uomo d'affari russo che sospetta delle infedeltà della moglie. Allo stesso tempo, ha il compito di reclutare 150 dei suoi dipendenti per la macchina da guerra di Vladimir Putin. Da Zvyagintsev un appello a Putin: "Milioni di persone su entrambi i lati della linea sognano una sola cosa: che i massacri finiscano finalmente. E l'unica persona che può porre fine a questa carneficina è il presidente della Federazione russa. Ponete fine a questa carneficina! Il mondo intero lo sta aspettando".
Il Premio della Giuria è stato assegnato a "The Dreamed Adventure" della regista tedesca Valeska Grisebach, storia di un'archeologa a Svilengrad, al confine tra Turchia e Bulgaria, coinvolta in un intreccio legato al furto di un'auto. Mentre il premio per la miglior regia è stato ex aequo tra il duo spagnolo Javier Calvo e Javier Ambrossi per "La Bola Negra" (da loro un richiamo ai diritti Lgbtq, mentre in platea Penelope Cruz, cointerprete del film, si commuoveva) e il polacco Paweł Pawlikowski per "Fatherland" che ha ricordato l'importanza della creatività umana per sconfiggere l'algoritmo.
Emmanuel Marre, vincitore del premio per la migliore sceneggiatura con "Un uomo del suo tempo" ("Notre salut") ha sottolineato come il film, ambientato nel periodo di Vichy parli di piccoli tiranni "gli stessi che oggi quando sono a capo di uno stato, loro o di un'azienda, o di qualsiasi cosa, discriminano, bombardano e commettono genocidio".
Migliori attrici sono Virginie Efira e Tao Okamoto per "Soudain" di Ryûsuke Hamaguchi. A consegnare il premio è Pierfrancesco Favino, che sul palco parla in un francese molto fluente. Tra gli attori, vincono Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per "Coward" di Lukas Dhont, ambientato durante la Prima guerra mondiale, dove un giovane soldato scopre nel teatro un fragile spazio di libertà nel mezzo del conflitto.
Il miglior cortometraggio è "Para Los Contrincantes (Aux Adversaires)" di Federico Luis, ambientato nel quartiere di Tepito, dove un giovane sogna di diventare campione di pugilato. La Camera d'or per la miglior opera prima va a "Ben'Imana" di Marie Clémentine Dusabejambo, ambientato nel Ruanda del 2012 tra memoria del genocidio e percorsi di riconciliazione attraverso i tribunali popolari.
Nei giorni del festival "abbiamo fatto frequenti riunioni per parlare dei film, anche non ufficiali. Stamattina abbiamo consegnato i nostri telefoni ed è partita una serie infinita di discussioni e votazioni per prendere le nostre decisioni finali", ha spiegato Park Chan-wook, il presidente della giuria di Cannes 2026, nella conferenza stampa finale. "Arrivare al verdetto finale non ha richiesto molto tempo e non era per riavere i nostri telefoni il più velocemente possibile. È perché, fortunatamente, le nostre opinioni erano sostanzialmente concordi".
Il Palmares completo della 79esima edizione del Festival di Cannes