L'intervista

Alex Braga: "l'IA può fare benissimo alla musica: impariamo dai Beatles"

L'artista e divulgatore propone di liberare la musica dai numeri per un nuovo umanesimo digitale: "Oggi ci spaventiamo perché l'IA potrebbe sostituire gli artisti, ma è da trent'anni che stiamo progressivamente svalutando il ruolo della musica e dei musicisti, trasformandoli in influencer"

di Emanuela Griglié
05 Ago 2026 - 07:23
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Artista sperimentale, padre di  A-MINT, intelligenza artificiale etica e sostenibile, Conduttore radiofonico e televisivo, esperto di musica e di nuove tecnologie, e non solo. Tra le altre cose, anche ex professore di canto di Amici di Maria De Filippi (“Elodie è stata una mia allieva e sono molto contento di quello che sta facendo oggi”). Difficile dare un tag solo ad Alex Braga, 50 anni, che a Tgcom24 spiega come l’intelligenza artificiale stia plasmando (anche) il nostro rapporto con la musica. 

Tra catastrofismi ed entusiasmi, dove stiamo andando?

“Intanto, bisogna superare l'idea della musica come prodotto e pensarla come metafora dell'esistenza umana. La musica è una legge universale: regola l'armonia, le proporzioni matematiche contenute nell'universo, persino i nostri cicli biologici. Parlare di musica significa quindi affrontare un discorso che tocca la nostra esistenza a 360 gradi. E oggi è proprio la nostra esistenza a essere sull'orlo di un ripensamento totale. Se la guardiamo dal punto di vista del tecno-entusiasmo: siamo davanti a una grande opportunità. Da quello tecno-apocalittico: siamo sull'orlo del baratro. Ma tra l’una e l’altra c’è crinale sottile”.

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Come si fa a mantenersi sulla strada giusta ed evitare il baratro?

“Le decisioni che prenderemo oggi determineranno se l'umanità scivolerà verso un futuro sostenibile oppure verso una distopia tecnologica. Negli ultimi decenni abbiamo trasformato la nostra esistenza in un sistema basato sull'efficienza produttiva, sui numeri e sul profitto. E il paradosso è che questo ha prodotto lo strumento perfetto per sostituire e rendere ancora più efficiente quel sistema: l'intelligenza artificiale, che, però, non può e non potrà mai sostituire il guizzo creativo”.

Nel mondo della musica come si verifica questo slittamento dalla creatività ai numeri?

“Abbiamo creato piattaforme di streaming che inizialmente sembravano una rivoluzione positiva. Oggi però ci accorgiamo che vengono caricati decine di migliaia di brani al giorno e che una parte enorme di questi è generata completamente o parzialmente dall'intelligenza artificiale. Ma non è musica, ne tradisce l'idea originaria, ovvero trasferire dentro un'opera l'esistenza di un artista: dolore, gioia, paura, amore. Tutte esperienze molto umane. L'intelligenza artificiale, invece, genera contenuti attraverso una rielaborazione statistica di dati esistenti, costruita intorno ai gusti del mercato. Uno strumento perfetto per il marketing”.

Sta cambiando non solo il modo fare musica ma anche quello in cui viene "consumata".

“È stato stravolto dalla promessa dell'all you can eat di contenuti. C’è una data simbolica: il 2005. È il momento in cui Facebook diventa il primo social network realmente massificato. Da quel momento un artista esordiente che pubblica il suo primo disco si trova improvvisamente in competizione con qualsiasi contenuto virale presente sulla piattaforma. Prima esisteva un percorso fatto di sperimentazione, errori, crescita graduale e confronto con piccoli pubblici. Oggi tutto entra immediatamente nello stesso mercato globale e viene valutato secondo le stesse metriche. Di conseguenza si è innescata una ricerca continua del minimo comune denominatore. Per ottenere più visibilità si tende ad abbassare progressivamente l'asticella. Apparentemente sembra una democratizzazione del processo creativo, ma in realtà alimenta sistemi di raccolta dati che con la musica hanno poco a che fare. Le piattaforme musicali non vendono musica: vendono dati. E la maggior parte delle persone che producono contenuti non si rende conto di essere diventata il prodotto. La musica, in fondo, è una cartina di tornasole di quello che sta accadendo. Oggi ci spaventiamo perché l'IA potrebbe sostituire gli artisti, ma è da trent'anni che stiamo progressivamente svalutando il ruolo della musica e dei musicisti, trasformandoli in influencer. In parte, quindi, ci siamo arrivati da soli. La buona notizia è che non è troppo tardi per recuperare il senso delle cose. E possiamo cominciare proprio dalla musica”.

Da come ne parli sembri piuttosto pessimista.

“No, al contrario. Quello che ho descritto è il mondo del pop e della produzione culturale di massa. All'interno di questo scenario, però, esistono sacche di resistenza che è fondamentale sostenere. Bisogna continuare a creare pensieri originali, non soltanto canzoni originali. Una canzone è un'ipotesi di soluzione a uno stato d'animo. Un pensiero è un'ipotesi di soluzione a un problema collettivo. Il vero problema non è che il mondo sia peggiorato. È che abbiamo perso l'allenamento mentale del pensiero. Questa capacità però può essere recuperata”.

L’intelligenza artificiale potrebbe essere utilizzata per creare il brano perfetto di un artista che non c’è più?

“Se mi chiedi se l'intelligenza artificiale possa creare, per esempio, un nuovo disco di Prince, la mia risposta è no. Può certamente analizzare tutta la sua discografia e produrre qualcosa che assomigli statisticamente a Prince. Ma Prince non era una media statistica di se stesso. Era esattamente il contrario. Pensiamo a "Kiss". Una delle scelte che hanno reso quel brano rivoluzionario fu la decisione di eliminare il basso all'ultimo momento. Una scelta apparentemente folle, che andava contro le convenzioni tecniche del periodo. Nessun algoritmo avrebbe avuto motivo di prendere una decisione simile. Prince sentì che qualcosa non funzionava. Seguì un'intuizione che nasceva dall'istinto, dall'esperienza, dalla sensibilità umana. Ha preso una decisione irrazionale dal punto di vista statistico e ha creato un capolavoro”.

Esempi virtuosi ne abbiamo?

"Parecchi. È un tipo di ricerca artistica che probabilmente non appartiene ancora alla dimensione di massa. Posso citare il lavoro di Holly Herndon, che è sicuramente uno dei riferimenti più importanti in questo campo. Ma anche un caso apparentemente molto diverso come quello dei Beatles. Grazie a un utilizzo intelligente e mirato dell'intelligenza artificiale, i Beatles sono riusciti a recuperare e completare un brano che altrimenti sarebbe rimasto inaccessibile. Il risultato è stato un pezzo straordinario, Now and Then, che ci ha restituito qualcosa di autenticamente lennoniano e mccartneyano. Senza quella tecnologia, quel frammento di patrimonio culturale sarebbe probabilmente andato perduto”.

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