IL RAPPORTO

La formazione è "donna" il lavoro è "uomo": le ragazze si laureano prima e meglio, ma poi guadagnano il 15% in meno dei maschi

Le ragazze dominano all'università ma il vantaggio competitivo svanisce dopo il titolo: a 5 anni dalla laurea gli uomini guadagnano quasi 300 euro in più al mese. Pesano le scelte dei percorsi e la "tassa sulla maternità"

18 Feb 2026 - 14:15
 © istockphoto

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Se il merito (accademico) fosse il principale parametro preso in considerazione dal mondo del lavoro, l'Italia sarebbe un Paese guidato dalle donne: le ragazze, infatti, si laureano prima, prendono voti più alti e sono più costanti negli studi.

Eppure, non appena si varca la soglia dell'università per entrare nel "mondo reale" del lavoro, accade qualcosa: quel vantaggio accumulato con fatica sui libri evapora, trasformandosi in un ritardo retributivo e occupazionale. Non si tratta di sentito dire, ma dei freddi (quanto impietosi) numeri emersi dal Rapporto di genere 2026 del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, analizzati dal portale Skuola.net.

Basta, in particolare, una cifra più di altre a riassumere il gender gap attualmente esistente tra i due mondi: a cinque anni dalla laurea magistrale, un uomo guadagna in media 2.012 euro mensili netti, una donna si ferma a 1.722 euro. Una differenza del 15% che pesa come un macigno.

Il paradosso del merito

Prima ancora, guardando al rendimento universitario, un altro messaggio emerge con chiarezza: le donne sono studentesse (nettamente) migliori. Secondo le rilevazioni di AlmaLaurea, le ragazze portano a termine gli studi con una regolarità maggiore: il 60,9% delle laureate finisce "in corso", contro il 55,4% dei colleghi maschi.

Anche per quanto riguarda il profitto, le ragazze sono più performanti: il voto medio di laurea delle donne è di 104,5 su 110, mentre gli uomini si fermano a 102,6. Inoltre, le prime arrivano al traguardo con alle spalle un bagaglio formativo spesso più ricco: hanno voti di diploma superiori (85,2/100 contro 82,6/100) e partecipano di più ai tirocini curriculari (64,7% contro 55,3%).

Per questo, il profilo della "laureata tipo" sarebbe quello della candidata ideale per un buon posto di lavoro. Peccato che, questo, sembri rimanere valido solo “su carta”, perché pare che le aziende non se ne accorgano. Già a un anno dal titolo, c’è il sorpasso maschile nel tasso di occupazione, con un differenziale a favore degli uomini di 3,3 punti percentuali (laureati di primo livello) e 5,2 punti (secondo livello).

A cinque anni dalla laurea magistrale, poi, il divario si consolida ulteriormente: lavora il 91,9% degli uomini contro l'88,2% delle donne. E, come visto, i maschi guadagnano decisamente meglio. Mostrando in tutta la sua stortura il paradosso italiano: investiamo sulla formazione delle donne, che rispondono con risultati eccellenti, per poi non riuscire a valorizzare quel capitale umano nel sistema produttivo.

Le scelte iniziali sono solo parte del problema

Ma se le ragazze sono più brave, perché non riescono a sfondare nel mondo del lavoro? Il Rapporto individua diverse cause. Una parte del divario è spiegabile con le scelte formative, ma una componente decisiva resta comunque legata a dinamiche sociali e familiari, difficili da contrastare individualmente.

Partendo dal primo punto, va fatto notare come esista ancora una forte divisione "di genere" nella scelta delle facoltà in cui iscriversi. Le donne continuano a essere la netta maggioranza nell'area Educazione e Formazione - non proprio il massimo in prospettiva lavoro - dove rappresentano oltre il 95% dei laureati nei corsi a ciclo unico.

Al contrario, faticano a sentirsi a proprio agio nelle discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), laddove cioè le opportunità di successo post laurea sono decisamente più elevate: qui la presenza femminile è ferma al 41,1%, dato pressoché invariato dal 2015. E se si guarda ai dottorati di ricerca STEM, la quota scende ulteriormente al 36,7%.

Il mondo del lavoro alimenta il gender gap

Ma il passaggio forse più amaro dell’indagine riguarda l'impatto della genitorialità sulla carriera delle ragazze. Il rapporto evidenzia, infatti, come la presenza di figli incida fortemente e ampli i divari. Così, mentre per gli uomini la paternità coincide spesso con un aumento di reddito e stabilità, per le donne accade l'opposto, con una riduzione del tasso di occupazione e delle prospettive di carriera.

Infine, c'è la questione contrattuale. A cinque anni dalla laurea di secondo livello, gli uomini ottengono più facilmente un posto stabile: il 57,8% ha un contratto a tempo indeterminato, contro il 52,1% delle donne. Le laureate, invece, si trovano molto più spesso con contratti a termine (16,4% contro il 9,6% degli uomini) o part-time.

E la cosa peggiore è che, sul fronte delle aspettative, le donne sembrano aver metabolizzato questa disparità: la quota di chi si dichiara disponibile ad accettare stipendi bassi (fino a 1.250 euro) è del 14,2% tra le femmine, quasi il doppio rispetto al 7,8% dei maschi.