DIDATTICA INNOVATIVA

Docenti e IA: solo un prof su 4 l’ha adottata, mentre altrove è (quasi) uno standard

A Singapore e negli Emirati Arabi l’Intelligenza Artificiale è già realtà quotidiana per tre insegnanti su quattro. Da noi invece l’adozione è più lenta e frenata dallo scetticismo. I docenti chiedono più formazione sul tema, ma i corsi scarseggiano. Intanto cresce l’ansia per il "copia-incolla"

21 Gen 2026 - 18:09
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Anche i prof usano l’intelligenza artificiale. E se in Italia prevale la diffidenza, nel resto del mondo tanti docenti hanno già abbracciato la nuova rivoluzione tecnologica.

A rilevarlo è il portale Skuola.net, che ha analizzando il rapporto TALIS 2024 - The State of Teaching -, la più grande indagine dell'OCSE su docenti e dirigenti scolastici, che per la prima volta ha acceso i riflettori sull’impatto delle nuove tecnologie nelle aule.

Italia sotto la media OCSE: chi corre e chi frena

Italia sotto la media OCSE: chi corre e chi frena Per il sistema scolastico italiano, in particolare, i risultati offrono uno spunto di riflessione urgente: i nostri docenti si trovano a un bivio, sospesi tra la necessità di aggiornarsi e il timore che l’IA diventi solo uno strumento per aggirare la fatica dello studio. 

Il dato di partenza è netto: a livello globale (media OCSE), oltre un docente su tre - il 36% - dichiara di aver utilizzato l'IA nel proprio lavoro durante l’anno precedente l’analisi (2024).

L'Italia, però, si piazza molto al di sotto di tale quota, con l’IA adottata nello stesso periodo da meno di 1 docente su 4, precisamente il 24%.

Il divario con i leader globali è impressionante. A Singapore e negli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, circa il 75% degli insegnanti utilizza regolarmente l’IA nella didattica.

Ma se ci concentriamo sul continente europeo, possiamo tornare a respirare un po’. Visto che l’approccio italiano è poco dissimile, se non più confortante, rispetto a quello di altri grandi Paesi a noi vicini: in Francia, per dire, l'utilizzo si ferma al 14%. E il grosso delle nazioni dell’area si aggira attorno alla media OCSE: così in Danimarca (36%), Spagna (35%), Belgio (33%), Svezia (31%), Portogallo (30%).

Mentre i picchi più alti li troviamo in aree in un certo senso sorprendenti. La capofila europea è l’Albania, con il 52% dei docenti che ha sposato l’IA per la propria didattica. In Romania sono il 46%, in Polonia il 45%. 

Cosa fanno i prof con l'IA (e cosa temono)

n ritardo, quello dell’Europa, che sembra essere non solo tecnologico ma anche culturale: mentre in Asia e Medio Oriente l'IA è vista come un supporto strutturale, in molti paesi del Vecchio Continente viene ancora maneggiata con cura, spesso limitata a funzioni di base.

Ma, alla fine, come viene usata l'IA da chi ha deciso di integrarla? I dati TALIS mostrano un approccio pragmatico: il 68% la usa per documentarsi o riassumere argomenti velocemente, il 64% la sfrutta per generare piani lezione o attività didattiche, solo il 25% la utilizza per analizzare i dati sulle performance degli studenti, relegando questa funzione a un ruolo ancora marginale.

Il giudizio dei docenti su questi strumenti, inoltre, fa emergere un quadro complesso, in cui si innesta una frattura. Che, di nuovo, contrappone le diverse parti del Pianeta. In nazioni come il Vietnam e gli Emirati Arabi l’entusiasmo è palpabile: il 90% promuove senza riserve lo strumento a supporto del mondo dell’istruzione. In Europa, invece, il dato crolla: in Francia meno del 20% è d'accordo con questa visione, e anche in Italia lo scetticismo è simile.

Cosa frena il cambiamento? Il vero spauracchio sembra essere la paura del plagio. Sette insegnanti su dieci - media OCSE - temono che l'IA permetta agli studenti di presentare come proprio il lavoro fatto da un algoritmo. A questo si aggiungono i timori etici: il 40% dei docenti è preoccupato che l'IA possa amplificare pregiudizi, rinforzare concetti errati o compromettere la privacy dei dati.

Il paradosso della formazione: tutti la vogliono, pochi la fanno

Il paradosso della formazione: tutti la vogliono, pochi la fanno Ma il vero passaggio critico fatto emergere dall’indagine, riguarda la preparazione al cambiamento. Le competenze sull'uso dell'IA sono in assoluto il bisogno formativo numero uno espresso dai docenti oggi: il 29% degli insegnanti, non a caso, dichiara di avere un forte bisogno di approfondire in questo ambito. Una percentuale superiore a qualsiasi altra area, incluse le difficoltà nella gestione della classe o nell’applicazione dei modelli di apprendimento basati sull’IA agli alunni dei bisogni educativi speciali.

Questo accade perché, in sostanza, l'offerta formativa sul tema scarseggia. Nonostante la fame di competenze, solo il 38% dei docenti ha effettivamente partecipato a corsi sull'IA nell'ultimo anno. Anche qui, il confronto internazionale è impietoso: a Singapore si è formato il 76% del corpo docente, in Francia appena il 9%.

C'è poi un divario generazionale preoccupante: i docenti più esperti (con oltre 10 anni di servizio) sono quelli che sentono maggiormente il bisogno di formazione sull'IA (30%), ma sono anche quelli che partecipano meno ai corsi rispetto ai colleghi novizi. Questo rischia di creare una scuola a due velocità, dove l'esperienza didattica non è supportata dagli strumenti moderni.

Mentorship e supporto: la via per uscire dall'impasse

Mentorship e supporto: la via per uscire dall'impasse Come se ne esce? I dati suggeriscono che lasciare i docenti soli davanti allo schermo non funziona. Perché circa il 75% degli insegnanti ammette di non avere le conoscenze necessarie per insegnare usando l'IA. Inoltre, il 33% di chi non la usa si dichiara semplicemente "sopraffatto" dall'idea di dover integrare anche questa tecnologia nel proprio lavoro.

La soluzione potrebbe, dunque, passare per un supporto strutturato. Il rapporto evidenzia proprio come la mentorship e la collaborazione siano fondamentali. Visto che i docenti novizi che hanno un mentore assegnato mostrano livelli più alti di soddisfazione lavorativa e benessere. Applicare questo modello all'IA - affiancando magari professori poco ferrati sull’argomento a colleghi più giovani e abili tecnologicamente - potrebbe essere la chiave per trasformare la diffidenza in opportunità.