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Prima ancora della lunga carriera nelle istituzioni, nella storia di Emma Bonino c'è una vicenda personale destinata a cambiare il corso della sua vita. A 27 anni scopre di essere incinta, nonostante una precedente diagnosi di infertilità, e si trova davanti alla difficoltà di accedere legalmente all'interruzione di gravidanza. L'esperienza vissuta in quegli anni le fa comprendere quanto la possibilità di abortire dipenda, in assenza di una tutela pubblica, dalle condizioni economiche e dalla possibilità di trovare qualcuno disposto ad aiutare. È da quella consapevolezza che nasce una convinzione destinata ad accompagnarla per decenni: nessuna donna avrebbe dovuto essere costretta a vivere la stessa situazione.
L'incontro con i radicali
Nel 1974 Bonino entra in contatto con il mondo radicale e trova nel Partito Radicale di Marco Pannella uno spazio nel quale trasformare quella esperienza individuale in iniziativa politica. La questione dell’aborto diventa così parte di una più ampia stagione di mobilitazione sui diritti civili. Bonino, insieme ad altri esponenti radicali, sostiene pubblicamente le donne che cercano di interrompere una gravidanza e porta alla luce l'esistenza di una pratica che, pur essendo illegale, continuava a essere esercitata clandestinamente. L'obiettivo non è soltanto modificare una norma, ma rendere visibile una contraddizione: una legge che proibisce l'aborto non impedisce necessariamente che avvenga, ma può spingere le donne verso percorsi clandestini e rischiosi.
La disobbedienza civile come strumento politico
È in questo contesto che la disobbedienza civile diventa per Bonino una precisa forma di azione politica. Non si tratta semplicemente di infrangere una legge, ma di rendere pubblica quella violazione per contestare una norma ritenuta ingiusta e chiedere che venga cambiata. Nel 1975 Bonino viene arrestata insieme a Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia nell'ambito delle iniziative radicali legate all'aborto. La sua partecipazione diretta alle pratiche clandestine di interruzione della gravidanza diventa uno dei simboli più forti di quella stagione. Una fotografia dell'epoca, nella quale Bonino appare impegnata a praticare un aborto utilizzando una tecnica allora diffusa nell'ambito della mobilitazione femminista, rimane una delle immagini più rappresentative della sua storia politica.
Dal referendum alla legge 194
La protesta non si limita agli arresti e alle azioni di disobbedienza. La battaglia si sposta anche sul terreno della partecipazione popolare, attraverso la raccolta di firme per chiedere la depenalizzazione dell'aborto e la modifica della legislazione. Quella mobilitazione si inserisce nel clima di profonde trasformazioni sociali e politiche degli anni Settanta e contribuisce al percorso che porterà alla legge 194 del 1978, che disciplina l'interruzione volontaria della gravidanza in Italia. Per Bonino, tuttavia, l'approvazione della legge non rappresenta la conclusione della battaglia. Il riconoscimento formale di un diritto, infatti, non coincide necessariamente con la sua effettiva possibilità di esercizio.
Dopo la 194, una battaglia tutt'altro che conclusa
Negli anni successivi Bonino continua a occuparsi di aborto e diritti riproduttivi, denunciando gli ostacoli che possono rendere difficile l'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza. Tra i temi da lei sollevati più volte c'è quello dell'obiezione di coscienza, insieme alle difficoltà legate alla disponibilità e all'utilizzo dei farmaci per l'interruzione farmacologica della gravidanza. La sua posizione rimane coerente con quella maturata negli anni Settanta: una libertà riconosciuta dalla legge deve poter essere concretamente esercitata, senza che ostacoli organizzativi o disparità territoriali la trasformino in un diritto soltanto teorico.
Una vita senza figli e un'idea diversa della maternità
La vicenda dell'aborto si intreccia anche con la dimensione più privata della biografia di Bonino. In diverse occasioni ha spiegato di non aver avuto figli e ha raccontato il peso che, nella sua scelta, ha avuto la consapevolezza della responsabilità permanente legata alla maternità. La sua vita, però, ha conosciuto forme differenti di rapporto con l'essere madre. Nel corso degli anni ha accolto per periodi limitati due bambine, figlie di donne che le erano state affidate, instaurando con loro legami affettivi rimasti importanti. È un aspetto che restituisce complessità a una figura spesso raccontata soprattutto attraverso le sue battaglie politiche: dietro le posizioni pubbliche c'è anche una donna che ha elaborato in modo personale il rapporto con la maternità, la libertà e la responsabilità.
Il femminismo come filo conduttore
Il femminismo rappresenta un altro elemento costante del percorso di Bonino. Dagli anni Settanta a oggi, il suo approccio al tema si è modificato insieme alla società, ma senza abbandonare l'idea che la parità debba tradursi in una reale attenzione alle condizioni delle donne. La sua critica si è rivolta anche alla politica, accusata in più occasioni di considerare ancora troppo spesso il mondo femminile con una sorta di automatismo o di disattenzione.
Dalla protesta alla politica istituzionale
La storia di Emma Bonino mostra dunque un passaggio particolare: quello da una forma radicale di protesta alla presenza nelle istituzioni. La disobbedienza civile degli anni Settanta non rimane un episodio isolato, ma diventa parte della costruzione di un'intera identità politica. La battaglia sull'aborto rappresenta in questo senso uno dei momenti fondativi del suo percorso. Prima ancora delle cariche ricoperte in Italia e in Europa, Bonino si afferma attraverso la scelta di mettersi in prima persona al centro di una contestazione pubblica.
