Cristian Totti, le foto sui social del figlio "riservato" dell'ex capitano
© Instagram @cristiantotti__
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In un'intervista al Corriere della Sera, l'ex capitano della Roma racconta la morte sfiorata, la perdita del padre e la gioia più grande: quella per la nascita di Cristian. Oggi Totti dice di aver ritrovato un equilibrio grazie alla famiglia, ai viaggi, al padel
Dalla depressione sfiorata dopo aver lasciato il calcio alla preoccupazione per la salute del figlio Cristian, passando per la malattia e la morte del padre e il rapporto con la Roma. Francesco Totti ripercorre alcuni dei momenti più delicati della propria vita in un'intervista al Corriere della Sera, nella quale racconta le difficoltà affrontate lontano dal campo, i ricordi della carriera e la possibilità di tornare un giorno nel club giallorosso.
Il 28 maggio 2017, nella partita tra Roma e Genoa, Totti salutava il calcio giocato. Un addio che, al di là delle emozioni vissute allo stadio, avrebbe lasciato un vuoto difficile da colmare. "Mi sono sentito solo, come se fosse morto qualcuno", racconta l'ex capitano giallorosso, spiegando quanto sia stato complicato abituarsi a una vita senza allenamenti, partite e spogliatoio. La fine della carriera ha significato perdere una routine costruita in decenni. "Ero morto dentro", ammette Totti, ricordando di aver rischiato di cadere in depressione. Il calcio aveva occupato gran parte della sua esistenza e trovare nuovi equilibri non è stato immediato.
Tra i ricordi più dolorosi c'è quello legato a Cristian, il primogenito. Quando il ragazzo era piccolo, alcuni problemi respiratori portarono i medici a individuare una zona anomala vicino al cervello. La situazione destò grande preoccupazione nella famiglia, anche perché non era semplice capire con precisione cosa stesse succedendo. Il problema riguardava l'acquedotto di Silvio, il canale attraverso il quale circola il liquido cerebrospinale. La vicenda ebbe conseguenze anche sull'attività sportiva del ragazzo: il Coni gli revocò l'idoneità agonistica.
Totti ricorda lo smarrimento di quei giorni e la difficoltà di affrontare una situazione che riguardava il cervello del figlio. "Non capivo più nulla", spiega, ripensando alla paura provata. Dopo aver valutato la situazione, la famiglia decise di non procedere con un intervento chirurgico. "Era il cervello, non un gomito", osserva l'ex calciatore, sottolineando quanto fosse delicata la scelta.
Un'altra esperienza che lo ha segnato è stata la malattia provocata dal Covid. Totti racconta di aver sviluppato una broncopolmonite, con la saturazione dell'ossigeno scesa all'87%. Per 21 giorni ha avuto la febbre a 39 e respirare era diventato difficile. "Non riuscivo a respirare", ricorda, descrivendo la paura di quei momenti. A consigliarlo fu il professor Zangrillo, che gli suggerì di dormire con il petto appoggiato al letto per favorire l'apertura dei polmoni. Un periodo complicato, vissuto mentre la famiglia affrontava già altre difficoltà.
La scomparsa del padre è un altro passaggio centrale del racconto. "La morte di papà per me è stata la fine di tutto. Era un padre silenzioso, ma forte, educativo. Era presente, però a modo suo: mai un complimento, mai un abbraccio. Ma con uno sguardo ci dicevamo tutto. Anche quando avevamo poco non mi ha mai fatto mancare niente, mi ha sempre trasmesso positività, mi ha insegnato educazione e rispetto per gli altri. Quando se ne è andato, mi è mancata l’aria", racconta Totti.
Anche i figli hanno attraversato anni complessi, segnati dalla morte del nonno, dal ritiro del padre e dai problemi di salute. A queste difficoltà si è aggiunta la separazione tra Totti e Ilary Blasi. Una serie di cambiamenti che ha inciso sugli equilibri familiari, in una fase in cui la vita privata dell'ex calciatore era già sotto i riflettori. Oggi, racconta, la situazione è diversa. Totti si dice felice accanto ai figli e alla compagna Noemi Bocchi, con cui condivide viaggi e momenti di quotidianità.
La Roma rimane un capitolo fondamentale della sua vita. Totti non esclude la possibilità di tornare nel club, ma pone una condizione precisa: "Solo con un ruolo vero". Non sarebbe disposto ad accettare un incarico puramente rappresentativo, senza la possibilità di incidere sulle decisioni. L'ex capitano ricorda di aver già vissuto una situazione simile durante la gestione Pallotta. "Non volevo fare la figura", spiega, sostenendo di essere stato chiamato soprattutto quando c'erano problemi da risolvere. Anche i contatti legati al centenario della società, aggiunge, avrebbero riguardato un ruolo formale.
In occasione della partita tra Roma e Real Madrid, Totti non ha avuto un confronto significativo con il figlio del proprietario Dan Friedkin. "Nella saletta ho visto il figlio di Friedkin, l’ho salutato educatamente. Ma non c’è stato nessun dialogo, non si è discusso di nessuna cosa", racconta l'ex capitano. Sul presente della squadra, invece, esprime apprezzamento per Gian Piero Gasperini: "Di lui ho un’opinione bellissima, è riuscito a far innamorare il popolo giallorosso, a costruire un gruppo unito, solido, che ha voglia di dimostrare e voglia di vincere. Quando al timone c’è un personaggio simile, tutto è possibile".
Tra i rapporti più discussi c'è quello con Luciano Spalletti. Nonostante la recente partecipazione a una pubblicità insieme all'allenatore, Totti chiarisce che non si è trattato di una riconciliazione completa. Secondo il suo racconto, qualcuno all'interno della società avrebbe fatto credere a Spalletti che lui stesse tramando alle sue spalle. Totti, però, sostiene di aver sempre messo la Roma al primo posto, anche quando le condizioni fisiche non erano ottimali. "Mi faceva giocare anche con una gamba sola", ricorda, ribadendo di aver cercato di contribuire alla squadra in ogni circostanza.
L'ex capitano rammenta anche i momenti difficili vissuti dal club durante la gestione Sensi: "C’è stato un anno tempestoso in cui i Sensi erano in grande difficoltà. Al Presidente e a Rosella io volevo molto bene. Per molti mesi non ho preso lo stipendio per darlo ai dipendenti, alle persone che lavoravano per la Roma e che certo avevano meno possibilità rispetto a noi giocatori. Ho fatto tante cose così senza farle sapere".
Nel ripercorrere la carriera, Totti torna sulla possibilità di trasferirsi al Real Madrid nel 2004. In quella squadra avrebbe potuto giocare accanto a campioni come David Beckham e Zinedine Zidane. "Avrei potuto vincere tutto", ammette, immaginando anche la possibilità di conquistare il Pallone d'Oro. Non parla, però, di una scelta di cui si pente. Dopo il ritiro ricevette proposte dal Genoa e dal Como, ma decise di non proseguire la carriera da calciatore. Il suo legame con la Roma e il significato di chiudere il percorso con la maglia giallorossa pesarono sulla decisione.
Totti esprime un giudizio critico nei confronti del calcio contemporaneo. A suo giudizio, il gioco è diventato più fisico e condizionato dagli interessi economici, mentre si è ridotto lo spazio per la tecnica, il talento e la creatività individuale. "Una volta c'erano più fantasia e attaccamento", è il senso della sua riflessione. L'ex numero 10 ricorda anche il clima dello spogliatoio, fatto di scherzi e complicità: tra le sue vittime ci furono Marco Borriello e Miralem Pjanic, ai quali riservava dispetti come tagliare i calzini o mettere la schiuma da barba nelle scarpe. Tra gli amici più stretti di quegli anni cita Vincent Candela.
Dopo aver lasciato il campo, Totti provò anche a intraprendere la carriera di procuratore, ma l'esperienza non ebbe il successo sperato. Il motivo, spiega, era anche il suo modo di intendere il lavoro: non voleva promettere ai giovani calciatori che sarebbero arrivati al Real Madrid quando non poteva garantirlo. "Sono troppo onesto con le famiglie", racconta, criticando un sistema nel quale i ragazzi rischiano di essere sfruttati e spremuti.
© Instagram @cristiantotti__
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Oggi Totti dice di aver ritrovato un equilibrio grazie alla famiglia, ai viaggi, al padel. Il suo rapporto con la Roma, però, resta intatto: quando la squadra gioca senza di lui, racconta, c'è ancora un tifoso che si commuove e lascia lo stadio. Il legame con il club risale all'infanzia. Da bambino aveva in Giuseppe Giannini il proprio idolo, a 14 anni giocava già nella Primavera e a 16 arrivò in prima squadra. Nel corso della sua carriera ha vissuto momenti indimenticabili, ma quando gli viene chiesto quale sia il più bello, la risposta non riguarda un gol o un trofeo. "La nascita di Cristian", afferma. Quel giorno raggiunse l'ospedale dopo aver giocato una partita a Messina. Tenere per la prima volta il figlio tra le braccia gli fece capire che cosa significasse davvero essere felice.