L'Ucraina venderà armi in Europa, l'esperto a Tgcom24: "Ecco perché non è un paradosso"
Zelensky: "Nel 2026 ci saranno già dieci centri di esportazione: siamo in guerra". Il professor Bozzo, docente di Relazioni internazionali alla scuola Cesare Alfieri dell’Università di Firenze: "Così Kiev reperisce risorse finanziarie"
di Luca Amodio© Afp
Il presidente dell'Ucraina Volodymyr Zelensky ha annunciato sui social che nel 2026 apriranno dieci nuovi centri di esportazione di armi in Europa. "Oggi - ha scritto - la sicurezza dell'Europa è costruita sulle tecnologie e sui droni. Siamo semplicemente in guerra e non tutte le aziende sentono ancora uno spazio di libertà". Eppure, in Europa, e in Italia, si discute sull'invio di armi a Kiev. Ma, come spiega il professor Luciano Bozzo a Tgcom24, docente di Relazioni internazionali alla scuola Cesare Alfieri dell’Università di Firenze: "Non è un paradosso".
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Fino allo scorso ottobre l’Ucraina non poteva esportare armi. Cos’è cambiato adesso?
"Ogni grande guerra produce un salto qualitativo nelle tecnologie militari necessarie per portarla avanti. E questa è una grande guerra, sia per il livello tecnologico impiegato sia per il coinvolgimento di attori terzi che sono entrati nelle dinamiche. In Ucraina sono state sperimentate - sul campo - tecnologie innovative che si sono dimostrate efficaci e che oggi risultano particolarmente appetibili in Europa. Il Paese è diventato una vera fucina tecnologica e l’export rappresenta anche un modo per reperire risorse finanziarie a sostegno dello sforzo bellico".
Non è un paradosso che l’Europa continui a inviare armi se poi l’Ucraina riesce a venderle?
"No, non lo è. In Ucraina convivono forme di guerra diverse: quella tradizionale, fatta di trincee, carri armati e persino assalti alla baionetta, e quella innovativa, che comprende il dominio cibernetico e la guerra ibrida, che va dalle fake news alla disinformazione sui social. È uno sforzo enorme, che Kiev non può sostenere da sola e che rende indispensabile il supporto esterno. Allo stesso tempo, però, proprio questa pressione ha accelerato lo sviluppo di nuove tecnologie altamente impattanti. Si stima che circa due terzi delle perdite russe siano attribuibili ai droni: un dato che nessuno poteva immaginare. E da qui l'interesse dell'Europa verso queste tecnologie".
Perché si parla soprattutto di droni?
"Parliamo di sistemi robotici marini, terrestri e aerei, spesso in grado di operare in modo autonomo. Il conflitto ha prodotto un’accelerazione evolutiva decisiva: modelli considerati avanzati solo cinque anni fa sono oggi obsoleti. L’Ucraina si colloca ora all’avanguardia del settore, insieme a Stati Uniti e Israele. Monetizzare questo vantaggio significa non solo ottenere risorse economiche, ma anche costruire relazioni politiche privilegiate con gli Stati che si dimostreranno interessati".
L’Europa si sta quindi riarmando?
"Sì, soprattutto in Paesi come Germania, Polonia e Stati baltici, dove la percezione della minaccia è cresciuta in modo evidente a causa della guerra in Ucraina. In altri Paesi, come l’Italia o il Portogallo, questa percezione è più debole. L’Unione Europea spinge verso il riarmo, ma resta un soggetto ibrido: a metà tra federazione e confederazione, con una forte persistenza della sovranità nazionale. Questa ambiguità ne condiziona l’azione. La Commissione può indicare una direzione, come ha fatto la presidente dell'Unione Europea Ursula von der Leyen, ma alla fine sono gli Stati a decidere".
