Alla ricerca di un rapporto con kim

Cosa c'è dietro la decisione di Trump di ridurre le esercitazioni con la Corea del Sud

Le esercitazioni militari congiunte sono uno strumento fondamentale contro la minaccia nucleare nordcoreana, spiega Francesca Frassineti a TgCom24

di Serena Console
21 Ago 2026 - 08:27
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La data di fine era fissata al 27 agosto. Invece, dopo l'annuncio di Donald Trump di "ridimensionarle", le esercitazioni militari annuali tra Stati Uniti e Corea del Sud sono terminate con 11 giorni di anticipo, il 21 agosto. Le manovre, iniziate il 17 agosto, sono state ridotte per volontà del presidente americano, che ha definito l'operazione Ulchi Freedom Shield troppo "costosa" e ha giudicato le esercitazioni un segnale "inappropriato e ostile" nei confronti della Corea del Nord che, da quando lui è presidente, "si è mostrata rispettosa e non ha rappresentato alcuna minaccia". Una posizione che fa il paio con quella di Pyongyang, che considera le esercitazioni la "minaccia più immediata" alla propria sicurezza. 

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Cos'è Ulchi Freedom Shield

  Le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud rappresentano uno degli strumenti fondamentali attraverso cui i due alleati mantengono la propria prontezza operativa di fronte alla minaccia nucleare nordcoreana. L'attività coinvolge circa 18 mila militari sudcoreani, oltre a migliaia di militari statunitensi e personale del Comando delle Nazioni Unite in Corea, che ha tra i compiti anche quello di contribuire alla supervisione del rispetto dell'armistizio del 1953, determinante per la fine dei combattimenti attivi tra Seul e Pyongyang, ancora tecnicamente in guerra. "Le attività comprendono oggi scenari che prevedono l'impiego coordinato di sciami di droni, il disturbo elettronico dei segnali GPS e operazioni di guerra cibernetica. L'obiettivo è adattare l'addestramento alle caratteristiche dei conflitti contemporanei e prepararsi a un eventuale nuovo confronto con le forze nordcoreane", spiega a Tgcom24 Francesca Frassineti, ricercatrice all'Università di Torino in Storia e istituzioni dell'Asia. Per Washington, è il ragionamento di Frassineti, queste esercitazioni hanno una funzione strategica che va oltre il semplice addestramento. Da decenni rappresentano uno dei principali strumenti attraverso cui Washington rafforza l'alleanza con Seul e ribadisce il suo impegno a difendere la Corea del Sud. Un'alleanza che gli Usa considerano un elemento centrale per la pace e la sicurezza dell'intera regione indo-pacifica, almeno fino a colpi di testa dell'attuale capo della Casa Bianca.

La relazione con Kim

  Trump ha voluto presentare la sua decisione come un gesto distensivo nei confronti del leader nordcoreano con cui avrebbe "un buon rapporto". Il presidente americano, che ha già incontrato Kim in passato, punta ora a un nuovo faccia a faccia. Il Wall Street Journal riporta che Trump sta facendo pressioni sui suoi collaboratori affinché si organizzi un nuovo incontro con il dittatore nordcoreano durante il viaggio in Asia che il presidente Usa farà a novembre, in occasione del vertice Apec di Shenzhen in Cina. Ma questo incontro sembra non ci sarà. La potente sorella del dittatore di Pyongyang, Kim yo-jong, ha smorzato ogni entusiasmo. In una dichiarazione, ha affermato che il tentativo di apertura da parte di Trump "non ci interessa", aggiungendo di non essere a conoscenza di alcun contatto in corso tra il dittatore e il presidente americano. Poche ore dopo, la Corea del Nord ha lanciato circa dieci missili balistici a corto raggio verso il Mar del Giappone, in quella che appare come una risposta provocatoria alle aperture del presidente americano. E non è raro che nei giorni precedenti a queste esercitazioni estive che si tengono dal 1976 aumentino i test missilistici di Pyongyang.  

Donald Trump e lo scatto con Kim Jong-un: "Andiamo d'accordissimo, nonostante lo sguardo poco amichevole" | La foto

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Già in passato Trump e la sua amministrazione avevano messo in discussione l'utilità delle esercitazioni congiunte, i costi della presenza militare americana in Corea del Sud (oltre 30mila militari) e, più in generale, il ruolo dell'ombrello nucleare statunitense che garantisce la sicurezza della Corea del Sud di fronte alla minaccia nordcoreana. "In diverse occasioni, questa questione è stata utilizzata anche come strumento di pressione politica nei confronti di Seul oppure come leva per favorire un'apertura diplomatica verso Pyongyang. L'esempio più evidente risale al giugno del 2018, immediatamente dopo il primo vertice di Singapore tra Trump e Kim Jong-un - ricorda la ricercatrice - In quell'occasione Trump annunciò la sospensione delle esercitazioni militari congiunte, definendole costose e inappropriate mentre era in corso un tentativo di negoziato con la Corea del Nord". 

È davvero una questione di costi?

  Il problema è che, nel contesto attuale, il ridimensionamento delle esercitazioni rischia di essere interpretato a Seul come l'ennesimo segnale di una politica americana nella quale un alleato viene sottoposto a pressioni per le proprie scelte di politica estera, come in questo caso per il mancato sostegno della Corea del Sud nella guerra in Iran, che, secondo il presidente, mira a impedire a Teheran di ottenere la bomba atomica. Ora, il presidente americano cerca un rapporto diretto con un dittatore che, almeno formalmente, rimane un avversario degli Stati Uniti. "Durante la prima amministrazione Trump, l'allora presidente sudcoreano Moon Jae-in ebbe un ruolo importante nel favorire il riavvicinamento tra Washington e Pyongyang e nel creare le condizioni per il dialogo", ricorda Frassineti. "Ma Trump impostò fin dall'inizio il rapporto con Kim Jong-un anche su una dimensione fortemente personale, quella che all'epoca venne descritta come una sorta di "bromance" tra i due leader".

Le mosse di Seul

  E questo alimenta inevitabilmente interrogativi sulla solidità dell'impegno americano a sostegno della Corea del Sud. "Seul teme non soltanto una possibile riduzione della presenza e dell'impegno militare statunitense, ma anche un altro scenario: quello di essere scavalcata diplomaticamente da Washington", sostiene la ricercatrice dell'Università di Torino. "In prospettiva, un negoziato diretto tra Washington e Pyongyang potrebbe riguardare anche la trasformazione dell'attuale armistizio in un vero e proprio trattato di pace. Il timore sudcoreano è quindi quello di trovarsi di fronte a un accordo tra Stati Uniti e Corea del Nord che incida sul futuro della penisola senza che Seul abbia un ruolo centrale nei negoziati", afferma l'esperta a Tgcom24. Per questo il ridimensionamento delle esercitazioni non va letto soltanto come una scelta militare o come una questione di bilancio. È anche un segnale politico e, proprio per questo, viene osservato con grande attenzione a Seul. Secondo Frassineti, la decisione di Trump "mette in discussione non soltanto quanto gli Stati Uniti siano disposti a investire nella propria presenza militare nella penisola e nell'Indo Pacifico, ma quanto siano disposti a considerare l'alleanza con la Corea del Sud una priorità strategica nel lungo periodo".

Seul favorevole ai colloqui

 Per questo motivo, il governo di Seul vuole una maggiore autonomia militare dagli Stati Uniti e mira ad accelerare il trasferimento nelle sue mani del comando operativo delle proprie forze in caso di guerra e il programma per dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare. I segnali contrastanti che arrivano dall'amministrazione Trump sulla solidità e sulla credibilità dell'impegno americano possono rafforzare questa direzione. "Se Seul non può dare per scontato che il livello di presenza e di impegno militare statunitense rimanga invariato nel lungo periodo, allora diventa ancora più importante sviluppare capacità proprie, costruendo una maggiore autonomia militare all'interno dell'alleanza stessa", ha precisato Frassineti. A Seul non dispiacerebbe la riapertura del dialogo tra Casa bianca e Pyongyang. Anzi, con l'arrivo del presidente democratico Lee Jae-myung il disgelo intercoreano è diventato un obiettivo prioritario. Solo pochi giorni fa, Lee ha proposto al leader nordcoreano colloqui per mettere formalmente fine alla guerra di Corea. Non ha citato la denuclearizzazione, ma si è solo limitato a menzionare "misure per arrestare l'avanzamento delle capacità nucleari" di Pyongyang.

L'ambizione nucleare di Pyongyang

  Il presidente americano, pur ribadendo i buoni rapporti personali con il leader nordcoreano, ha anche rivelato un dato preoccupante: Pyongyang possederebbe attualmente 57 armi nucleari "molto potenti". La cifra, però, è stata successivamente rivista al rialzo dal ministro della Difesa sudcoreano Ahn Gyu-back, che stima in 80-120 le testate in possesso del regime nordcoreano. Gli analisti sottolineano come oggi la Corea del Nord abbia molti meno incentivi rispetto al passato a tornare al tavolo dei negoziati sulla denuclearizzazione.

Dopo il fallimento dei colloqui con Washington, il leader Kim ha accelerato il programma di riarmo nucleare, potenziando gli impianti che, secondo le valutazioni degli esperti, avrebbero contribuito ad aumentare le scorte di materiale fissile del Paese. Un'indicazione arriva dalle immagini satellitari analizzate da Daily NK, sito sudcoreano specializzato negli affari nordcoreani, secondo cui i depositi di fanghi presso l'impianto di lavorazione dell'uranio di Pyongsan sarebbero aumentati di circa 0,8 ettari in nove mesi: si tratta di un fenomeno riconducibile al processo di raffinazione del minerale. Al contempo, la Corea del Nord ha stretto una solida alleanza con la Russia, fornendo armi e inviando truppe a sostegno di Mosca nella guerra in Ucraina, e ha rilanciato i rapporti storici con la Cina. Kim appare più determinato che mai a sfruttare il rafforzamento delle proprie alleanze e del potenziale militare nordcoreano per ottenere un obiettivo strategico di lungo periodo: il riconoscimento internazionale della Corea del Nord come potenza nucleare.

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