L'INTERVISTA

Cavo Dragone a Tgcom24: "Non siamo in guerra, ma neanche in pace. La Nato è pronta a difendere ogni centimetro"

Il Presidente del Comitato Militare Nato: "La più pericolosa arma di Mosca è la propaganda”. E all'industria della difesa il messaggio è netto: "Serve accelerare i tempi di consegna, non abbiamo bisogno di brochure"

di Micaela Nasca
22 Set 2026 - 13:01
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Non ci sono bombe che cadono, ma i nervi dell'Europa sono tesi come non accadeva da decenni. Mosca alza la pressione giorno dopo giorno, senza mai firmare un atto di guerra e l'intelligenza artificiale rischia di accorciare ancora i tempi di reazione. A Copenaghen i 32 capi di Stato Maggiore della Difesa Nato ne hanno discusso per due giorni. L'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Presidente del Comitato militare dell'Alleanza, la più alta autorità militare della Nato, spiega a Tgcom24 perché la risposta è già pronta e cosa serve ancora per stare al passo.
 

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Ammiraglio, la pressione russa sull'Europa si sta intensificando: violazioni dello spazio aereo, cyberattacchi, incidenti ripetuti ai confini dell'Alleanza. Non siamo in guerra, ma neanche in pace. È questa la condizione in cui ci troviamo?

"È vero, non siamo in guerra, nessuno degli alleati è stato oggetto di un attacco secondo quello che prevede l’articolo 5 della Nato. Però, non siamo nemmeno in una condizione che può essere definita pienamente di pace. Abbiamo visto, negli ultimi mesi, un comportamento ancora una volta irresponsabile da parte della Russia: violazioni dello spazio aereo, incidenti con i droni, attività ibride. Tutti tentativi di saggiare la determinazione degli alleati. Una pressione calibrata, che vuole stare sotto la soglia che provocherebbe una reazione, però la nostra risposta è stata altrettanto calibrata: difensiva, proporzionale e visibile. Noi siamo pronti a difendere ogni centimetro del territorio dell’Alleanza".

Qual è al momento la minaccia che la preoccupa maggiormente?

"Senza dubbio la capacità della propaganda russa, quella che intende interferire nei processi democratici e cerca di minare l'unità tra i vari Paesi e a distorcere la realtà, spesso a fini politici, con l’obiettivo di dividerci. Diciamolo chiaramente: c'è un aggressore e c’è un aggredito che cerca di difendersi in maniera legittima, l’Ucraina, e noi continueremo ad aiutarlo".

Ci ricordava che gli attacchi ibridi restano generalmente sotto la soglia dell’Articolo 5, quello che prevede la difesa collettiva degli Alleati. Ma di fronte a una minaccia così ambigua, penetrante e ripetuta, come può la Nato garantire comunque una risposta efficace?

"Non esiste un Articolo 5 automatico: è qualcosa che viene definito collegialmente. Prima, però, c'è anche l'Articolo 4, che permette a un alleato di chiedere consultazioni senza attivare una risposta militare, già usato ultimamente. E ancora prima c'è l'Articolo 3, sulla resilienza nazionale: qui guarderei ai Paesi del Nord (in particolare la Finlandia e la Svezia ndr), dove la sicurezza coinvolge l'intera società, non solo le forze armate. Siamo molto affascinati dai loro progressi nel settore sociale: perché allora non fare lo stesso anche in questo caso?"

Quindi l’Articolo 5 non è l’unico scenario: prima ci sono altre forme di risposta come quella dei cittadini preparati a gestire un’emergenza o aziende private con ruoli definiti in casi di crisi. Ma se un attacco facesse scattare la difesa collettiva, saremmo pronti?

"L'efficacia dell'invocazione dell'Articolo 5 non dipende tanto da quanto siamo veloci nel dichiararlo. Ci sono tre cose fondamentali: attribuzione veloce, opzioni militari già preparate, pronte e approvate, e infrastrutture che reggano il colpo. Abbiamo dimostrato in 77 anni di esistenza di essere una realtà che ha garantito la difesa collettiva, senza che nessuno ci togliesse nemmeno un centimetro del nostro territorio. Quindi sì, siamo pronti".

Ammiraglio, il conflitto in Medio Oriente si allarga e si prolunga, con conseguenze economiche sempre più pesanti. Sul Mar Rosso, la minaccia degli Houthi è aumentata: la Nato può in qualche modo affiancare Aspides, l’operazione europea che protegge i mercantili?

"La Nato, lo sappiamo, non è parte del conflitto ma è evidente che una crisi che colpisca le rotte energetiche tocca la sicurezza degli alleati e la nostra pianificazione. Aspides però è come ricordava, un'operazione dell'Unione Europea, sotto la sua responsabilità. Gli Stati membri decidono se e come incrementarla e rafforzarla. Quello che la Nato può dare come valore aggiunto è di un altro tipo ed è già in atto. Il mese scorso, il comando NATO SHAPE ha convocato un gruppo di alleati interessati a questa situazione con lo scopo di facilitare eventuali loro contributi a titolo nazionale, a sostegno della libertà di navigazione nello stretto di Hormuz. È e resta una semplice offerta di coordinamento per facilitare il loro coordinamento e dialogo".

Fin qui le capacità Nato di sostenere gli Alleati. Ma per essere pronti bisogna poter muovere rapidamente uomini e mezzi. Un blindato Nato può impiegare più tempo ad attraversare i confini interni dell'Alleanza — tra dogane, permessi e binari diversi — che a raggiungere una crisi fuori dall'Europa. Perché non siamo ancora arrivati a quello "Schengen militare" di cui si parla da anni?

La libera circolazione è competenza dell’Unione europea, mentre l’autorizzazione al movimento di mezzi militari è una prerogativa sovrana e nazionale. È chiaramente un limite su cui abbiamo lavorato, con alcune soluzioni, e su cui continuiamo a lavorare, in perfetta sintonia con l’Unione Europea: servono regole armonizzate, tempi di autorizzazione ridotti, meccanismi di emergenza e corridoi e punti cruciali identificati. Però nessun regolamento può allargare una galleria o rinforzare un ponte: servono investimenti per questo. C’è un vecchio detto che dice: “I dilettanti parlano solo di tattica, i professionisti anche di logistica”. Penso che sia una verità più che mai attuale".

E quindi veniamo agli investimenti: ad Ankara la Nato ha annunciato 50 miliardi di dollari di nuovi contratti per l’industria della difesa e altri 70 miliardi di euro per l’Ucraina. Dopo la riunione del Comitato Militare a Copenaghen, quanto di questi investimenti si sta già traducendo in capacità concrete sul campo, a partire dai droni?

"Ai militari talvolta piacciono le percentuali, i numeri, che però non fanno deterrenza: qui preferiamo avere delle capacità effettive disponibili per il nostro impiego operativo. Il nostro lavoro è quello di passare dall’impegnare bilanci a acquisire vere e proprie capacità e soprattutto metterle sul campo. Gli Alleati europei ed il Canada hanno messo sul tavolo aumenti record dallo scorso anno: siamo a circa 139 miliardi di dollari in più. Ci sono 40 miliardi spalmati in cinque anni per sistemi senza equipaggio, per l’impresa Drone Edge. Sono orgoglioso di dire che non sono semplici annunci. Rimane chiaro che l’impegno della NATO sia di deterrenza e di difesa, sia su 360 gradi".

I soldi ci sono. Cosa manca?

"Posso dirle che il messaggio che tutti i Capi di Stato Maggiore della Difesa riuniti a Copenaghen hanno voluto dare all’industria è stato molto chiaro: serve accelerare i tempi di consegna, non abbiamo bisogno di brochure"

Ma c’è anche un’altra accelerazione, quella tecnologica. L’Intelligenza artificiale accorcia sempre di più i tempi di un attacco. La Nato è pronta a decidere alla stessa velocità?

"Questa è la sfida che noi abbiamo davanti. Io non sono preoccupato, le dico però che sono consapevole. Soprattutto mi antepongo a coloro che, per puri scopi strumentali, invece minimizzano e non hanno onestà di dire ai nostri cittadini le cose come stanno. Tutto quello che può essere automatizzato — le difese, i dati, la fusione degli stessi dati — può essere delegato all'intelligenza artificiale, ma con l'uomo sempre al centro, che rimane responsabile. Io ho passato la mia vita in mare e ho imparato che la preoccupazione utile ci deve essere, quella che ti fa trovare gli strumenti, non quella che ti paralizza e ti fa andare in panico. Io quindi guardo con attenzione non tanto la potenza dell'avversario, ma la sua velocità: il tempo che intercorre tra quando qualcosa accade e la nostra risposta è oggi un fattore fondamentale. In questi due giorni a Copenaghen ho visto i nostri 32 capi di Stato Maggiore della Difesa in una linea sola: consapevoli e decisi. Questo deve rassicurarci".

Nell’estate 2027 lascerà l’incarico al generale tedesco Breuer. Che NATO consegnerà al suo successore?

"Se abbiamo fatto bene il nostro lavoro la lascio meglio come di come l’ho trovata. Una NATO ben avviata verso un assetto 3.0, con un’Europa più forte".

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