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Sparatorie Usa: Trump dà la colpa ai videogiochi, ma i dati lo smentiscono

Il presidente degli Stati Uniti e altri politici americani puntano il dito contro lʼindustria dei videogames, ma lʼESA non ci sta

Sparatorie Usa: Trump dà la colpa ai videogiochi, ma i dati lo smentiscono

Sarebbero i videogiochi la causa principale dei due attentati che hanno colpito gli Stati Uniti lo scorso weekend, stando alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Lo scorso 3 agosto, un ragazzo di 21 anni armato di fucile ha aperto il fuoco in un centro commerciale di El Paso, Texas, uccidendo venti persone a sangue freddo. Poche ore più tardi, un altro ragazzo armato ha ucciso nove persone a Dayton, Ohio.

Entrambi gli attentati hanno portato alcune figure di spicco della politica statunitense, tra cui lo stesso presidente Trump, a puntare il dito contro i videogiochi, ritenuti un mezzo capace di instigare persone mentalmente instabili a compiere atti di terrorismo.

In una conferenza indetta subito dopo le sparatorie, Trump ha affermato che "bisogna fermare la glorificazione della violenza nella nostra società", aggiungendo che ciò include anche "i videogiochi macabri e raccapriccianti che sono ormai di uso comune". Il presidente degli Stati Uniti sostiene infatti che è troppo semplice al giorno d'oggi circondarsi di un fenomeno culturale (i videogiochi, per l'appunto) che celebra la violenza, confidando la volontà di fermare o ridurre sostanzialmente questo fenomeno con effetto immediato.

Non è la prima volta che il presidente degli Stati Uniti accusa i videogiochi di essere la causa di sparatorie di massa nel territorio americano. Lo scorso anno, Trump aveva proposto di censurare tutti i prodotti d'intrattenimento (inclusi videogames e film) che promuovevano la violenza, per poi incontrare direttamente i membri di spicco dell'industria videoludica per un confronto diretto. Nonostante il meeting, però, fino a questo momento non è stato preso alcun provvedimento per censurare o ridurre la violenza nel mondo dei videogiochi.

Ad alimentare la questione ci hanno pensato il repubblicano Kevin McCarthy e l'ex-agente dell'FBI Maureen O'Connell. Ai microfoni di Fox News, McCarthy ha confidato che il problema di queste frequenti sparatorie non sarebbe l'incredibile facilità con la quale è possibile ottenere armi negli Stati Uniti, bensì i videogiochi che "deumanizzano gli individui" spingendo chi gioca a sparare a qualsiasi cosa si muova. "Ho sempre pensato che sarebbe stato un problema per le prossime generazioni", ha commentato il politico durante l'intervista.

O'Connell, dal canto suo, ha citato Fortnite come principale responsabile dei due attacchi: "Se dovessi scommettere, direi che è uno di quei ragazzi che gioca per 6-8 ore al giorno a Fortnite o altri videogiochi in cui non si fa altro che deumanizzare gli individui facendogli saltare la testa".

Non è mancato l'intervento del vicegovernatore texano Dan Patrick, che in un'intervista a Fox & Friends ha sottolineato come le armi e la malvagità siano sempre stati due elementi ricorrenti nella storia degli Stati Uniti, ma che sarebbero i videogiochi il mezzo che "insegna i giovani a uccidere".

Nonostante la strage di El Paso abbia evidenziato chiaramente degli atteggiamenti suprematisti e un odio nei confronti della popolazione di origine ispanica, elementi peraltro ribaditi dallo stesso attentatore nel suo manifesto condiviso online, buona parte della classe politica statunitense continua a ignorare il reale problema e ad addossare ai videogiochi la responsabilità di questi episodi.

A rispondere in via ufficiale alle dichiarazioni di Trump ci ha pensato l'ente ESA (acronimo di Entertainment Software Association), che ha rilasciato un comunicato stampa in cui si dissocia completamente dalle accuse del presidente degli Stati Uniti. "Come abbiamo sottolineato durante il nostro incontro alla Casa Bianca nel marzo 2018, numerosi studi scientifici testimoniano che non c'è una connessione tra violenza e videogiochi", si legge nel comunicato. "Più di 165 milioni di americani usufruiscono dei videogiochi, e miliardi di persone provenienti da ogni parte del mondo gioca ai videogiochi. Eppure, nessuno degli altri paesi in cui i videogiochi sono altrettanto diffusi fa registrare i medesimi livelli di violenza degli Stati Uniti".

A difendere l'industria videoludica e fare chiarezza sulla reale condizione in cui vertono gli Stati Uniti ci ha pensato anche Hillary Clinton, che con un tweet ha sottolineato come le persone con disordini mentali esistano in ogni paese del mondo, così come gli appassionati di videogiochi. La differenza, secondo Clinton, starebbe esclusivamente nella facilità di ottenere armi da fuoco.

Sulla stessa lunghezza d'onda di Hillary Clinton c'è l'ex-presidente di Nintendo of America, Reggie Fils-Aime, che su Twitter ha sottolineato come in altri paesi del mondo in cui i videogiochi sono persino più diffusi e remunerativi del mercato americano (ad esempio Corea del Sud e Cina), la percentuale di morti per sparatorie di massa sia incredibilmente bassa, contrariamente a quanto avviene negli Stati Uniti.

Secondo l'ESA i videogiochi contribuiscono positivamente alla società, si tratti di fornire i mezzi per sperimentare nuove terapie mediche o metodi innovativi per favorire l'apprendimento e lo sviluppo di nuove forme di business. "I videogiochi aiutano i giocatori a instaurare dei legami con familiari e amici, alleviare lo stress e a divertirsi", recita il comunicato dell'ente americano. "Invitiamo i genitori preoccupati dall'uso inappropriato di videogiochi adatti all'età dei propri figli a consultare dei portali dedicati, come ParentalTools.org e imparare come tenere d'occhio quali giochi siano effettivamente utilizzati in casa propria".

Interessante in tal senso l'intervento dell'opinionista Max Boot sulle pagine del The Washington Post: "Signor Presidente, lei rifiuta di rispondere all'incredibile facilità con la quale è possibile ottenere un'arma da fuoco negli Stati Uniti. I fucili d'assalto sono i mezzi preferiti per le sparatorie di massa, ma nonostante ciò lei rifiuta di ordinare al Congresso di bandirne la vendita o di riacquistare tutte le unità presenti sul mercato, come fece il governo australiano nel 1996 dopo la peggiore sparatoria di massa nella storia del paese".

Boot sottolinea come da quel momento l'Australia non abbia più fatto registrare alcuna strage del genere mentre, al contrario, solo nel 2019 gli Stati Uniti hanno dovuto fronteggiare 249 casi di sparatorie di massa. Pura coincidenza?

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