la crescita può perdere il 15%

Il riscaldamento globale può costare all'Italia 6 punti di Pil entro il 2050: ecco perché

Nel periodo 1980-2024, gli eventi estremi hanno causato nell'Unione Europea perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro. Queste stime  non esauriscono l'insieme dei costi indiretti, sanitari, produttivi e distributivi associati al cambiamento climatico: senza contrastarlo il nostro paese rischia di crescere ancora meno rispetto a oggi

07 Lug 2026 - 11:25
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Conti alla Rovescia - Riscaldamento globale: l’investitore può fare la differenza © Dal Web

Conti alla Rovescia - Riscaldamento globale: l’investitore può fare la differenza © Dal Web

Il riscaldamento globale può costare all'Italia fino a 6 punti di Prodotto interno lordo entro il 2050 e raddoppiare i rischi di rifinanziamento del debito italiano, in assenza di politiche di mitigazione e adattamento. Lo afferma una nuova analisi del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici in collaborazione con Deloitte Climate & Sustainability e European University Institute. Lo studio ha messo a confronto due mondi possibili: un'Italia che non deve fare i conti con i danni del cambiamento climatico e un'Italia che invece li subisce. Il risultato? Già a metà secolo (2050), il Pil italiano nello scenario "con danni climatici" sarà più basso di quello "senza danni". La perdita va da un minimo dell'1,6% fino a un massimo del 6%, a seconda di quanto saranno gravi gli effetti del riscaldamento globale.

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Sembrano numeri poco preoccupanti, ma c'è un problema: l'Italia cresce già poco, anche senza contare il clima. Per questo motivo, quella percentuale di Pil perso diventa molto più pesante in proporzione: gli autori dello studio stimano che possa arrivare a valere fino al 15% della crescita economica complessiva che il nostro paese avrebbe potuto avere dal 2025 al 2050. C'è anche un altro effetto a catena, meno visibile ma altrettanto importante: quando un Paese cresce meno, lo Stato incassa meno tasse e il debito pubblico, che si misura sempre in rapporto al Pil, diventa automaticamente più pesante anche se il debito in valore assoluto non cambia. È come se il "peso" del debito aumentasse non perché si spende di più, ma perché l'economia che deve sostenerlo si è rimpicciolita.

L'insieme dei costi diretti e indiretti - Nel periodo 1980-2024, gli eventi estremi hanno causato nell'Unione Europea perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro. In particolare, nel quadriennio 2021-2024 le perdite hanno raggiunto oltre 208 miliardi, più del 25% del totale degli ultimi 45 anni. Queste stime riguardano soprattutto le perdite sugli asset fisici e non esauriscono l'insieme dei costi indiretti, sanitari, produttivi e distributivi associati al cambiamento climatico. Le perdite da ondate di calore, misurate attraverso la riduzione della produttività del lavoro, sono stimate tra lo 0,3% e lo 0,5% del Pil europeo, con impatti superiori all'1% in diverse regioni particolarmente vulnerabili. Le proiezioni indicano inoltre che, dal 2060, tali perdite potrebbero superare l'1,1% del Pil europeo in assenza di ulteriore adattamento.

Il costo per l'Italia - "Per un Paese come l'Italia, esposto sia agli impatti climatici sia a vincoli di finanza pubblica, ritardare l'azione significa aumentare il costo economico del riscaldamento globale" spiega Matteo Calcaterra del Cmcc e autore della ricerca. "Mitigazione e adattamento non sono solo strumenti di tutela ambientale, ma vere e proprie leve di stabilità macroeconomica e finanziaria" conclude Calcaterra.

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Lo studio - "Lo studio che abbiamo realizzato mostra effetti dei cambiamenti climatici troppo spesso poco considerati" spiega Carlo Carraro, rettore emerito dell'Università ca' Foscari di Venezia e tra i fondatori del Cmcc. "L'aumento del rapporto debito/Pil e la maggior rischiosità del debito inducono un aumento dei tassi di interesse, aumento che potremmo chiamare spread climatico" spiega. "Il tasso che lo stato deve pagare per finanziare il debito pubblico è quindi più alto in conseguenza del rischio climatico, questo significa maggiori costi per lo stato, quindi maggiori imposte o maggiore debito, in un circolo vizioso che si ripercuote sui costi di tutti i finanziamenti alle famiglie e alle imprese".