© Ufficio stampa | Abbazia Santa Maria del Bosco, credit Fingiat S.p.A.
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Tra i monti del Palermitano un monastero, fondato da tredici eremiti nel Trecento, custodisce chiostri barocchi, un corridoio di 108 metri e il mistero di una principessa scomparsa
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Ci sono luoghi che si raggiungono per caso e non si dimenticano più. L'Abbazia di Santa Maria del Bosco è uno di questi: appollaiata a 830 metri sul Monte Genuardo, nel territorio di Contessa Entellina, circondata da duecento ettari di bosco e da una vista che abbraccia la Sicilia occidentale.
Tutto cominciò alle soglie del Trecento con un gruppo di frati eremiti che costruirono il primo nucleo nel bosco di Calatamauro. Accusati di eresia dal vescovo di Agrigento perché non appartenevano a nessun ordine riconosciuto, scelsero la via più prudente e nel 1318 adottarono la regola benedettina per rimanere immuni da condanne. Da lì la crescita fu inarrestabile, sostenuta da grandi benefattori come Federico III d'Aragona. Un ruolo decisivo lo ebbe proprio la figlia di quest'ultimo, Eleonora d'Aragona, che con i suoi cospicui lasciti territoriali promosse la struttura da eremo a monastero, prima del definitivo salto di rango nel Quattrocento, quando divenne un'abbazia autonoma sottratta al controllo vescovile e posta sotto la diretta autorità del Papa.
Il grande splendore monumentale arriva con gli Olivetani, l'ordine che ha tenuto il monastero fino al 1784 facendone uno dei più importanti di Sicilia. Loro avviano il grandioso cantiere che dà al complesso la forma attuale su quattro livelli, interamente concepito seguendo una rigorosa simmetria visiva arricchita da finte porte e finestre dipinte in trompe d'oeil. Il primo chiostro, quadrato, sfoggia trentasei colonne con capitelli dorici e una fontana barocca al centro; sui colonnati si legge ancora la firma del maestro scalpellino Paolo Busacca da Ficarra, esponente di una celebre scuola dei Nebrodi che curò gli intagli. Il secondo chiostro, rettangolare, custodisce una fontana del 1713, un tempo alimentata dall'acqua della vicina sorgente di Santa Rosalia. A coronare lo sfarzo strutturale vi è la monumentale Scala Reale del 1725, edificata per i soggiorni dei sovrani borbonici e tradizionalmente attribuita al disegno di Luigi Vanvitelli, il celebre architetto della Reggia di Caserta.
Poi la storia accelera, come spesso succede in Sicilia. L'abate gestiva ben novemila ettari di feudo, amministrava la giustizia civile e penale e sedeva nel senato di Palermo: un centro di potere immenso. Le riforme illuministe, mirate a spezzare i privilegi ecclesiastici, scatenarono un duro scontro che culminò con l'intervento dell'esercito e lo sfratto forzato degli Olivetani. Nel 1794 subentrano gli Agostiniani che, guidati da uno stile di vita decisamente più sobrio, ricoprirono di calce gli affreschi più sfarzosi. È fortunatamente una cancellazione provvisoria: col tempo l'umidità ha sciolto l'intonaco e riportato in superficie i colori originari, regalando oggi una splendida stratificazione di epoche sovrapposte.
Con le leggi post-unitarie del 1866 il monastero venne soppresso e messo all'asta dal governo. Nel 1867 fu acquistato il barone Antonino Ferrantelli che, per timore di incorrere in una scomunica, scelse di non cacciare i monaci, concedendo loro l'uso della chiesa e dell'ala est con gli appartamenti privati dell'abate. Più tardi, attraverso la dote matrimoniale della figlia del barone, l'intera struttura passò alla famiglia Inglese (oggi Inglese-Bordonaro), che la custodisce tuttora. Se il devastante terremoto del Belice del 1968 ha tristemente segnato la parte ecclesiastica pubblica con crolli mai più sanati, la porzione privata è stata interamente salvata e preservata dall'abbandono grazie a costanti cure conservative.
Ma il fascino resta intatto, e si annida nei dettagli. Il corridoio d'ingresso, ad esempio, lungo ben 108 metri, con le volte a crociera e i drappi rossi. E ancora i putti di stucco di gusto tardobarocco palermitano sugli stipiti delle porte. E poi l'orologio settecentesco con una sola lancetta e il suo monito latino "i momenti della tua vita scorrono secondo il mio volere". E soprattutto il mistero che ancora aleggia: qui volle essere sepolta Eleonora d'Aragona, morta nel 1405. Il suo celebre busto marmoreo rinascimentale, scolpito da Francesco Laurana su commissione di Carlo Luna, conte di Caltabellotta, per onorare l'antenata, è oggi a Palazzo Abatellis di Palermo e vanta repliche d'autore persino al Louvre. Del corpo, però, nessuna traccia: qui sorge solo un monumento commemorativo vuoto. Esiste una tomba segreta o la principessa riposa altrove? Nessuno lo sa, e questo non fa che aumentare il richiamo del luogo.
Oggi l'ala privata dell'abbazia ha trovato nuova vita come relais di charme gestito dalla stessa famiglia proprietaria: le antiche celle dei monaci sono diventate suite e si può dormire dentro settecento anni di storia. Un modo, ci verrebbe da dire il migliore, per non lasciare che un luogo così straordinario smetta di respirare.