La ricerca su 40 milioni di tweet

Social, chi vince regna: così l’algoritmo di X decide cosa vedi in home page

Messaggi brevi, senza link esterni, twittati da chi pubblica spesso ed entra nelle conversazioni calde. L’identikit di chi corre di più sul social di Musk 

di Luca Amodio
31 Mar 2026 - 09:59
 © Afp

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X non decide cosa è vero e falso, piuttosto decide cosa vediamo e cosa no. È l’algoritmo, bellezza. Adesso a dare nuova luce sul meccanismo che “gerarchizza” ciò che vediamo sulla home del social di Elon Musk c’è una nuova ricerca, per metà portata avanti da studiosi italiani. Quel che emerge è una fisionomia “capitalista” della piattaforma: chi è già forte viene più premiato e diventa ancora più forte. Meno chance invece per chi può contare su meno follower. E poi c’è un altro ingranaggio che tende a penalizzare il giornalismo.

La ricerca su 40 milioni di tweet

 La ricerca dell’Università di Padova in tandem con alcuni atenei statunitensi ha passato al setaccio 40 milioni di tweet per un totale di 9 milioni di utenti presi in esame. L’inchiesta aveva preso il via nel 2024, salvo poi essere aggiornata l’anno seguente, per poi venire presentata a fine febbraio 2026 al Network and Distributed System Security Symposium, una delle conferenze più importanti in ambito di sicurezza informatica.

Il parametro analizzato nella ricerca sono le view count, cioè quante persone vedono un tweet. Tradizionalmente si studiano like e retweet ma vagliare le visualizzazioni offre una visione più ampia sul fenomeno perché approssima bene il potere reale di diffusione. Un tweet può essere molto visto anche se con pochi cuoricini.

X è di destra o di sinistra?

 Ma ci sono delle opinioni politiche privilegiate dall’algoritmo? Sembra di no. La ricerca si è focalizzata su due contesti chiave: la guerra in Ucraina e le elezioni presidenziali. Eventi chiave in cui il dibattito si è polarizzato sui social. Dal campione analizzato non emergerebbero prove che X sostenga destra o sinistra, oppure specifiche ideologie né tanto meno alcune fonti piuttosto che altre. Ma questo non significa che l’algoritmo sia neutrale. Perché ci sono dei profili che vengono “spinti” più di altri.

La legge del più forte

 Parafrasando George Orwell: “Tutti gli account sono uguali ma alcuni sono più uguali di altri”. A fare la differenza non sono le idee trasmesse sul social quanto semmai chi le posta in rete. Succede che contenuti simili ottengano risultati molto diversi tra loro, anche con differenze sostanziali. X non distribuisce l’appeal in modo naturale ma c’è una forte mediazione algoritmica che tende a privilegiare gli account più grandi.

Da una parte questo dipende dal pubblico, dalla fan base, cioè dal numero di follower. Va da sé che se si condivide un post da un profilo con 100 seguaci difficilmente si otterranno i risultati di chi lo posta da un profilo con un milione di follower. Però ci sono anche altri fattori: da una parte lo storico di quel profilo, cioè il suo engagement medio, dall’altra la credibilità media di quel profilo. Insomma: chi vince regna, rich get richer: chi ha visibilità la ottiene ancora.

Così X penalizza il giornalismo

 Il risultato più forte del paper però è un altro. X non vuole che l’utente finisca fuori da X. I tweet che hanno link esterni ricevono fino a otto volte meno visualizzazioni. Il motivo lo si comprende facilmente: l’algoritmo disincentiva l’uscita dalla piattaforma, favorisce i contenuti che tengono l’utente dentro X e che aumentano il tempo di permanenza.

Ciò in ultimo significa che X penalizza il giornalismo. Testate e singoli giornalisti tendono infatti a utilizzare link esterni che portino al loro pezzo nel loro sito ma, come detto, questo non piace a X. Né allo stesso modo vengono premiati lanci che alleghino fonti esterne. Ma il corollario è che così vengano privilegiate opinioni, magari nemmeno verificate.

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