dati preoccupanti

Social e il culto folle del “rampage”: così il mito dei killer seduce i giovani italiani

La violenza smette di essere solo cronaca e diventa modello da imitare: oggi i dati sono preoccupanti e mostrano un dilagare contagioso di questo fenomeno amplificato dal ruolo dei social network

di Manuela D'Argenio
31 Mar 2026 - 08:32
 © Istockphoto

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Non è più solo una sequenza di episodi isolati. Il cosiddetto "rampage", la violenza estrema pensata anche per essere vista, raccontata e condivisa, è oggi un fenomeno studiato, con dati che ne mostrano la logica interna. E soprattutto, la sua capacità di riprodursi. Uno degli elementi più solidi emersi dalla ricerca è il cosiddetto effetto contagio. Dopo un attacco violento, la probabilità che se ne verifichi un altro simile aumenta per circa due settimane. È una finestra temporale precisa, osservata in diversi studi: come se ogni episodio lasciasse una scia, un’eco che può trasformarsi in imitazione. Basta cercare "rampage" sui social per entrare in un flusso continuo di video, meme, citazioni.

Le origini del fenomeno - Il termine rampage significa, in senso generale, furia violenta, scorribanda distruttiva o esplosione incontrollata di aggressività. Oggi, quando si parla di rampage, ci si riferisce spesso ad atti di violenza estrema e improvvisa, come aggressioni o stragi; azioni pianificate con forte carica simbolica; episodi in cui c’è anche una dimensione di visibilità e narrazione (manifesti, video, dirette) In questo senso, il termine non indica solo la violenza in sé, ma un tipo di violenza che viene messa in scena, raccontata e talvolta pensata per avere un impatto pubblico. Questo fenomeno è un'importazione. Parte dagli Stati Uniti e ha un punto preciso: la strage alla Columbine, 1999. Da lì in poi ogni attacco ha seguito uno schema preciso: manifesto, simboli, armi, vestiario. Con Brenton Tarrant, l'autore degli attentanti di Christchurch (Nuova Zelanda)  questo modello entra nell'era digitale: la strage viene trasmessa in diretta. Oggi quel linguaggio attraversa piattaforme, paesi, generazioni

Le dinamiche di emulazione - Secondo alcune analisi, ogni evento può generare statisticamente una frazione di nuovi attacchi, circa 0,2–0,3 casi successivi. Può sembrare poco, ma su scala ampia significa che una quota significativa degli episodi non nasce nel vuoto. Alcune ricerche stimano che tra il 20% e il 30% degli attacchi sia legato a dinamiche di emulazione. È qui che il fenomeno cambia natura: non più solo violenza, ma violenza replicabile. Negli ultimi anni, questo meccanismo si è intensificato con l’ambiente digitale. Più un evento riceve attenzione, nei media tradizionali o sui social, più si accorciano i tempi tra un caso e l’altro. La visibilità diventa un acceleratore. Non solo perché diffonde la notizia, ma perché costruisce un modello: un modo di agire, di raccontarsi, perfino di mettersi in scena.

Effetto amplificatore attraverso i social - Gli studi parlano di due spinte principali. Da un lato l’imitazione: chi osserva interiorizza comportamenti già visti. Dall’altro, la ricerca di riconoscimento: l’autore del gesto violento non è più invisibile, ma al centro del racconto. Con i social, questo passaggio è ancora più netto: la narrazione non è solo mediatica, ma spesso prodotta direttamente da chi compie l’atto. Anche i profili mostrano ricorrenze. Nella maggior parte dei casi si tratta di soggetti giovani, spesso maschi, inseriti in contesti scolastici o comunque segnati da isolamento. Ma il dato più rilevante non è anagrafico: è culturale. Molti di questi episodi richiamano esplicitamente casi precedenti, non solo nelle intenzioni ma nello stile, nei simboli, nella costruzione della scena. Si delinea così una sorta di copione. Prima l’esposizione a un evento simile, poi la costruzione di una narrativa personale, quindi la pianificazione, spesso con elementi simbolici, e infine la documentazione, attraverso video, post o dirette. Non è improvvisazione: è uno schema che si ripete.

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Fenomeno globale - Se per anni questo tipo di violenza è stato associato quasi esclusivamente agli Stati Uniti, oggi possiamo parlare di un fenomeno globale, come dimostra anche il caso del 17enne che progettava una strage a Perugia. Il punto, allora, non è solo quanti episodi avvengono ma è come avvengono. La violenza non è più soltanto un atto, ma un linguaggio. Si costruisce, si comunica e, soprattutto, si imita. Ed è proprio questa dimensione che rende il rampage un problema diverso dalla semplice cronaca nera: non qualcosa che accade e finisce, ma qualcosa che può, potenzialmente, insegnarsi e ripetersi.

Come arginare il rampage? Arginare il fenomeno non significa solo intervenire dopo, ma soprattutto ridurre i fattori che ne favoriscono la diffusione. I dati sul contagio suggeriscono che la prima leva è la gestione della visibilità: evitare la spettacolarizzazione degli autori, limitare la circolazione di video e manifesti, spostare l’attenzione sulle vittime e sul contesto. Allo stesso tempo, serve un lavoro più profondo sul piano educativo e sociale: rafforzare la capacità di riconoscere segnali di isolamento e radicalizzazione nei più giovani, sviluppare alfabetizzazione digitale e consapevolezza dei linguaggi online, costruire spazi di ascolto reali nelle scuole. Anche le piattaforme hanno un ruolo decisivo, attraverso il monitoraggio e la rimozione rapida di contenuti che incitano o glorificano la violenza. Non esiste una soluzione unica, ma un insieme di interventi coordinati: perché se il rampage si diffonde come modello, è sul terreno culturale e comunicativo che deve essere contrastato.