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Cosa rischia l'Italia accedendo al Mes?

Rispondono Alberto Mingardi (Istituto Bruno Leoni) e Giorgio Arfaras (direttore della "Lettera Economica" del Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi)

L'Eurogruppo ha raggiunto un accordo nella giornata di giovedì 9 aprile che prevede diverse misure per far fronte all'emergenza Coronavirus a livello comunitario. Storico secondo alcuni, insufficiente secondo molti. Ma per l'Italia sarà un aiuto valido o no? Ce lo chiede un nostro lettore, Francesco Esposito, pregandoci di realizzare una News on demand: "Gentile redazione di TgcomLab, ho appena letto che l'Olanda è contenta dell'accordo per il Mes senza restrizioni ma che non ci sarà alcun Coronabond. Da quello che vagamente si è capito è che per spese sanitarie non ci saranno vincoli. Ma questo che vuol dire? Restituzione a 30 anni? 40? E perché gli stati del nord a nessun costo accettano i Coronabond? C'è il rischio di fare la fine della Grecia o di tornare all'austerità del governo tecnico di Monti a fine emergenza?" Abbiamo girato le sue domande a due analisti politici ed economici, Alberto Mingardi (direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni) e Giorgio Arfaras (direttore della Lettera Economica del Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi).

Si è scelto di dare copertura alle spese sanitarie senza vincoli. Ma questo che vuol dire? Restituzione a 30, 40 anni, mai?

Arfaras: "Anche chi è del mestiere in questo momento annaspa: gli accordi annunciati dall'Eurogruppo sono per ora puramente indicativi. La palla dovrà passare al Consiglio europeo e ai singoli governi nazionali perché diventino operativi. Al momento possiamo solo analizzare come funzionava il vecchio Mes: quando un Paese andava a chiedere dei soldi li riceveva ma dietro condizioni imposte per ottenere il fondo. La cosa è ragionevole perché avviene così anche quando si va in banca per chiedere un prestito a livello personale: lo si ottiene se si hanno requisiti di solvibilità, se si danno delle garanzie e a determinate condizioni di restituzione. A meno di non avere una zia che ci voglia regalare la somma e in quel caso però, parliamo appunto di un dono. Adesso le condizioni del Mes permangono, ma non relativamente alle spese sanitarie. Se lo vorrà l'Italia potrà ricevere risorse per le nuove spese sanitarie, ma solo in questo caso senza condizioni. L'unico vincolo è il un tetto complessivo, pari al 2% del  Pil. Il nostro Paese ha un Prodotto interno lordo di circa 1.800 miliardi, che a causa del Coronavirus potrebbero scendere a 1.600. Quindi potremo ricevere dal Mes tra 32 e 39 miliardi di euro senza condizioni, per coprire la spese sanitarie eccezionali legate al Coronavirus. Non è specificato l'interesse (presumibilmente zero) e l'orizzonte temporale di restituzione. A questa misura l'Eurogruppo ne ha affiancato delle altre: verrà creato un fondo fino a 200 miliardi di euro per piccole imprese (ma di questo non sono stati forniti i dettagli), e poi è stato varato un fondo temporaneo denominato Sure, per la cassa integrazione europea (basato sul budget europeo, per 100 miliardi di euro da dividere in 27 paesi). A livello europeo però, mi sembra che l'intervento più rilevante sia finora quello della Bce. Prima il Quantitative easing (l'acquisto di titoli di Stato dei vari Paesi) aveva un vincolo, una proporzionalità in base alla partecipazione dei Paesi al bilancio della Bce che adesso è saltato per la sopraggiunta emergenza. Mi sembra che questo sia l'aiuto più consistente che l'Italia riceva in questo momento".

 

Mingardi: "Mettiamola così: il Covid-19 colpisce tutti i Paesi, ma la capacità di rispondere dipende dalle loro scelte di politica economica degli scorsi anni. Paesi ad alto debito si trovano in posizione più precaria, cioè per loro sarà più costoso finanziarsi, di quanto non accadrà invece a Paesi che hanno una finanza pubblica in ordine. Di qui la volontà dei primi di mettere in comune il nuovo indebitamento coi secondi, beneficiando così indirettamente di quella politica fiscale “virtuosa” che non hanno fatto in passato. Questa misura rappresenta quindi un aiuto importante per i Paesi con finanze pubbliche in disordine: potranno accedere a linee di credito Mes fino al 2% del Pil, a condizioni decisamente di favore. Il vincolo è all’utilizzo di questi fondi per contrastare l’emergenza sanitaria. La formula è sufficientemente ampia da includere la prevenzione, e quindi tutto ciò che servirà per attrezzarsi per la “seconda ondata” del virus in termini di miglioramento infrastrutturale, ma anche il contrasto alle conseguenze economiche del Covid-19". 

 

Perché gli Stati del Nord Europa non accettano i Coronabond? 

Arfaras: "Al netto dei cliché e dei commenti discriminatori nei confronti dell'Italia che certa stampa straniera ha riportato e amplificato, tecnicamente i Coronabond presuppongono una fiscalità retrostante comune per essere emessi. Il Mes presta dei soldi, prendendoli dagli Stati che garantiscono che tali soldi sono veri perché dietro c'è una raccolta fiscale. Nel caso dei Coronabond, invece, siamo in assenza di un bilancio comune europeo quindi chi li garantisce a livello fiscale? Finché non ci sarà una fiscalità comune a livello europeo non credo potremo averli. Negli Stati Uniti l'assetto è federale, quindi gli Stati che compongono l'Unione non possono andare in deficit di bilancio e possono spendere più di quanto raccolgono solo per gli investimenti in infrastrutture, coperte in quel caso da obbligazioni di scopo. Nessuno Stato può fare il furbo facendo più debito di quanto raccoglie (solo Washington fa eccezione). La logica per l'Ue poteva essere la stessa degli Usa in merito alle infrastrutture. Ma senza una fiscalità unica a Bruxelles, i Coronabond sono impensabili.  L'Europa è molto generosa come Banca centrale e sta sospendendo il Patto di stabilità, sul resto, invece, mi pare un po' avara, e la questione dei Coronabond resta nell'ambito dell'ipotesi quasi fantascientifica. Conte e Gualtieri insistono sui Coronabond per avere un argomento di negoziazione che alzi la posta e ottenere un aiuto quanto più grande o forse tentano di minimizzare l'impatto di politiche più stringenti."

 

Mingardi: "I Paesi del Nord Europa non vogliono i Coronabond perché implicano la mutualizzazione del debito e un cambiamento di quella portata può avvenire solo a determinate condizioni. Il rapporto debito/Pil dell’Olanda è attorno al 50% del Pil: verosimilmente un terzo del valore al quale noi perverremo a fine anno. Il dibattito italiano descrive l'Olanda come un grosso paradiso fiscale. Non è così: sono una socialdemocrazia, esattamente come tutti gli altri Paesi dell’Eurozona, dove però si cerca di evitare di spendere lasciando il conto alle generazioni future, che è quel che avviene quando facciamo debito. I Paesi del Nord non sono pregiudizialmente avversi alla mutualizzazione dei debiti, ma chiedono garanzie, fra cui, sostanzialmente, regole europee per la finanza pubblica. Se smettiamo di agitare le bandierine e usiamo la logica, capiamo facilmente che è impossibile immaginare l’emissione di debito comune se non (a) si dà potere di raccogliere le tasse direttamente a Bruxelles o (b) si mettono regole molto stringenti per la politica fiscale (tasse e spese) degli Stati membri. 

Sarebbe importante capire questo: l’Italia oggi chiede un trattamento speciale perché indebitarci ci costerebbe molto, e tali costi sono calmierati solo dal costante intervento della Banca centrale europea. La situazione è questa non perché stiamo antipatici, ma per il modo in cui noi abbiamo deciso, negli anni scorsi, di continuare a spendere e indebitarci senza mettere mai davvero in discussione l’articolazione dello Stato italiano e la composizione della spesa pubblica. Ed è sempre per questi motivi che altri Paesi sono preoccupati dalla possibilità di mettere in comune debiti e finanze con noi. Sembriamo, in buona sostanza, un Paese che non è in grado di prendere impegni. Cerchiamo di capire il problema, e agire di conseguenza. Proviamo a ragionare su come diventare, finalmente, più affidabili anche agli occhi del resto del mondo."

 

C'è il rischio di fare la fine della Grecia o di tornare all'austerità del governo tecnico di Monti a fine emergenza? 

Arfaras: "Alla fine dell'emergenza sanitaria avremo un'economia malmessa, parlo per l'Italia soprattutto, e sarà colpa nostra. Le nostre micro imprese sono molte più numerose che negli altri Paesi e andranno in difficoltà più che altrove. La ripresa sarà più stentata  in Italia per questo motivo strutturale. L'economia italiana cresce poco per questa ragione e l'esportazione saranno modeste. Il rimbalzo sarà lento e con il debito pubblico al 150, 160%. Se i tassi di interesse resteranno uguali a ora (diciamo all'1 o al 2%), non avremo problemi a pagare il debito, ma se cresceranno (penso a un 3 o a 4%) si potrebbe creare una crisi seria. La Grecia non aveva e non ha una base industriale di conseguenza una crisi greca non poteva avere una soluzione industriale, è un paese che vive essenzialmente di turismo. Guardando alla dimensione economica poi dobbiamo ricordare che l'economia greca è pari a quella della Lombardia. L'Italia è troppo grossa per fallire quindi tanti pensano che qualcuno si aiuterà sempre e comunque. Dovremo iniziare a preoccuparci quando un'asta di titoli di Stato andrà deserta a fronte di una grande quantità di titoli in scadenza. Solo a quel punto l'Italia potrebbe dovere chiedere aiuto e trovarsi in casa la Troika. E' una paura comprensibile ma a oggi è anche uno scenario a bassa probabilità".  

 

Mingardi: "Abbiamo sempre detto che l’Italia non è la Grecia, e l’abbiamo sempre detto perché l’Italia ha delle cose che la Grecia non ha queste. Queste cose si chiamano: Lombardia e Veneto, due delle regioni più dinamiche d’Europa, dove c’è una imprenditorialità diffusa e fiorente. Il Covid-19, purtroppo, ha colpito più forte lì che altrove. Da una crisi come questa si uscirà, inevitabilmente, con un forte ridimensionamento del nostro tenore di vita. Questo vuole dire anche salari più bassi. Oggi è prematuro parlarne, ma è evidente che a un certo punto andranno rivisti anche i salari della pubblica amministrazione:  non è possibile che l’impiegato di banca veda ridursi il suo salario, per ipotesi, del 15% mentre questo non capita all’impiegato del catasto. Sarebbe percepito come iniquo e, soprattutto, finirebbe per spingere migliaia di giovani ad affollare le sale d’attesa del pubblico impiego. La nostra economia era debole prima del virus. Siamo l’unico grande Paese occidentale che non è ancora tornato ai livelli di reddito del 2007. Quali che siano aiuti e ristori europei, ci aspettano mesi, forse anni, molto difficili. L’unico modo per ridurre (non per eliminare) queste difficoltà è cercare di spingere l’iniziativa privata, riducendo drasticamente la burocrazia. Dirlo è facile, farlo meno. Un modo sarebbe generalizzare il meccanismo di interpello, a suo tempo introdotto in materia fiscale. Ciascuna impresa che voglia intraprendere una propria attività, o modificare il proprio stabilimento, o comunque che abbia bisogno di un permesso, una autorizzazione, una certificazione, un qualunque atto amministrativo, esponga il proprio problema e la propria ipotesi di soluzione; l’amministrazione interessata ha trenta giorni per rispondere sì o per fornire un no motivato. In assenza di risposta il comportamento sottoposto con l’interpello dall’impresa si considera lecito. È un’idea, ce ne possono essere molte altre. Il punto è che fuori dalla crisi non ci porterà la spesa pubblica: quella ha lo stesso scopo del distanziamento sociale, serve a comprare tempo. Bisogna invece che riparta l’economia privata. Ma perché possa accadere bisogna alleggerire drasticamente il carico normativo. La vera domanda che dovrebbe lasciare insonni i nostri governanti è: quanti imprenditori italiani decideranno di gettare la spugna? Se ci si pensa, magari si smette di agitare la minaccia di una patrimoniale e invece si può cominciare a ragionare su come ridurre i vincoli alla libera impresa."

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