Matricole in crisi, così sempre più giovani lasciano l'università prima di entrarci davvero
Sempre più studenti si chiamano fuori da un sistema che non riconoscono: tra scelte difficili, identità in bilico e fragili orientamenti
di Simona Pisoni© Istockphoto
La decisione di abbandonare il corso universitario per una matricola non coincide con un esame andato male. Arriva piano sotto-forma di un malessere che la accompagna, mentre prende appunti senza capire perché lo sta facendo o ascolta una lezione che non trova interessante: è in quell'esatto momento che i giovani universitari realizzano con una lucidità improvvisa che non è il percorso che sognavano. È lì che molti studenti iniziano a meditare di andarsene, anche se restano seduti in aula ancora per settimane.
L'abbandono universitario non è un gesto eclatante. È un processo lento, quasi invisibile. I dati raccolti da AlmaDiploma parlano chiaro: più del 15% degli iscritti cambia rotta o lascia già nel primo anno. Ma ridurre tutto a una percentuale rischia di semplificare troppo. Per anni si è detto ai ragazzi che scegliere l'università significava investire sul futuro. Ma quale futuro? Molte matricole arrivano all'iscrizione con un orientamento fragile, spesso costruito per esclusione o per pressione esterna. Il risultato è un paradosso: iniziano a studiare qualcosa che non è nelle loro corde. Non è mancanza di impegno è assenza di identificazione. L'orientamento in molti casi non c'è. Mostrare piani di studio non significa aiutare a compiere una scelta. Manca uno spazio reale in cui i ragazzi possano interrogarsi su chi sono, prima ancora che su cosa studiare.
C'è poi lo shock culturale, quello che nessuna brochure racconta. L'università ha codici impliciti, diversi dagli istituti superiori: richiede autonomia radicale, gestione del tempo, capacità di reggere la solitudine dello studio. Per chi non è stato preparato a questo salto spesso studenti provenienti da percorsi più pratici o senza modelli familiari di riferimento l'impatto è disorientante. Non si tratta di essere meno capaci, ma di dover tradurre continuamente un linguaggio nuovo, senza dizionario.
Il cortocircuito del merito
Il sistema dei test d'ingresso aggiunge un ulteriore livello di ambiguità. Chi non accede al corso desiderato si ritrova a scegliere alternative che non sente proprie. Si entra dove si può, non dove si vuole. E il merito, da promessa di equità, diventa un filtro che spesso genera percorsi senza radici.
La crepa emotiva
Non si può trascurare l'aspetto che non finisce nei report: la fatica emotiva. L'università è anche un'esperienza di solitudine, confronto, ridefinizione di sé. In un'età già attraversata da incertezze, basta poco perché il dubbio diventi paralisi. Chi resiste non è necessariamente più bravo, ma spesso più sostenuto da contesti, relazioni e strumenti interiori.
Quando il lavoro sembra più reale
Sempre più studenti scelgono allora di uscire dall'università per entrare subito nel mondo del lavoro. Non sempre per necessità economica, ma per bisogno di concretezza. Lavorare offre risposte rapide: un ruolo, uno stipendio, una funzione riconoscibile. L'università, al contrario, chiede tempo senza garantire immediatezza. E in una cultura dell’istantaneo, questa promessa differita fatica a reggere.
Il vero abbandono
La domanda giusta non è perché i ragazzi lasciano l'università, ma perché gli Atenei, sempre più spesso, non riescono a trattenerli e a costruire un legame vivo tra sapere e identità. Quando questo legame non si crea, restare diventa più difficile che andarsene. E molte matricole scelgono la seconda opzione.
