QUANDO IL SOGNO DELLA LAUREA SI SPEGNE PRESTO

La "strage" delle matricole: oltre il 15% fugge o cambia corso già al primo anno di università

L'entusiasmo del diploma si infrange presto contro lo scoglio universitario. Tra materie deludenti e test d'ingresso selettivi, un diplomato su sei abbandona gli studi o è costretto a cambiare presto corso di laurea. La debolezza dell'orientamento in uscita dalla scuola ha il suo peso

04 Mag 2026 - 15:47
 © getty

© getty

In Italia abbiamo pochi laureati rispetto alla media europea, e questo è un dato assodato: poco più del 30% dei giovani rispetto a poco meno del 50%. Quello che, invece, molti non sanno è che questo deficit non nasce dallo scarso appeal dei percorsi accademici ma, piuttosto, dalla selezione naturale che avviene in fase di iscrizione o poco dopo aver iniziato a capire cosa vuol dire studiare all’università.

Più di un diplomato su sei, infatti, vede naufragare il proprio progetto di laurea già nei primi mesi successivi all'immatricolazione, fuggendo o cambiando corso già durante il primo anno di corso.

Una vera e propria "strage" che non è dettata tanto dai costi delle rette, quanto dalle scelte iniziali fragili: tra chi molla, oltre 1 su 3 lo fa perché deluso dalle materie studiate, quasi 1 su 10 si arrende di fronte a test d'ingresso troppo complicati.

A pagare il prezzo più alto di questo disorientamento sono soprattutto gli studenti in uscita dagli istituti professionali (dove l'abbandono tocca l'11,1%) e chi si è diplomato con voti bassi.

A delineare i contorni di questa emorragia silenziosa è il Rapporto AlmaDiploma 2026 sugli Esiti a distanza dei diplomati - approfondito dal portale studentesco Skuola.net - che delinea i destini formativi dei neo-maturati a dodici mesi dal titolo, accendendo i riflettori sull'urgenza di un orientamento scolastico più efficace.

La grande fuga: un diplomato su sei rivede i propri piani

Il passaggio dalla teoria alla pratica universitaria, alla prova dei fatti, si rivela dunque fatale per tantissimi giovani. Ad esempio, tra i diplomati del 2024 andati poi all'università, il 15,3% ha già certificato - dopo appena un anno dall’iscrizione - che la propria scelta non si è dimostrata vincente, rivedendo drasticamente i propri piani.

Due le possibili strade, a quel punto: smettere di inseguire l’obiettivo laurea oppure provare con un percorso accademico differente. Nella prima fattispecie rientra il 5,6% delle matricole, che ha abbandonato del tutto gli studi universitari entro dodici mesi dal debutto in facoltà. 

Nella seconda casistica c’è quel 9,7% che, pur non uscendo dal sistema accademico, ha voluto cambiare ateneo o corso di laurea, cercando un "piano B".

© Skuola.net

© Skuola.net

Chi molla di più: tecnici e professionali i più a rischio

Il tasso di abbandono, però, non è distribuito in modo omogeneo, ma riflette profonde differenze legate all'indirizzo scolastico e alle performance passate. La fuga al primo anno colpisce in modo particolarmente severo chi esce dai percorsi professionali, dove l’addio definitivo - sicuramente più rilevante ed eloquente in termini statistici - schizza all'11,1%, e dagli istituti tecnici (9,0%).

Molto più contenuta, probabilmente per la natura stessa del percorso preparatorio, la quota di "dispersione" tra i liceali, che si ferma al 3,6%.

A tracciare il destino delle matricole sono, in parte, anche i voti ottenuti alla Maturità: l'interruzione degli studi universitari coinvolge ben il 7,4% di chi ha ottenuto voti bassi all’esame e poi si è iscritto a un corso di laurea, quasi il doppio rispetto al 4,3% registrato tra chi si è diplomato con voti alti.

Emerge pure una spiccata differenza di genere, con i ragazzi che abbandonano in misura nettamente superiore (7,6%) rispetto alle ragazze (4,1%).

Pesa, infine, come un macigno il background culturale della famiglia: se si proviene da un nucleo in cui almeno un genitore è laureato, il tasso di abbandono scende al 4,3%, mentre sale al 5,9% per i figli di genitori con al massimo il titolo di scuola superiore.

I motivi: poche scuse economiche, la vera delusione sono le materie e i test

Ma perché si decide di mollare o di cambiare strada rinnegando le scelte fatte nell’immediato post-diploma? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il vero problema non sono né i costi né i fattori ambientali: i motivi economici incidono solo per il 4,4% degli abbandoni, superati di gran lunga dai motivi personali (17,5%) e dalla necessità di lavorare (12,1%).

Il nocciolo della questione è, come anticipato, soprattutto didattico e motivazionale. La maggior parte (35,6%) abbandona perché le discipline insegnate "non sono risultate interessanti" o molto diverse dalle attese, mentre un altro 12,1% si arrende confessando che il corso si è rivelato "troppo difficile". E tra chi cambia corso, la delusione per le materie sfiora addirittura il 50%.

A queste disillusioni si unisce, poi, la mannaia dei test d'ingresso: per quasi una matricola "pentita" su dieci (il 9,8%) l'abbandono è causato dall'impossibilità di accedere al corso desiderato, che costringe spesso a ripiegare su facoltà alternative. Un dato confermato dal fatto che, tra chi cambia corso o ateneo, il 23,5% lo fa proprio per ritentare l'accesso al percorso a numero chiuso in cui non era riuscito a entrare l'anno precedente.

Il ruolo dell'orientamento: chi è lasciato solo molla prima

L'analisi dei ripensamenti, inoltre, riporta inevitabilmente l'attenzione sul lavoro fatto nelle scuole superiori per accompagnare gli studenti nella transizione.

Il report rileva, infatti, un legame fortissimo tra le attività di orientamento e la tenuta accademica: la quota di abbandoni è ferma a un 4,1% tra le matricole che hanno giudicato "molto utili" le attività di orientamento scolastico ai fini della propria scelta, mentre si impenna al 7,7% tra coloro che le hanno ritenute "per niente utili". Allo stesso modo, i cambi in corsa scendono al 7,5% tra gli “orientati”, contro il 10,8% di chi non si è sentito supportato adeguatamente.

Ma un salto verso l’università fatto in modo confuso ha anche delle origini che riportano a motivi psicologici ed emotivi. Non a caso, i dati evidenziano che chi al termine della Maturità dichiarava di guardare al futuro sentendosi "intimorito", "spaventato", "agitato" o "afflitto", registra tassi di interruzione degli studi sensibilmente più elevati rispetto a chi si sentiva "determinato".