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Simboli inequivocabili di protesta contro il presidente Usa e contro ciò che, per molti a Hollywood, la sua figura continua a rappresentare. Mark Ruffalo, Wanda Sykes e Natasha Lyonne le hanno indossate davanti ai fotografi, Jean Smart e Ariana Grande in sala
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Durante l’ultima edizione dei Golden Globe, il tradizionale red carpet ha smesso, ancora una volta, di essere soltanto una passerella di abiti e celebrità. Tra smoking sartoriali e abiti haute couture, a catturare l’attenzione di fotografi e osservatori sono state piccole spille appuntate sui revers di giacche e vestiti: simboli inequivocabili di protesta contro Donald Trump e contro ciò che, per molti a Hollywood, la sua figura politica continua a rappresentare. Mark Ruffalo, Wanda Sykes e Natasha Lyonne le hanno indossate davanti ai fotografi, Jean Smart e Ariana Grande in sala.
Gli slogan - “Be Good" è apparso su molte delle spille indossate da celebrità come Mark Ruffalo, Wanda Sykes e Natasha Lyonne. È un doppio messaggio: da un lato richiama il cognome della donna recentemente uccisa a Minneapolis da un agente dell’Immigration and customs enforcement. e dall’altro si presenta come un appello morale universale — un invito alla gentilezza, alla responsabilità civica e alla compassione in risposta alla violenza delle forze dell’ordine federali. La frase diventa simbolo di solidarietà verso chi è rimasto vittima di un uso ritenuto eccessivo della forza e, più in generale, di una critica alle pratiche dell’agenzia federale. Anche Ice out, letteralmente “fuori l’ICE”, è un altro slogan apparso in qeusta edizione dei Golden Globe. E' un gioco di parole che invita a mettere l’agenzia federale per l’immigrazione e le dogane (ICE) fuori dalle comunità o a ridurne il ruolo politico e operativo. È una richiesta di allontanamento o di abolizione di un’agenzia considerata responsabile di eccessi e abusi nel controllo dell’immigrazione, secondo molti critici. L’espressione è stata adottata nel contesto delle proteste nazionali scatenate dalla morte di Renee Good e da altri episodi simili
Molto più di una spilla - Queste spille non sono semplici accessori: sono cimeli politici contemporanei. Oggetti destinati a sopravvivere all’evento mondano, a essere archiviati, fotografati, collezionati. Raccontano un’epoca in cui Hollywood ha scelto di non limitarsi all’intrattenimento, ma di usare la propria visibilità come spazio di opposizione simbolica. Nel loro insieme, gli slogan non attaccano solo un uomo, ma un’idea di potere. E dimostrano come, anche in una notte di premi e luci, un dettaglio appuntato su un vestito possa trasformarsi in una dichiarazione politica destinata a restare. Le spille, minimaliste ma eloquenti, hanno ripreso slogan, icone e messaggi legati alla difesa dei diritti civili, all’inclusione. Un linguaggio visivo essenziale, capace di farsi notare senza urlare, ma proprio per questo ancora più incisivo.
La differenza con i precedenti - Hollywood non è nuova a queste prese di posizione. Dai discorsi dal palco alle campagne collettive come #MeToo o Time’s Up, l’industria cinematografica statunitense ha spesso utilizzato i suoi eventi più visibili per intervenire nel dibattito pubblico. La spilla, però, possiede una forza simbolica particolare: è un oggetto piccolo, quasi intimo, che trasforma il corpo dell’attore o dell’attrice in una superficie politica. Non interrompe lo spettacolo, ma lo infiltra. Come le spille pacifiste degli anni Sessanta o i nastri colorati delle campagne sociali più recenti, cristallizza un momento storico preciso e lo rende portatile, collezionabile, replicabile