birre in via d'estinzione

"God save the pub", la Gran Bretagna sta perdendo i suoi luoghi simbolo: ecco perché

Secondo l’Associazione dei bar e pub del Regno Unito, dal 2000 al 2025 il loro numero è diminuito da 60.800 a 44.650. E mentre qualcuno prova a rendere più difficoltoso trasformare i locali in appartamenti e uffici, a Londra una proposta del municipio di Westminister fa discutere

20 Ago 2026 - 06:55
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C'era una volta la Gran Bretagna dei pub, quella in cui bere la prima pinta davanti al bancone o in piedi all'entrata rappresentava un rito di passaggio quasi obbligato.  Persino la madre della regina Elisabetta II non riusciva a resistere al fascino di quel luogo, al punto che una volta sparì e venne ritrovata solo dopo ore davanti a un bancone dagli allarmati tutori della legge di Scotland Yard: Elizabeth Bowes-Lyon aveva abbandonato tutte le convenzioni ed era fuggita a farsi uno shot al pub, come ogni buon suddito di Sua Maestà. Eppure i tempi cambiano  e nemmeno questi simboli della tradizione britannica sembrano più eterni.  Secondo la British Beer and Pub Association (BBPA) dal 2000 al 2025 il loro numero è diminuito da 60.800 a 44.650. Si parla di quasi due pub chiusi ogni giorno sul suolo britannico, un'emorragia che non accenna a fermarsi in questi mesi, anzi. Solo nel primo trimestre del 2026 hanno chiuso 161 locali, con la perdita di circa 2400 posti di lavoro e un aumento del 26% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Dati sconfortanti che hanno portato la situazione a essere vagliata anche dai governi "made in UK".

Simboli dello stile di vita britannico

  "Dio salvi il pub". E se proprio lui è occupato è meglio che qualcun altro si preoccupi di preservare questi templi della "Britain way of life". D'altra parte i motivi della crisi di questi locali non sono alieni anche a chi fa fatica a mantenere un bar alle nostre latitudini: una crescente pressione fiscale, l'inflazione galoppante, i crescenti costi operativi e il cambiamento di abitudini delle nuove generazioni sono, come in un giallo dell'inglesissima Agatha Christie, i principali sospettati della morte del pub. I locali in realtà incasserebbero anche ma, l'insieme di questi fattori, porta quasi sempre a diluire l'effettiva portata dei guadagni. 

Everybody loves pubs

  Dei circa 34 miliardi di sterline l'anno (dati del report annuale della BBPA per l'anno 2025), ai proprietari resta in tasca meno di prima. Una situazione che mette in pericolo quello che è un comparto strategico dell'economia locale, oltre che un simbolo culturale. Se in Germania hanno coniato addirittura un termine, "pubsterben", per esplicitare la dimensione del problema in Gran Bretagna ormai si trattano certi luoghi come dei panda in via d'estinzione. Quando a febbraio 2025 il Daily Mail lanciò una  campagna per sensibilizzare sul problema, persino l'allora primo ministro Keir Starmer reagì, promettendo aiuti concreti per la sopravvivenza di determinati spazi: "Non c'è niente di meglio per ciascuno di noi, me compreso, che rilassarsi a fine giornata nel pub locale con una pinta", assicurò Sir Keir e la storia ci dice che questo vale per qualunque politico britannico, a prescindere dal partito. Per dire, conosciamo addirittura il nome del pub preferito da Nigel Farage, che arrivò  a farsi intervistare dall'Economist direttamente in uno di quei locali. 

Si muove il governo

  È insomma una battaglia bipartisan, quella per il salvataggio dei pub. Non a caso la ministra per l'edilizia abitativa Angela Rayner ha affermato di star lavorando su una riforma delle leggi urbanistiche che sarà presentata questa settimana. L'obiettivo è quello di proteggere i pub dalla trasformazione in abitazioni o uffici. Un provvedimento arriva giusto dopo l'annuncio da parte del premier Andy Burnham di una riduzione delle imposte sulle attività commerciali per il settore dell'ospitalità. Rayner ha spiegato qual è l'idea del governo in maniera piuttosto chiara: "Stiamo tracciando una linea, in modo che i costruttori debbano dimostrare che non c'è davvero modo di salvare un pub prima ancora di pensare di demolirlo, perché costruire le case di cui abbiamo disperatamente bisogno non dovrebbe mai avvenire a scapito dei pub che amiamo." Un portavoce del governo ha dichiarato inoltre alla BBC che in questo processo dovrebbero avere una responsabilità concreta anche i consigli comunali, cui toccherà valutare caso per caso l'impatto di un cambio di destinazione d'uso sulla comunità.

Niente più posti in piedi in paradiso?

  Peccato solo che non sempre le amministrazioni locali siano sufficientemente illuminate, andando a mettere  a volte più o meno indirettamente i bastoni tra le ruote proprio a chi dovrebbe essere supportato. A inizio agosto il consiglio di Westminster, l’ente che governa il municipio nel centro di Londra, ha suggerito tra le altre cose ai pub di limitare e scoraggiare le consumazioni in piedi. Una richiesta che ha portato a un'importante levata di scudi anche tra i media britannici, che hanno parlato di "puritanesimo assurdo" (il Times), accusando i politici  responsabili di essere dei "burocrati guastafeste" (The Telegraph). Le critiche sono arrivate addirittura dallo stesso sindaco di Londra, il laburista Sadiq Khan, che ha accusato il municipio di governare una zona "famosa a livello mondiale per la sua vita notturna con una mentalità da villaggio". Probabilmente la proposta, ancora in fase di bozza, verrà alla fine rivista ma scelte del genere non fanno che erodere abitudini e certezze. Qualcuno inizierà a chiedersi se sia giusto "bere in piedi" e forse quella che era una boutade finirà alla fine per influenzare davvero chi si ritroverà col dubbio: "ma alla fine posso o no?". Niente posti in piedi, siamo inglesi. Ma se il sipario si abbassa perché si hanno pochi spazi da riempire poi a perderci è tutto il teatro. La metafora sarebbe piaciuta a William Shakespeare, un'altra icona britannica cui hanno dedicato forse più pub che strade.

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