Bergamo, prof accoltellata dal 13enne in diretta Telegram, lo psicologo: "Troppo facile dare la colpa ai social, lavorare sulle emozioni"
Matteo Lancini: "Rabbia, tristezza, paura oggi non possono essere mai espresse dalle nuove generazioni perché agli adulti danno fastidio"
di Giorgia Argiolastrescore chiara mocchi © Tgcom24
Il caso dello studente 13enne che ha accoltellato la sua insegnante di francese a scuola, a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, lo scorso 25 marzo, mentre era in diretta su Telegram, ha scosso e spinto l'opinione pubblica a farsi delle domande su adolescenti e società. Interrogativi che Tgcom24 ha posto a Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione "Minotauro" di Milano. Di recente è uscito anche un suo libro legato al tema, dal titolo "Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti" (Raffaello Cortina Editore). Per Lancini "viviamo in una società dissociata che non vuole affrontare le emozioni che disturbano e abbiamo una violenza giovanile senza precedenti, contro di sé e contro gli altri. Rabbia, tristezza, paura oggi non possono essere mai espresse dalle nuove generazioni perché agli adulti danno fastidio e, dopo, proprio questi ultimi si domandano da dove arriva la violenza e trovano la risposta nei social, manco li avessero inventati i ragazzi. Abbiamo visto quali sono state le reazioni al caso di Trescore Balneario? Dare la colpa ai social, parlano tutti dei social invece di pensare a cosa si possa fare".
Quello del 13enne di Trescore Balneario è solo l'ultimo di diversi episodi di violenza avvenuti in ambito scolastico. Basti pensare allo studente che ha perso la vita in un istituto di La Spezia. Come spiega questo fenomeno?
I ragazzi oggi portano a scuola tutti loro stessi e non più solo il ruolo di studenti. Tant'è che quando incontrano un dirigente scolastico o un insegnante di cui si fidano si aprono come ai miei tempi non avremmo mai fatto con gli adulti. Tuttavia, portando tutta la loro persona, portano anche il disagio. Quindi, sempre più spesso, ahimè, veniamo a sapere di casi di autolesionismo, di suicidi o di forme di violenze che avvengono a scuola.
Come si arriva a un gesto come quello di Trescore Balneario? Quali sono i segnali da cogliere?
Non esistono segnali premonitori o sono difficilissimi da intercettare, vengono trovati tutti dopo i casi. E dopo tutti sono capaci a rendersi conto che i ragazzi davano delle avvisaglie, anche negli episodi di suicidi o omicidi. Bisognerebbe fare prevenzione. Quello del ragazzo di Bergamo è un caso che non conosco direttamente, ne parlo solo proprio perché spero di contribuire a promuovere una cultura e degli atteggiamenti che facciano prevenzione. L'unica cosa su cui possiamo provare a ragionare è come prendere questo caso terribile di cronaca con un'insegnante che è viva per miracolo e trasformarlo in un'occasione di crescita e, appunto, di prevenzione.
Come si può fare prevenzione?
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Matteo Lancini
L'unica vera prevenzione oggi consiste nel legittimare le emozioni. In questo momento, bisognerebbe leggere la lettera del 13enne in ogni scuola, in ogni famiglia. Invece, leggono tutti quella della professoressa perché il problema di questa società è che i fenomeni dell'emulazione - che ci sono e rischiano di esserci in questo come in altri casi - li attribuiamo al fatto che si parli dei casi ai ragazzi. È vero il contrario. Questo succede anche con il tema del suicidio. Non ne parliamo mai. Da anni dico che dovremmo farlo a scuola e ogni sera a tavola.
Perché il bisogno di trasmettere la violenza in diretta, come è accaduto nel caso del 13enne?
Si chiama caduta del confine tra intimo e privato. Parliamo di generazioni che sono cresciute con genitori, insegnanti, educatori, pure psicologi che passano tutta la vita su Internet, davanti ai social; ma non solo, che sono state riprese dai 0 ai 12 anni a ogni recita dell'asilo. Mi domando, inoltre, se la gente guardi cosa succede in Italia ogni volta che un adulto discute di qualcosa. Nessuno giustifica nessuno, sia chiaro, ma la violenza e il vivere nella società pornografizzata sono gli adulti ad averli creati. Oppure vogliamo sempre dire che sono stati i social? Bisognerebbe iniziare a cambiare un po' il modo di essere adulti, se vogliamo fare prevenzione, oppure si continuerà ad alimentare una società violenta dove tutto quello che conta è "farla grossa" davanti a una telecamera. O vogliamo ancora lavarci la coscienza facendo finta di vietare i social agli under 16 non sapendo neanche come fare e peraltro demandando alle famiglie il modo di controllare i ragazzi? E lo dice una persona che è contro i social, io li vieterei dai 0 agli 80 anni. Però, non raccontiamoci che i social hanno fatto male ai ragazzi perché li usano loro e non perché li usano gli adulti.
Cosa consiglia, dunque, ai genitori per relazionarsi con i figli adolescenti?
La sera, a tavola, smettiamola di chiedere ai figli di spegnere il cellulare, piuttosto chiediamo loro 'Come va oggi su Internet?', leggiamo le lettere più fastidiose e sentiamo cosa ne pensano. La violenza giovanile non avviene perché i ragazzi hanno avuto troppo, ma perché non hanno potuto legittimare le emozioni costitutive dell'essere umano: paura, tristezza e rabbia. Accettiamo che facciano parte della crescita e ascoltiamole.
