LA CURIOSITA'

Werner Herzog e Franco Baresi, storia dell'insospettabile legame tra un regista bavarese e l'ultimo grande libero

Un'amicizia sui generis quella nata a distanza tra il raffinato e anarchico autore di Fitzcarraldo e il suo idolo, uno sportivo talmente grande da "non poter entrare nemmeno in un film"

di Manuel Santangelo
31 Lug 2026 - 11:55
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Quello tra Werner Herzog e Franco Baresi era un rapporto estremamente novecentesco nell'anima, nato in maniera epistolare tra uno spirito libero del cinema e l'ultimo grande libero della storia del pallone. A prima vista non ci sarebbe nulla in comune tra un regista bavarese dalla sconfinata ambizione (uno che è arrivato a trascinare una nave nel mezzo dell'Amazzonia) e un campione cresciuto nella provincia lombarda, famoso per il profilo basso che così poco si confaceva alla sua statura di campione. Eppure a volte gli amori sono così, opposti che si attraggono e che scoprono di non essere così diversi.

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Troppo grande anche per il grande schermo

  Chissà se nel giorno della dipartita dell'eterno numero sei del Milan Herzog non ci ripensi: Franco Baresi per lui era troppo grande per entrare in scivolata anche in un film, un personaggio semplicemente troppo vero per essere restituito dal filtro di una cinepresa.  "Franco è pura vita, a volte la vita vissuta sta da una parte, il cinema dall’altra", disse a margine del loro primo incontro dal vivo il regista. Forse aveva ragione ma quanto vorremmo un biopic che racconti la sua storia filmato "alla Herzog". Dopo Aguirre, furore di Dio quanto sarebbe bello vedere sul grande schermo anche Franco, forza calma di un altro Dio, quello del calcio.

Dalla terra al cielo

 Libero di sognare si chiamava l'autobiografia di Franco Baresi e in fondo quello sarebbe stato un titolo perfetto anche per un libro su Herzog. A chi si sorprendeva per quella corrispondenza andata avanti a lungo tra scambi di libri e di citazioni Baresi rispondeva: "Veniamo da luoghi di contadini. Ci fidiamo della terra e scrutiamo il cielo". Erano cresciuti come i frutti di quella campagna che li aveva addestrati a vivere, che gli aveva dato le coordinate per capirsi oltre i limiti imposti dalla lingua e da traiettorie esistenziali diverse. A Werner che lo vedeva come un idolo, quasi come un qualcosa di ultra-terreno Franco rispondeva con la semplicità ereditata in quell'infanzia tanto complessa quanto "vera", nell'accezione più nobile del termine: uomo di poche parole Baresi si limitava a dirsi "piacevolmente sorpreso" di fronte a quell'ammirazione che assicurava di non meritare, facendo sfoggio della sua sincera umiltà.

Due anime che hanno imparato a capirsi

 Di Franco Baresi Herzog diceva di amare "la visione in campo" e in fondo non è proprio la visione ciò che guida un regista? Franco Baresi affermava da parte sua di apprezzare l'epopea di Fizcarraldo, un film su un uomo che ricerca la grandezza al pari del capitano di un gruppo di campioni e chissà se sul campo di calcio la bandiera del Milan non vedesse in fondo una piccola Amazzonia, ugualmente verde, da colonizzare. Si spinse fino a Manaus, in quella parte di Brasile dove la natura ha battuto l'uomo con la stesa ineluttabilità con cui lui stoppava gli attaccanti, e lo aveva fatto anche per vedere dal vivo quel teatro Amazonas celebrato nella pellicola. L'edificio somigliava alla Scala di Milano e l'ironia non sarà sfuggita all'uomo che per più decenni ha preso la residenza in quel San Siro che per tutti è "La Scala del calcio": "Volevo immedesimarmi nelle atmosfere raccontate da Herzog. Capire il suo mondo. Immergermi nel suo modo di percepire il mondo", spiegò Baresi al Corriere, a margine di un viaggio in cui aveva unito la proposta artistica con l'ennesimo progetto di volontariato non sbandierato.

L'amico istintivo

  "Franco Baresi è un altro di cui, come Tonino Guerra, mi sento un amico istintivo. Ho parlato di lui pubblicamente e Baresi mi ha risposto con una mail dai toni commossi". Così raccontava a La Stampa Herzog la nascita di un rapporto basato su una goetheiana "affinità elettiva". Lui, Franco, più prosaico diceva che gli elogi di un regista per lui erano diversi da quelli di un allenatore o di un compagno, "gli davano i brividi". Alla fine il loro inseguimento, la marcatura stretta che Herzog fece a uno che di marcature strette se ne intendeva, si tradusse finalmente in un incontro. Il rendez-vous si fece a maggio del 2022 al Salone del libro di Torino, nell’ambito dell’iniziativa Adotta uno scrittore per le scuole secondarie superiori. Niente di glamour, non era nel loro stile. Ci piace credere che, in quell'occasione, poi siano andati a bere un bicchiere di vino proprio come aveva ammesso di sognare Herzog.

La ballata di Franco

 Werner il regista, un bavarese che aveva dietro casa l'altro grande rappresentante dell'aristocrazia del ruolo di libero Franz Beckenbauer, nel suo discorso di ringraziamento per un premio preso in Italia citava Baresi. E qualcuno, digiuno di calcio, si sorprendeva chiedendosi se non si trattasse di un pittore o un poeta. Quando in quella stesa occasione Tiziana Lo Porto lo avvicinò per dirgli che presto avrebbe ricevuto le bozze del suo nuovo libro e che quindi l'avrebbe intervistato a stretto giro, Herzog rispose: "Va bene, ma fatti mandare anche le bozze del mio amico Franco Baresi, anche lui ha un libro in uscita per la stessa casa editrice". L'opera letteraria del regista di La ballata di Stroszek  in questione si intitolava Il crepuscolo del mondo. Franco Baresi raccontò di averlo ricevuto in regalo dall'amico tedesco poco dopo l'effettiva pubblicazione: era la storia dell’ultimo soldato giapponese rimasto a combattere da solo nelle Filippine perché non sapeva che fosse finita la guerra. Sembrava un po' una perfetta metafora dell'epopea di Baresi, sempre l'ultimo ad arrendersi, anche con un ginocchio fuori uso in una giornata americana del 1994, calda e umida come quelle estive nel sud est asiatico. Lui, l'eterno capitano, era rimasto in piedi perché stava difendendo la Nazionale e forse anche un'ideale più grande.

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L'ultima trionfale uscita dal campo

 Werner Herzog ha amato in maniera viscerale due giocatori: Gerd Muller e Franco Baresi. Non erano per lui semplici calciatori ma piuttosto delle ispirazioni, artisti che gli avevano insegnato a dominare lo spazio e a leggerlo anche nel lavoro di cineasta. Oggi Franco Baresi esce definitivamente dal campo di gioco della vita e, da qualche parte in Baviera, un suo tifoso e amico gli starà tributando sicuramente l'ultima standing ovation.

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