Università telematiche, due studenti su 3 stanno con il ministro Bernini: "Giusta la stretta sugli esami solo in presenza"
Il decreto del MUR che impone lo stop agli esami online per gli atenei telematici divide
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Lezioni dove vuoi, esami qui da noi. Dopo la scorpacciata pandemica di esami in pigiama e sessioni di laurea in salotto, anche per le università telematiche è giunto il tempo di svolgere "le prove di profitto" e le "verifiche finali" esclusivamente in presenza, fatta salva qualche circostanziata deroga. È quanto ha stabilito il ministero dell’Università e della Ricerca con un decreto ministeriale emanato poco più di anno fa, che aveva l’obiettivo di mettere ordine in una branca del nostro sistema universitario che oggi conta fra le sue fila oltre 300mila iscritti su un totale di circa 2.000.000 di immatricolati. Ingiustizia bella e buona o giusta stretta “anti-furbetti”? Il popolo degli studenti, come testimonia un sondaggio effettuato dal portale Skuola.net, propende probabilmente per la seconda opzione, ovvero che tutti gli aspiranti laureati debbano sottoporsi alla stessa modalità di verifica del profitto.
Sacrificio batte comodità
Il sondaggio arriva all’indomani della pubblicazione di una petizione e di una lettera aperta da parte di - così si definiscono - “Rappresentanze Studentesche di Università Mercatorum, Università Telematica Pegaso e Università San Raffaele Roma (atenei facenti parte del gruppo Multiversity)”. Ma in questo scontro tra diritto allo studio e rigore accademico, da che parte stanno i diretti interessati, ovvero la totalità degli studenti universitari italiani, non solo quelli in protesta? A sorpresa (ma non troppo), la maggioranza si schiera con la linea della severità.
La rilevazione di Skuola.net - svolta su un campione di mille di loro - dice che il 65% degli intervistati si mostra favorevole all'obbligo degli esami in presenza. Mentre solo una minoranza - il 35% - difende la modalità a distanza come diritto acquisito o necessità organizzativa imprescindibile. Per circa due su 3, dunque, il "pezzo di carta" ha valore solo se sudato (anche fisicamente) in aula, davanti a un professore, senza lo schermo a fare da filtro. Un risultato che non lascia spazio a molte interpretazioni e che mostra la sostanziale compattezza del fronte, al di là delle appartenenze di ateneo.
La lettera al ministro e la petizione
A ogni modo, la decisione del ministro Bernini non è arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma è la formalizzazione di un indirizzo - contenuto nel Decreto Ministeriale n. 1835 del 6 dicembre 2024 - che mira a riordinare il settore, equiparando gli atenei telematici a quelli tradizionali, almeno nel momento cruciale della verifica. Proprio contro questo provvedimento, nei giorni scorsi, le già citate rappresentanze studentesche dei tre importanti atenei telematici - Mercatorum, UniPegaso e San Raffaele - hanno scritto una lettera aperta al Ministro dell’Università e al presidente dell'Anvur, Antonio Felice Uricchio.
La loro tesi è che l'innovazione digitale non debba essere vista come una "scorciatoia", ma come uno strumento di inclusione. "Non chiediamo sconti sul rigore", scrivono gli studenti nella lettera, "ma di non comprimere il diritto allo studio di lavoratori, caregiver e fuori sede per i quali l'online è l'unica via possibile".
Una richiesta di mediazione che, supportata anche da una petizione online, chiede di stabilizzare la modalità a distanza non come eccezione, ma come opzione strutturale.
Le voci degli studenti
Tuttavia, scorrendo i commenti lasciati dalle ragazze e dai ragazzi sui social della stessa Skuola.net, emerge chiaramente come la posizione dei "telematici" si scontri con il sentimento diffuso nella maggioranza degli universitari.
I favorevoli al decreto Bernini puntano tutto sul valore del titolo. "Era ora", scrive secco uno studente. "Giusto così, altrimenti la laurea diventa carta straccia", gli fa eco un altro. C'è chi sottolinea, poi, la disparità di trattamento vissuta fino ad oggi: "Perché io che vado alla statale devo farmi ore di treno e ansia in aula, mentre altri fanno l'esame in pigiama col libro aperto sotto la telecamera?". La percezione generalizzata è che l'esame online sia, di fatto, "più facile" o comunque meno controllabile, svalutando così il titolo di studio di tutti.
Sul fronte opposto, i contrari portano argomenti molto pratici. "E chi lavora 8 ore al giorno come fa a prendere ferie per ogni appello?", si chiede una studentessa-lavoratrice. "Le telematiche nascono per chi non può frequentare. Togliere gli esami online significa tagliare fuori una fetta enorme di persone", argomenta un altro utente. Mostrando come, per molti iscritti agli atenei digitali (spesso adulti, lavoratori, genitori), l'obbligo di presenza non sia solo una scomodità, ma un ostacolo logistico insormontabile, che rischia di portare all'abbandono degli studi.
Un addio che non aiuterebbe il conto economico delle università telematiche, alcune delle quali afferiscono a proprietà impegnate non solo sul fronte accademico: basti pensare alla Niccolò Cusano che fa capo a Stefano Bandecchi o al gruppo Multiversity stesso, detenuto dal fondo di investimento CVC Capital Partners che in passato è stato proprietario anche dei diritti della Formula Uno.
