GLI ATENEI SEGUONO L'ESEMPIO DELLE SCUOLE

Smartphone banditi anche dalle università: ma la “gabbia” è volontaria e virtuale

Dopo la stretta normativa nelle scuole superiori, anche gli atenei si organizzano per arginare le distrazioni digitali. Niente imposizioni dall'alto, ma un approccio basato su consapevolezza, digital detox e "gamification"

09 Apr 2026 - 13:03
 © Italy Photo Press

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L'era dello smartphone sempre acceso sul banco sembra avviata verso la sua conclusione anche all'università. Anche se, almeno per ora, la rivoluzione sta avvenendo senza divieti imposti dall’alto né punizioni per i trasgressori.

Se, infatti, nelle aule scolastiche italiane il cellulare è ormai a tutti gli effetti "fuorilegge" – con le recenti direttive ministeriali che hanno esteso il divieto categorico anche alle scuole superiori, prevedendo fino alla sospensione per i recidivi – nel mondo accademico l'approccio sta prendendo una piega decisamente diversa.

Negli atenei, luoghi per eccellenza di autonomia e responsabilità individuale, imporre un bando normativo sarebbe anacronistico e, al momento, non esiste alcun dibattito politico in corso in tal senso. Eppure, il problema della distrazione digitale e del calo dell'attenzione è un allarme condiviso da docenti e rettori di tutto il Paese.

Per questo motivo, diverse università italiane stanno sperimentando una via alternativa: un "bando" virtuale e su base strettamente volontaria. Un percorso di "disintossicazione" morbida che sta prendendo piede grazie a soluzioni tecnologiche che ribaltano le regole del gioco.

Dal divieto alla "disconnessione attiva": un’App può essere la soluzione?

Come segnala un approfondimento sul tema effettuato dal portale Skuola.net, il capofila di questo cambio di prospettiva si chiama LockBox. Non si tratta di un armadietto in cui sequestrare i telefoni prima della lezione né di una custodia che scherma il dispositivo - soluzioni molto gettonate nella scuola dell’obbligo - bensì di un vero e proprio ecosistema intelligente che unisce un'App a punti di sblocco fisici dislocati nei campus.

L'idea nasce dall'intuizione di due giovani italiani: Giulia Violati, neolaureata in Economia e Management alla Luiss, e Simone D’Amico, ricercatore presso il Digital Wellness Lab del Boston Children’s Hospital e della Harvard Medical School. E già sta prendendo piede in diverse strutture.

Il meccanismo è tanto semplice quanto psicologicamente raffinato. Lo studente scarica l'applicazione sul proprio device, seleziona le funzioni "distraenti" - come social network o piattaforme di messaggistica - che vuole inibire e avvia la sessione avvicinando lo smartphone a uno dei "lock point", ossia dei box piazzati lungo i corridoi e fuori dalle aule dell’università. Da quel momento, lo schermo tace (perlomeno relativamente alle App indicate).

Rispetto a quanto accade nelle scuole, dunque, c’è un ribaltamento del paradigma. Invece di punire chi usa il telefono, il sistema premia chi non lo fa: sfruttando la gamification, per ogni minuto trascorso offline e in concentrazione, gli studenti accumulano monete virtuali da spendere in premi reali, come sconti in ristoranti, biglietti per concerti, o vantaggi accademici.

Gli atenei italiani tra i pionieri in Europa

La prima università in Europa ad adottare strutturalmente questo sistema è un ateneo italiano: la Luiss Guido Carli di Roma - Violati si è laureata e ha sviluppato il suo progetto proprio presso l’ateneo capitolino - che ha disseminato un centinaio di postazioni nei propri spazi, facendone un vero e proprio manifesto di benessere digitale. Un esperimento pionieristico che sta rapidamente facendo proseliti.

Recentemente, infatti, anche un’altra università di casa nostra si è unita nella battaglia: il Campus Bio-Medico di Roma (UCBM), che ha deciso di sposare il progetto, installando oltre 120 postazioni nei propri edifici.

L'obiettivo degli atenei, però, non è fare una crociata contro la tecnologia o promuovere una sorta di oscurantismo digitale, ma educare le nuove generazioni a un uso consapevole del mezzo, stimolando la responsabilità individuale.

L’impatto psicologico dell’iper-connessione: le evidenze scientifiche

Alla base di queste sperimentazioni ci sono solide evidenze medico-scientifiche, che confermano come l'abuso dello smartphone incida pesantemente sull'alterazione dei ritmi sonno-veglia, innalzi i livelli di stress e comprometta sia la memoria a breve termine che le capacità di apprendimento profondo. Quindi, nel pratico, anche i risultati negli studi.

I dati, in questo senso, delineano con chiarezza la portata del fenomeno: oggi trascorriamo in media circa tre ore al giorno sullo smartphone, con oltre 100 accessi quotidiani.

Parallelamente, però, tra i giovani cresce anche la consapevolezza dei rischi connessi a questo uso eccessivo: il 77% degli studenti italiani dichiara di vivere una forma di dipendenza, mentre oltre il 90% riconosce un impatto diretto e negativo sul proprio benessere psicofisico.

Non si tratta solo di una percezione nazionale. A livello internazionale, gli studi del Digital Wellness Lab del Boston Children’s Hospital e della Harvard Medical School evidenziano come più della metà degli adolescenti percepisca il dispositivo come una distrazione significativa e invalidante nel contesto educativo.

Iniziative come LockBox intervengono proprio su questo cortocircuito. Basandosi sulla Self-Determination Theory (la teoria dell'autodeterminazione), il sistema non impone, ma motiva: lo studente sceglie liberamente di disconnettersi per ritrovare il proprio equilibrio.

Digital detox: da imposizione a competenza trasversale

In questo modo, mentre la scuola viene chiamata a proteggere i minori tracciando confini netti, l'università prova a trattare i propri iscritti come giovani adulti. La "disconnessione attiva" smette così di essere un mero divieto per trasformarsi in una vera e propria soft skill: un allenamento alla concentrazione che potrebbe rivelarsi fondamentale persino nel mondo del lavoro.

In un'epoca in cui il nostro tempo è costantemente frammentato e conteso dagli algoritmi, imparare a silenziare il rumore di fondo per tornare a concentrarsi e a relazionarsi con gli altri è forse la lezione più importante che un ateneo possa impartire.