DOPO IL DIPLOMA

Lavoro e pregiudizio: gli studenti italiani non vogliono fare i mestieri dei genitori né quelli "tecnici"

Lo rivela un'indagine realizzata dal Centro Nazionale Orientamento insieme a Skuola.net. I dati presentati in occasione dell’inaugurazione dei nuovi spazi del CNO dedicati alla scoperta delle professioni, per gli studenti delle scuole medie e superiori

26 Feb 2026 - 14:05
 © Ansa

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I giovani avviati al diploma si proiettano al “dopo” con quattro (quasi) certezze: non vogliono fare il lavoro dei genitori né tantomeno i mestieri tecnico-pratici, mostrano una buona dose di sfiducia e preoccupazione, infine sperano che un passaggio all’università possa permettere loro un futuro migliore.

L'osservatorio

A scattare questo selfie della Generazione Zeta è la nuova edizione dell’Osservatorio “Dopo il diploma”, promosso dal Centro Nazionale Orientamento di ELIS – ente non profit specializzato in attività di orientamento, formazione e innovazione tecnologica – in collaborazione col portale di riferimento per gli studenti Skuola.net, che ha coinvolto un campione di circa 1.500 alunni delle scuole superiori italiane, chiamati a immaginare il proprio futuro.

Un futuro che, ad oggi, viene intravisto principalmente attraverso un occhiale composto da due lenti: l’orientamento scolastico e la famiglia. Sul primo fronte, anche se resta molto da fare, a più di due anni dall’introduzione delle Linee Guida per l’Orientamento qualcosa sembra muoversi.

L'orientamento sembra iniziare a funzionare

Circa 2 studenti su 3 (66,8%) si dichiarano "del tutto" (30,5%) o "abbastanza" (36,3%) orientati. Un balzo in avanti di quasi il 50% rispetto al dato rilevato nel 2022. In quell’ultimo anno scolastico che ha preceduto l’introduzione delle Linee Guida, a dichiararsi "del tutto" o "abbastanza" pronto nell’affrontare il futuro era, infatti, il 45% degli studenti intervistati.

Per quanto positivo, il dato sull’orientamento non è tuttavia libero da ombre. I pareri sulla qualità delle attività svolte sono infatti contrastanti. Se un 43,6% degli studenti giudica “molto o abbastanza utili” i percorsi proposti dalla scuola, un altro 56,4% li boccia come "poco o per nulla utili".

Su quali aspetti si debba migliorare, l’indagine non lascia dubbi. Studentesse e studenti si dichiarano con maggioranza bulgara a favore di attività di orientamento che prevedano esperienze in azienda. Il 65% di loro le desidera come “molto utili” e un altro 26,7% le considera “abbastanza utili”.

Alla ricerca di concretezza

Ma alla domanda “Dove si sono svolte prevalentemente le attività di orientamento?” la risposta schiacciante è “nella mia scuola” (63,1%), contro un modesto 10,9% di intervistati che risponde di aver usufruito di attività di orientamento “presso aziende o altri luoghi di lavoro”.

E così si comprende anche perché, tra le figure incontrate durante le attività di orientamento, solo il 6,4% sia rappresentato da professionisti di azienda. In cima alla classifica ci sono, invece, i docenti della propria scuola (37,5%), seguiti a poca distanza da studenti, ricercatori e professori universitari (34,1%).

In questa scuola che fatica a contaminarsi con il mondo del lavoro, forse il primo contatto con le professioni è dietro l’angolo: è la vita di tutti i giorni in famiglia. L’85,5% degli studenti intervistati dichiara infatti di conoscere “molto” e “abbastanza” bene il lavoro dei propri genitori o adulti di riferimento. Una minoranza sparuta del 14,5% ne sa poco o nulla.

Difficilmente si seguono le orme della famiglia

Saranno quindi mamma e papà a ispirare le scelte di chi si prepara al salto in fabbrica o all’università dopo il diploma? Non proprio: solo il 13,6% dichiara in realtà di voler seguire le orme dei genitori. Tutti gli altri, per un motivo o per l’altro, preferiscono rispondere: “No, grazie”. C’è chi dice che non è portato (21,2%), chi trova il lavoro dei genitori socialmente poco prestigioso (10,4%), o poco remunerativo (9,2%) o poco flessibile e poco conciliabile con il tempo libero (insieme fanno il 12%).

Letti in controluce, proprio questi dati potrebbero essere tra le cause della sfiducia che serpeggia in questo selfie della Generazione Z. A scorrere la tabella delle risposte, infatti, emerge una buona fetta di studentesse e studenti che si dichiarano “completamente” o “tendenzialmente” sfiduciati. Ripartiti in quantità pressoché identica tra i due avverbi, i giovani che guardano con preoccupazione al futuro sono il 43,3% di tutto il campione.

Le caratteristiche del lavoro ideale

Quello che non sembrano vedere nella vita degli adulti di riferimento è del resto proprio quello che cercano nel lavoro “ideale”. Per definirlo – questo lavoro ideale – gli intervistati avevano la possibilità di scegliere fino a tre opzioni contemporaneamente. Colpisce che uno su due sogni una professione che gli permetta di mettere a frutto le proprie passioni (56,9%), di guadagnare un buono stipendio (52,0%) e di trovare un buon bilanciamento tra lavoro e vita privata (50,7%).

Se pensiamo all’idealismo e alla convinzione dei giovani “made in 1968”, siamo di fronte ad un cambio di paradigma abbastanza significativo. Una distanza alimentata, in parte, proprio dalla discendenza da coloro che quel periodo l’hanno vissuto sulla breccia: i genitori di oggi, che riportano in casa le fatiche di un mondo del lavoro che negli ultimi 20 anni in Italia ha dato ben poche soddisfazioni, almeno in termini di aumento del potere d’acquisto e di work-life balance.

La speranza in un futuro migliore passa ancora una volta dall’università. Era il 51% degli intervistati a dichiarare di voler proseguire gli studi nell’indagine “Dopo il diploma”, svolta per il primo anno da ELIS e Skuola.net nel 2022. E sono il 67% nella nuova edizione 2026. 
Un'ambizione che, numeri alla mano, rischia di trasformarsi in un miraggio. Infatti, gli ultimi dati Eurostat diffusi lo scorso novembre pongono l’Italia al penultimo posto fra i paesi UE, sopra solo la Romania, per numero di giovani in possesso di un titolo terziario: il 31,6% contro una media del 44%. A pesare non è, dunque, la mancanza di immatricolati quanto il tasso di abbandono, che si attesta nell’ordine del 10% già dopo il primo anno secondo quanto rileva l’ultimo rapporto Anvur.  

Mestieri "pratici": snobbati eppure efficaci

In questo contesto, è lecito pensare che la scelta dell’Università sia almeno in parte influenzata da un parallelo pregiudizio sui mestieri tecnico-pratici (tecnico industriale, operaio specializzato, autoriparatore, operaio edile, ecc.). Quasi la metà degli studenti di scuola superiore, non a caso, dichiara di scartarli a priori (48,9%), perché non piacciono (41%), non sono idonei alle proprie capacità (27%) e poi, con tassi di risposta che oscillano tra il 3% e il 7%, per molteplici altri motivi: sono troppo faticosi, poco remunerativi, poco prestigiosi, sono esercitati da persone di estrazione sociale diversa dalla propria, sono lavori che non verrebbero approvati dai loro genitori.

In realtà, è proprio su queste professioni tecnico-pratiche che molte aziende concentrano da tempo le proprie ricerche di personale, senza trovarlo. Un disallineamento tra aspirazioni dei giovani e bisogni del mercato, che fornisce un’ulteriore riprova della necessità di potenziare l’incontro tra scuole e imprese nelle attività di orientamento.

Il Centro Nazionale Orientamento

Proprio per questo è nato il Centro Nazionale Orientamento di ELIS, che oggi ha inaugurato nuovi spazi nello storico sito di Villa Fassini a Roma, che diventerà un hub dove le scuole aderenti potranno sviluppare attività di orientamento a stretto contatto con grandi realtà aziendali – tra cui anche l’INPS - che hanno già aderito. 

Laboratori, open week e summer camp sono tra le attività rivolte alle oltre 600 scuole medie e superiori che afferiscono alla rete “Officine Futuro”, promossa in tutta Italia anche dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. L’obiettivo è offrire a studentesse e studenti quello che dichiarano di volere: esperienze di orientamento a stretto contatto con professionisti d’azienda.